Oggi che l’Italia ha ritrovato nel generale Vannacci un brillante guerriero pronto a risollevare le sorti politiche della nazione corre l’obbligo di richiamarsi alle carriere folgoranti e fruttuose, alle proprietà terriere e ai titoli nobiliari che segnarono il percorso dei maggiori comandanti del regio esercito. Memori che ben tredici furono i Marescialli d’Italia solo nel periodo fascista, senza contare un Re soldato e un Maresciallo dell’Impero1.
Abili nelle schermaglie dialettiche, gloriosi nelle interminabili contese giuridiche che segnarono i tentativi per sganciarsi dalle responsabilità delle peggiori sconfitte, spietati nei confronti dei colleghi e sprezzanti nei confronti dei subordinati e della truppa i generali non deponevano testimonianze ma consegnavano alla storia orgogliosi memoriali che davano risposte senza accettare domande.
Non è un caso che l’evento bellico più notevole della storia militare italiana sia stato la battaglia di Caporetto (ottobre 1917) dove l’esercito contò 13.000 caduti, trecentomila prigionieri e trecentocinquantamila sbandati. E’ anche l’evento bellico cui più si sono appassionati gli storici e ciononostante ancora recentemente il libro di Alessandro Barbieri “Caporetto”, scritto con competenza semplicità e arguzia meriterebbe un posto in ogni biblioteca decente.
Parliamo di Caporetto perché a Caporetto ebbe un ruolo primario quello che come militare di carriera e politico ai più alti livelli fu il più famoso dei generali italiani. Ci riferiamo al Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio noto soprattutto per aver sbalzato di sella Mussolini, per aver proseguito per quarantacinque giorni una guerra infame2, per aver abbandonato a se stesso un esercito di milioni di uomini dopo averli salutati con un vergognoso “arrangiatevi” mentre il re, la corte e il neo primo ministro Badoglio fuggivano a Pescara per imbarcarsi tra indecorosi spintoni sulla corvetta Baionetta. Aveva freddo, Badoglio e il Principe Umberto gli offrì il suo cappotto. Badoglio ne rovesciò le maniche perché non si vedessero i gradi.
E’ sorprendente che non si fosse ricordato il cappotto. Raramente gli sfuggivano i dettagli. Per esempio, nel momento della fuga ebbe cura di lasciare sul piano della scrivania altrimenti sgombro un unico documento. la denuncia ovviamente destinata ai tedeschi che il suo nemico generale Cavallero, dai tedeschi creduto amico era invece in combutta con gli americani. Quando si dice la perfidia! Cavallero si uccise.
Badoglio a Caporetto era stato comandante del fronte su cui era avvenuto lo sfondamento. Il suo comandante d’armata era il generale Luigi Capello e il comandante del Regio esercito il generale Luigi Cadorna.
Luigi Capello fu scelto subito come capro espiatorio. Fu persino accusato, anni dopo, di un attentato a Mussolini, mentre Badoglio se la cavò benissimo e fu per 15 anni, dal 1925 al 1940, al comando dell’esercito italiano.
Era un giorno di nebbia quel 24 ottobre e l’esercito italiano era superiore di mezzi e di uomini, tanto è vero che si preparava alla dodicesima offensiva.
Occupava le posizioni dominanti con un impressionante dispositivo di artiglierie. Ma c’era la nebbia e gli austro-tedeschi, invece di scalare le montagne e gettarsi contro i cannoni e le mitragliatrici preferirono avanzare nel fondovalle. Fecero trenta chilometri in due giorni senza incontrare resistenza, in una guerra dove avanzare per qualche decina di metri poteva costare migliaia di vite. Ma c’era la nebbia e nessuno li vide.
Sempre pronto a candidarsi per le imprese più prestigiose, Badoglio, con l’appoggio del re, fu la scelta obbligata di Mussolini al comando dell’esercito cui aveva ordinato di invadere l’Etiopia, dopo che il suo amico quadrumviro De Bono non gli aveva dato soddisfazione. Aveva un esercito di mezzo milione di uomini, ma con gli abissini non si poteva mai essere sicuri e l’ombra di Adua incombeva su tutta la faccenda. Badoglio promise a Mussolini che avrebbe agito come un fulmine di guerra e al re che avrebbe evitato il minimo rischio.
E qui comincia la nostra piccola storia.
A un passo dalla seconda Adua
Mussolini raccomandava a Badoglio (Fronte Nord, a partire dall’Eritrea) e a Graziani (Fronte Sud, a partire dalla Somalia) di usare senza risparmio tutte –“ripeto: tutte!” – le armi a loro disposizione, senza far distinzione tra militari e civili. L’enorme dispositivo militare ammassato, specie sul Fronte Nord, ne facevano la più grande guerra coloniale mai combattuta. Eppure nonostante i cinquecentomila uomini messi in campo, una potente aviazione, i gas e i carri armati, l’esercito italiano fu a un passo dal subire una disastrosa sconfitta tra il 20 e il 24 gennaio 1936. Il fatto che l’esercito fosse schierato in vicinanza di Adua ne avrebbe fatto inevitabilmente una imperdonabile Adua-23 e avrebbe probabilmente provocato la caduta del fascismo anche se in quel momento la popolarità del duce era all’apice e milioni di donne italiane, donando la fede nuziale alla patria e ricevendone in cambio una fede di acciaio, di fatto avevano contratto col fascismo e il suo duce un secondo matrimonio dal quale non fu così facile scioglierle.
L’invasione dell’Etiopia era cominciata il 3 ottobre 1935, ma a fine novembre 1935 il primo comandante in capo, generale De Bono, era stato rimpiazzato dal generale Badoglio. Nonostante un’avanzata tutt’altro che irrilevante il duce non era soddisfatto di De Bono perché il risultato non era tale da contrastare e assorbire l’impopolarità crescente del fascismo nel mondo. L’aperta ostilità all’impresa era però più nell’opinione pubblica internazionale che nei governi; e le sanzioni, da poco entrate in vigore, erano servite più a consolidare l’unità offesa del popolo italiano che si sentiva ingiustamente condannato e messo al bando, che a fermare o anche solo a rallentare la guerra.
Le due sanzioni che avrebbero potuto arrestare quella guerra da un giorno all’altro non furono applicate ed erano, come tutti sapevano, l’embargo sul petrolio e la chiusura del Canale di Suez alle navi italiane, entrambe evitate. Attraverso il Canale di Suez passarono le quasi 500 navi che approdarono a Massaua in quei mesi. Attraverso il Canale di Suez, nei mesi della guerra, passarono i rinforzi e i rifornimenti per l’enorme esercito che attaccava l’Etiopia su due fronti: a Nord dall’Eritrea e a Sud dalla Somalia, il fronte più importante essendo quello a Nord, ora al comando di Badoglio.
Incapace di resistere alle impetuose sollecitazioni del duce, De Bono era avanzato persino troppo e ora le sue truppe combattevano nelle regioni degli Amhara, le popolazioni più fedeli all’imperatore Hailè Selassiè. Per di più, il fianco destro si era spinto talmente avanti da staccarsi dal resto del fronte che era lungo 250 km, e da correre il rischio di un accerchiamento e di una completa disfatta che si configurò appunto in quei quattro giorni di gennaio, quando le armate etiopiche arrivarono a ridosso delle linee italiane dopo marce di svariate centinaia di chilometri.
Badoglio era un bravo difensore, soprattutto di se stesso e qualcosa doveva pur aver imparato dalla battaglia di Caporetto dove i tedeschi avevano sfondato proprio nel suo settore, anche se lui era riuscito a deviare critiche e rimproveri sul suo superiore diretto, il generale Capello che non per questo, ma a causa di questo, finì per scontare alcuni anni di galera4.
Per quanto fosse stato messo al comando del Fronte Nord con l’ordine preciso di avanzare, Badoglio si mise subito sulla difensiva costruendo fortini, opere difensive e campi trincerati, e tuttavia rischiò a gennaio una catastrofica sconfitta. Si dispose all’offensiva solo nel febbraio 1936, quando un Mussolini più malleabile gli scrisse che se si muoveva con prudenza aveva senz’altro ragione lui.
Ma in che cosa consisteva quell’esercito che Hailè Selassiè gli aveva messo contro e che tutti gli ufficiali italiani, a partire da quelli superiori, consideravano poco più di una pratica di ordinaria amministrazione; un esercito di straccioni alti e magri, armati di zagaglie e più una turba e un’orda selvaggia che un esercito.
Indubbiamente le quattro armate che l’imperatore aveva raccolto e mandate a Nord erano male armate, con un’artiglieria insignificante e niente antiaerea, né tanto meno aviazione. Pochissime le mitragliatrici e le armi automatiche. Solo in parte era un esercito professionale, suddiviso in reparti organici con ufficiali di qualche esperienza, mancanza di cui soffrivano del resto anche le truppe italiane.
La maggior parte dei combattenti avevano risposto a leve regionali sollecitate dall’imperatore e si erano dirette al fronte con marce di centinaia di chilometri agli ordini dei capi tradizionali, in genere autorevoli e rispettati, ma senza preparazione militare. Non avevano fatto scuole di guerra, né studiato Clausewitz o le campagne di Annibale e Napoleone5.
Non conoscevano l’organizzazione degli eserciti moderni ed erano sostanzialmente più adatti alla guerra di guerriglia che a una guerra regolare e a uno scontro di eserciti. Questo era anche quanto pensavano i comandanti italiani fino dai tempi di Adua (la prima Adua), sottovalutando, come stavano facendo anche ora, le qualità positive di quelle disprezzate orde.
Anzitutto la straordinaria mobilità per cui anche grandi formazioni di venti-trentamila uomini erano in grado di coprire a piedi anche cinquanta chilometri al giorno, quando le motorizzate truppe italiane, per non dire di quelle appiedate, ne percorrevano al massimo una ventina, se le strade lo consentivano; e spesso non lo consentivano.
Erano uomini allenati a una vita dura, che andavano avanti con poco cibo e poca acqua a differenza degli italiani, senza essere appesantiti e rallentati né da traini, né da animali né dall’artiglieria che non avevano.
Il principe di Savoia, Adalberto Duca di Bergamo, che aveva osservato in campo aperto le stupefacenti capacità di manovra6 di formazioni di migliaia di uomini, ne era rimasto sorpreso: “Sembrava manovrassero in piazza d’armi ed erano sotto il tiro della nostra artiglieria”. Erano questa mobilità, capacità di manovra e affinità dei reparti che consentivano a questi eserciti di sviluppare al meglio quella che era la loro tattica migliore, che era l’accerchiamento, Non era un semplice accerchiamento perché alla manovra iniziale seguiva la penetrazione negli spazi che si creavano tra le diverse formazioni italiani su quei terreni aspri, montagnosi e poco conosciuti. Una volta separate le une dalle altre le formazioni venivano attaccate e annientate una alla volta: che è esattamente quanto era successo ad Adua nel 1896.
A queste capacità tattiche si univano una combattività che, data l’inferiorità e la qualità di armamenti, poteva esprimersi solo nel combattimento ravvicinato e, altra cosa che era costata estremamente cara agli italiani ad Adua, i comandanti facevano conto su un servizio di informazioni estremamente accurato che poteva contare tanto sulle popolazioni locali che sugli infiltrati nelle truppe coloniali, specie tra gli eritrei di religione cristiana.
Se al servizio d’informazioni italiano poteva sfuggire la localizzazione di intere armate – specie di quelle che avevano imparato a marciare solo di notte – ad Adua gli abissini conoscevano i nomi di tutti gli ufficiali italiani dal livello di plotone in su, un risultato che non ottennero nelle stesse dimensioni nella seconda Adua per via del fatto che le quattro armate abissine provenienti da molto lontano erano arrivate al fronte solo da pochi giorni. E non parliamo qui del coraggio personale, del sentimento patriottico, della solidarietà tra combattenti, dello spirito di sacrificio, della cura che avevano i comandanti per i loro uomini e viceversa.
Badoglio, che pure scendeva in Africa per la prima volta e contro quell’esercito non aveva mai combattuto, da prudente contadino piemontese qual era capì presto che la prima cosa da fare era trincerarsi e tenere gli abissini a distanza e cominciò a costruire fortini e campi trincerati soprattutto nella zona di Macallè, dove c’era anche il suo comando, pur sapendo che la zona più esposta era la sua ala destra, a duecento chilometri di distanza.
Scriverà poi nelle sue memorie che i quattro ras non valevano un fico secco (Cassà, Immirù, Sejum e Mulughietà). Invece il generale Quirino Armellini, tra i suoi più stretti collaboratori ricordava che “possedevano indubbie qualità per condurre combattimenti – è forse più appropriato che dire battaglie – in cui l’irruenza delle masse vi predominasse; ma credo per la loro specifica preparazione militare, come noi la intendiamo, non lo fossero per condurre battaglie contro medesime formazioni modernamente armate e comandate. A ciò si deve attribuire il fallimento della loro azione”7.
Comunque, azione ci fu, sia pure in condizioni di inferiorità estrema: Ras Immirù, che era comandante di una delle armate non aveva neppure una radio per comunicare con le altre armate o col quartier generale dell’imperatore che si trovava a centinaia di chilometri di distanza.
A metà dicembre le avanguardie di ras Immirù guadarono il fiume Tacazzè. Erano diecimila uomini, dice Hailè Selassiè8, 25.000 secondo ras Immirù7. Il fatto è che il 15 dicembre sconfissero gli italiani a Dembeguinà, facendo letteralmente a pezzi con mani, pietre, sbarre di ferro e bombe a mano i piccoli carri armati Fiat Ansaldo, di cui il corrispondente inglese generale Fuller, smontando da uno di essi aveva detto “Sono più pericolosi di una battaglia”9.
La Divisione Gran Sasso fu costretta a ritirarsi faticosamente su Axum. Ad Axum e Adua, i campi trincerati rischiavano di essere accerchiati da Nord da ras Immirù, mentre ras Cassà entrava nel Tembien, la regione tra Macallè e Adua: 100 chilometri di fronte a presidiare i quali Badoglio aveva lasciato solo 4 battaglioni, al comando del giovane generale Diamanti. Badoglio chiese a Roma altre due divisioni, gliene mandarono tre.
Arrivarono rinforzi italiani, ma anche abissini. Il 22 dicembre il generale Dalmazzo, arrivato in soccorso di Diamanti con una brigata di ascari, tentò di occupare con sei battaglioni l’Amba Tzellerè10, ma il suo attacco fu respinto in una mischia corpo a corpo nella boscaglia. Badoglio nelle sue memorie non riconosce la seconda sconfitta consecutiva: dice che gli italiani si erano ritirati per un errore di comando9. Fatto sta che nel Tembien, alla fine di dicembre, gli italiani erano assediati nelle tre località in cui si erano fortificati (Passo Uarieu, Abbi Zubbaha e Passo Abarò)11.
Badoglio nel frattempo ha deciso di usare i gas su larga scala e non più in casi isolati. Li usa per terrorizzare la popolazione nello Scirè, nel Tombien e nell’Endestà dove si sta sviluppando la controffensiva etiopica. Tra il 22 dicembre e il 18 gennaio furono utilizzati 2.000 quintali di bombe gran parte delle quali caricate a gas, sempre con l’incoraggiamento e l’autorizzazione di Mussolini.
Il regime fascista farà in seguito alcune parziali ammissioni: che i gas sono stati usati in scarsissime occasioni contro l’impiego fatto dagli etiopici di pallottole esplosive (dum dum) o per vendicare “crimini” etiopici (Lessona).
La situazione non si modificherà granché fino a gennaio, sempre con gli italiani sulla difensiva. Nel frattempo, Badoglio ha ricevuto altre due divisioni e prepara la sua offensiva da Macallè verso Sud, ma viene preceduto dall’iniziativa etiopica, talmente imprevista e ambiziosa che arriva a un passo dal realizzarsi12.
Nella prima decade di gennaio, Badoglio riprende l’iniziativa e dal 19 gennaio il fronte italiano nella regione di Macallè è in movimento: l’obiettivo è di accerchiare e distruggere l’armata di ras Mulughietà. Badoglio ha 15 divisioni e schiera sul lungo fronte di Adua a Macallè 500 pezzi di artiglieria. È convinto che grazie a questa potenza di fuoco a terra e all’aviazione poderosa che appoggia l’artiglieria, anche dove il fronte non è troppo guarnito di truppe, quelle presenti siano ben fortificate e in grado di non fare avvicinare gli abissini alle proprie postazioni.
È invece proprio in quel settore che viene commesso l’errore più grave che per quattro giorni, dal 20 al 24 gennaio, portarono tutto il corpo di spedizione a un passo da un catastrofico fallimento. Dal Passo Uarieu dove era trincerata la Divisione Camicie Nere 28 ottobre, il generale Diamanti guidò il 21 gennaio una sortita. Avrebbe dovuto essere un’operazione di semplice alleggerimento senza impegnare battaglia col nemico. Diamanti aveva con sé 48 ufficiali e 1484 camicie nere, ma fosse per iniziativa sua o per ordini sbagliati si spinse troppo in là e si fece agganciare dagli abissini. Alle tre del pomeriggio ricevette l’ordine di ripiegare, ma il ripiegamento si rivelò subito difficilissimo. Diamanti perde 19 ufficiali e 245 camicie nere e trascina con sé 300 feriti. Lo scontro è ravvicinato, proprio quello più favorevole agli abissini. Spesso all’arma bianca.
Solo la sortita dal passo Uarieu del XII Battaglione eritreo che avrà anch’esso gravi perdite – 4 ufficiali e 87 uomini – consente a Diamanti di rientrare nella zona fortificata, ma portandosi dietro gli abissini che penetrano nella fortificazione. Per tre giorni – fino al 24 gennaio – si combatte nella fortificazione. Gli abissini di ras Cassà avanzano con ripetuti assalti all’arma bianca. I tremila italiani scarseggiano di tutto, ma soprattutto di acqua. Sembra che l’imprevidenza del comandante generale Somma abbia previsto una riserva d’acqua di 1.200 litri che per 4 giorni: dovranno bastare per tremila uomini, senza contare l’acqua per gli animali, per i feriti, per le mitragliatrici. In pratica, si muore di sete. Badoglio ordina subito alla II Divisione eritrea del generale Vaccarisi di correre in aiuto.
Il giorno 22 gennaio gli abissini attaccano gli italiani con le mitragliatrici che prima non avevano. Il Passo è stato fortificato ma le alture che lo circondano non sono state occupate; e a occuparle sono gli abissini.
Badoglio, come ammetterà lui stesso, nel pomeriggio del 22 gennaio dà ordine di studiare una manovra di sganciamento dalle posizioni tenute a Macallè, nel timore che gli abissini di ras Cassà, una volta caduto il Passo Uarieu, calino alle sue spalle tagliando fuori i 70.000 uomini trincerati a Macallè.
Quel giorno il generale Dall’Ora, capo dell’intendenza, riceve ordine di ripiegamento e comincia a caricare i camion dello stato maggiore.
Si può immaginare cosa possa significare ripiegamento per una forza di 70.000 uomini con trecento camion e centinaia di cannoni che debbono ripiegare su un’unica strada, in parte considerevole ancora non finita, in una zona montagnosa. E poi: ripiegare dove? Si parlava di Adigrat, si parlava di rientrare nei confini eritrei; e tutto questo con una forza nemica che attacca di lato e un’altra forza nemica che insegue. Tutto questo senza sapere cosa sarebbe successo sul fianco destro dove Ras Immirù era già a contatto con gli italiani trincerati a Adua e Axum: se non attaccò anche lui come sarebbe stato logico è solo perché non aveva una radio con cui lo si potesse informare dell’attacco massiccio già cominciato alla sua sinistra e le comunicazioni con la sua armata si reggevano sulla velocità delle staffette. Gli stessi grandissimi atleti che oggi trionfano su tutte le lunghe distanze, ma pur sempre più lenti delle onde radio.
Badoglio in quei giorni e in quelle notti non può non aver pensato a Caporetto. Arrivano, messi in allarme dalle voci che già si diffondevano, il generale Simon Pietro Mattei e il colonnello Ruggero dei servizi segreti. Vedono i camion dello stato maggiore già caricati; ma è il colonnello e non il generale che incontra Badoglio a tu per tu e gli ricorda che ha ancora due divisioni di riserva e consiglia di impiegare subito la Brigata eritrea. La situazione è surreale, il racconto fatto successivamente dal generale Mattei non credibile.
Un colonnello che dà suggerimenti al comandante supremo? Si dovrebbe credere a un colonnello dello spionaggio che dà saggi consigli operativi al comandante in capo e che quello cambia opinione e modifica i suoi ordini? Piuttosto è da pensare che Ruggero in quel caso abbia superato, e di molto, i limiti concessi alla sua posizione e al suo grado.
Deve avergli parlato di Caporetto, deve aver fatto per forza minacce pesanti. Tradimento? Fucilazione? Fatto sta che Badoglio ritira l’ordine già impartito. Il 23 continuano gli attacchi di ras Cassà e la colonna di soccorso ancora non arriva. Badoglio passa la notte insonne nella sua tenda, in attesa di notizie che non arrivano. Solo la mattina del 24 gennaio arriva la notizia che la Colonna Vaccarisi ha raggiunto il Passo e gli italiani sono riusciti a sganciarsi e ad attestarsi sul Passo Abarò dove nel frattempo si erano attestati molti altri rinforzi.
Ras Cassà deve sganciarsi a sua volta e rientrare sulle precedenti posizioni.
La più grande spedizione coloniale della storia è salva per miracolo e Badoglio può riprendere la sua marcia su Addis Abeba, a un pelo da una seconda Caporetto, una seconda Adua.
Luciano Beolchi
- In realtà i primi marescialli dell’impero furono due, perché il medesimo re che aveva nominato Mussolini Primo Maresciallo dell’Impero non volle restargli indietro e si autonominò Primo Maresciallo anche lui. Ma chi dei due era il primissimo?[↩]
- Durante quei quarantacinque giorni ebbe anche il tempo di dirigere col socio Vittorio Emanuele III uno dei governi più antipopolari e anti-operai della storia d’Italia. I suoi nemici non erano né gli angloamericani né i tedeschi, ma erano sempre stati i comunisti.[↩]
- Luciano Beolchi, La vittoria di Adua, 14 febbraio 2024.[↩]
- Alessandro Barbero, Caporetto, Laterza, Bari, 2017.[↩]
- Angelo del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, Vol. II, Mondadori, 1992, pag. 473: Cassà, Immirù, Sejum.[↩]
- Angelo del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, Vol. II, Mondadori, 1992, pag. 451.[↩]
- Ivi, pag. 474.[↩][↩]
- Ivi, pag. 475, nota.[↩]
- Ibid.[↩][↩]
- Ivi, pag. 485.[↩]
- Ivi, pag. 486.[↩]
- Ivi, pag. 422.[↩]
