editoriali

Giù le mani

di Stefano
Galieni

La vittoria referendaria, con l’alta affluenza alle urne che, inaspettatamente, ha permesso di difendere quello che resta della Costituzione antifascista, più di una volta violata, la grande mobilitazione No Kings di cui in Italia abbiamo visto, ci si augura, solo l’inizio ma che in altri Paesi, in primis negli USA, sta scombussolando il quadro politico, sociale e culturale, ha provocato, almeno da noi reazioni contrapposte e speculari. Soprattutto per quanto riguarda i referendum è in atto la corsa ad intestarsi la vittoria. Vale per le forze di centro-sinistra, convinte di aver ritrovato una connessione sentimentale con il Paese, vale per i gruppuscoli frammentati della galassia della sinistra radicale, che hanno accolto quasi come dimostrazione del proprio approccio millenarista e testimoniale il risultato potendo dichiarare “avevamo ragione, quei 2 milioni di astenuti alle precedenti elezioni e che si sono ripresentati combattivi alle urne, sono ‘i nostri’”. E lì tutti a contendersi i volti e le parole delle tante e dei tanti, soprattutto molto giovani o molto anziani, che hanno sfidato il governo. Vale per chi già parla di nuove leadership attraverso meccanismi stantii di investitura, mediante un rituale da manuale di antropologia ottocentesca, o da reiterazione di stampo statunitense, come le primarie. Vale per le tante e i tanti giunti oramai al tramonto del proprio percorso politico e che, pur di non accettare il passaggio di testimone si ergono a roboanti declamatori di un presente di cui hanno capito ben poco. E sollevano non poca diffidenza anche coloro che, generazionalmente più giovani, si sentono già investiti di chissà quale ruolo assegnato loro da inesistenti masse pronte a seguirli, quasi come fossero rockstar da cui proviene un nuovo verbo.
E se invitassimo a diffidare, anzi a stare lontani da ognuno di questi approcci e di questi esempi atti unicamente a dimostrare l’immodificabilità della storia e dei percorsi? Proviamo a farlo partendo da un presupposto: non abbiamo alcuna verità in tasca, forse solo qualche striminzita intuizione e un briciolo di volontà di capire, tornando a fare, senza velleità, ricerca ed inchiesta. Le intuizioni sono scarse e forse espresse rozzamente: si tratta di persone, quelle incontrate nelle piazze come nei mille volantinaggi referendari, contrarie moralmente ed eticamente a guerra e riarmo, ad ogni forma di autoritarismo, che hanno ritrovato la capacità di stare insieme e che una vera connessione l’hanno trovata esclusivamente con chi gli è accanto nella quotidianità del vivere.
Negli approcci novecenteschi, mai superati, si è pericolosamente e superbamente convinti di poter suonare gli antichi pifferi per riacquistare credibilità. Ma la musica non funziona e scambiare un momento di una unità delle piazze festeggianti per la costruzione di una nuova certa alleanza popolare è quanto di più fuorviante si possa fare. Lo è almeno quanto quello di chi, col disprezzo tipico di una generazione sconfitta, mentre tentava di ascriversi il risultato referendario bollava come inutile se non stupida, costruita unicamente grazie alla montatura mediatica, la piazza di Roma di sabato 28 marzo. Forse dovremmo mettere  da parte paternalismi patetici, toni da professori di cattedre fatiscenti, in facoltà non più frequentate e provare ad ascoltare. E si accennano alcune tracce. Questo Paese almeno, ma alcune manifestazioni nel resto d’Europa sembrano andare nella stessa direzione, mostra di avere interessanti anticorpi ad oggi privi di reale e stabile rappresentanza politica e che, anzi, non sembrano volersi far rinchiudere in recinti costruiti da altri. Hanno votato ai referendum sul lavoro e la cittadinanza – se ad averne diritto fossero stati unicamente chi era compreso fra i 18 e i 35 anni di età, il quorum si sarebbe superato – non si sono appassionati tanto alle contese nel centro-sinistra, quanto ai tentativi egemonici operati da chi si ritiene più puro, sono tornati nelle piazze per Gaza e per la Global Sumud Flotilla e poi si sono spesi per difendere il dettato costituzionale dalla marea reazionaria. Vivono un potente e affatto ingenuo rifiuto delle ingiustizie. 

Hanno totalmente ragione? Anche questa è una domanda priva di senso e frutto di culture politiche capaci di interrogare solo se stesse. Esprimono però un disagio forte, non sembrano vivere nell’immodificabilità del presente ma, almeno in parte, a pensare a come sarà questo Paese fra 10, 20 anni se la fornace fascistoide non si arresta. Non nutrono fiducia tanto nelle figure che, anche a sinistra, sembrano rappresentare un’alternanza al quadro dominante, ma nemmeno verso chi si autoproclama alternativa pura e incontaminata. Bisogna parlarci con queste persone, soprattutto giovani, capaci di coniugare utopia e realismo, visione eticamente intransigente verso talune questioni di macro-politica (il no war come dogma) e contemporaneamente volontà di realizzare un fronte ampio per non far prevalere il sistema dominante. Ma fanno richieste alte, chiedono discontinuità visibile, rifuggono tanto dai proclami quanto dai leader di turno, quanto da mediazioni al ribasso. Sono ancora magma che si va formando, che potrà maturare proprie consapevolezze più strutturate anche in tempi brevi e che a loro volta potrebbero, se non tappate, produrre effetti che i boomer come chi scrive, definirebbero virali. Vogliono piazze plurali e luoghi di discussione privi di steccati, sembrano rifuggire ogni forma di violenza, anche estetica ma esprimono profonda radicalità.
Ci sono elementi che accomunano le manifestazioni per Gaza, per i referendum, col nascente fervore “No Kings”. Intanto, dai primi elementi statistici, la concentrazione soprattutto nelle periferie abbandonate delle grandi città. Un esempio per tutte, nella capitale hanno prevalso i sì nelle zone della Roma bene e dei ceti alti, a cui tutto sommato, un esecutivo forte, in grado di controllare il potere giudiziario indirizzandone i percorsi, risultava anche comodo. I no hanno invece avuto la meglio – e questo è un dato estremamente significativo – nelle periferie della città, soprattutto fra chi, pur avendo un buon livello di istruzione, subisce il precariato del mercato del lavoro, la fatica quasi quotidiana di inventarsi un presente e un futuro. Ancor di più questa tendenza si è diffusa nel Mezzogiorno. “Terreni di caccia” su cui sembravano dover far presa le destre – cosa che finora era accaduta – e che si sono rivelate il vero ventre molle del potere neoliberista e guerrafondaio. 

Persone che oggi guarderanno verso un’inesistente alternativa di sinistra come ci si volge verso il “sol dell’avvenire?”. Difficile, ad occhio, se almeno, chi si propone, non riuscirà a riacquisire il valore della partecipazione come elemento strutturale del proprio essere, altro che realismo in nome della governabilità. Se almeno ci si pone nell’ottica di andare verso le prossime elezioni politiche, con l’obiettivo di cacciare un governo fallimentare e impresentabile, si dovrà (o almeno dovrebbe) tenere conto di questa volontà che può rappresentare il fallimento di ogni svolta neo autoritaria. Bisognerebbe chiedere e chiedersi, piuttosto che decidere a priori, proporre programmi minimi di base da sottoporre ad attenta e faticosa analisi – altro che primarie –, non confidare nell’illusoria certezza che, in nome della cacciata di un governo suprematista, si sia disposti ad ingoiare ogni rospo, sia esso connesso alla politica estera, a quelle ambientali, al tema complesso dei diritti, del lavoro, dei bisogni concreti e palpabili. Una sfida enorme che forse oggi, dopo aver scoperto di avere incubato più anticorpi del previsto, al procedere verso un mondo senza storia e pronto a precipitare nel baratro di conflitti senza ritorno, è da percorrere in pieno, anche lasciando che emergano nuovi protagonismi non sclerotizzati in rappresentazioni di un’epoca che è terminata. 

È trascorso oramai un quarto di secolo dalla magnifica contestazione al G8 di Genova. In contesti ora completamente modificati, quella generazione aveva compreso a pieno la china del modello di sviluppo neoliberista e  tentava di contrastarla, anche simbolicamente violando le zone rosse. Oggi, dopo 25 anni di errori, oggettivi e soggettivi, le “zone rosse”, i muri, da varcare riempiono le vite come elemento costante, fanno parte del dedalo in cui ci si deve immergere ogni mattina per superare indenni la giornata. Lasciamo che vengano violate, senza pretendere di spiegare come farlo. Di sbagli ne abbiamo commessi già abbastanza per contro nostro per poterci permettere di indicare una rotta.

Stefano Galieni

P.S. a voler evitare accuse di pseudo-giovanilismo si intende con questo contributo evidenziare come il tema fondante degli errori e della scarsa credibilità di chi avanza proposte non ha carattere esclusivamente generazionale quanto di incapacità di rendere le proprie culture politiche in connessione con la realtà attuale.

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1 Commento. Nuovo commento

  • Marcello Maria Pesarini
    01/04/2026 18:22

    Esprimo la mia approvazione proprio dopo avere letto le ultime righe. Mi trovo come un pesce fuor d’acqua, altro che Mao-Tse-Tung, quando sento un 28enne disperdersi in interventi difficili da seguire nei quali sembra voler colonizzare masse di coetanei.Ma non penso che lo faccia in mala fede. Evidentemente ci auto assegniamo compiti seriosi perché ci convinciamo che servano. Altri non riescono più a dialogare con le strutture che hai descritto, e tentano nel “fare”, in piccoli gruppi di “auto aiuto” di nutrirsi di quella concretezza fatta di piccoli risultati quotidiani, avendo con i rappresentanti in Parlamento un rapporto schietto e laico, perché ci sono luoghi, sempre maggiori, dopo le carceri e i car, dove è sempre più difficile entrare, ed i cui occupanti non conoscono diritti. La rete dovrebbe arrivare anche a loro, non solo dicendo “Bello come un carcere che brucia” in parata

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