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Fare leva sui “vinti” per sollevare il mondo sociale

di Salvatore
Lucchese

Nel saggio del 1898 La questione meridionale, Salvemini indica nell’accentramento burocratico-politico il primo dei mali di cui non soffre solo il Mezzogiorno, ma l’intera nazione. Al di là dell’ideologia del “buon governo”, lo Stato monarchico-liberale viene smascherato dal giovane socialista pugliese come strumento di oppressione fiscale e militare da parte delle classi dominanti nei confronti delle classi lavoratrici uscite sconfitte dal processo di unificazione nazionale.

Da ciò, secondo Salvemini, l’origine della seconda malattia: lo sfruttamento economico del Sud ad opera del Settentrione Nord. Sfruttamento che non riguarda tutte le classi sociali meridionali, ma si riversava prevalentemente sulle sue masse rurali. La terza malattia di cui, sempre secondo Salvemini, soffre il Mezzogiorno è la sua struttura sociale semifeudale.

Essendo lo Stato monarchico ed accentratore l’origine dei mali di cui soffre il Meridione, è necessario lottare per la formazione di uno Stato nuovo, che faccia quello che lo Stato attuale, nonostante le illusioni dei liberali, non può fare. Tuttavia, lo stesso tema dell’innovazione politico-istituzionale non può essere il frutto di una semplice operazione di ingegneria istituzionale, ma, osserva Salvemini, è un problema politico, che, in quanto tale, presuppone la risposta ad un altro problema fondamentale: “la questione […] sta piuttosto nel sapere se esista nell’Italia meridionale una forza capace di attuare – con o senza violenza, poco importa – le riforme da tutti ritenute necessarie. Datemi un punto d’appoggio, diceva Archimede, e vi solleverò il mondo; ma il punto d’appoggio non lo trovò mai e il mondo se ne rimase tranquillo al suo posto. C’è nell’Italia meridionale un punto d’appoggio, su cui si possa fare leva per sollevare il mondo sociale? O, in altre parole, c’è nell’Italia meridionale un partito riformista? E se non c’è, è possibile che sorga? E quali sono le persone che lo comporranno?”.

Sulla base della lezione marxiana da lui desunta dalla lettura delle sue opere storiche e politiche, Salvemini si pone chiaramente il compito di effettuare un’analisi di classe, in modo tale da individuare nel Mezzogiorno un soggetto sociale interessato a realizzare tutte le riforme necessarie a risollevare le sorti del Sud.

Secondo il pugliese, né i latifondisti né la piccola borghesia possono essere considerati delle classi riformiste, in quanto traggono vari vantaggi dall’ordinamento vigente. Solo le masse rurali, i “vinti”, a parere di Salvemini, rappresentano la classe potenzialmente rivoluzionaria.

Ferme restando le profonde differenze che intercorrono tra la struttura sociale del Sud nel XIX secolo e quella del Meridione nel XXI secolo, la lezione meridionalista di Salvemini può essere considerata ancora attuale, in quanto propone di unificare le “due Italie” non sulla base di generici appelli moralistici o di tentativi di persuasione che, purtroppo, come dimostra l’attuale recrudescenza del gap Nord-Sud, trovano il tempo che trovano, ma propone di risolvere la questione meridionale in un’ottica unitaria tramite il diretto protagonismo delle classi popolari sfruttate.

Una prospettiva di meridionalismo di critica sociale e di lotta politica rilanciata negli ultimi anni dal Laboratorio di riscossa per il Sud, in modo tale da potere dare “gambe”, “braccia” ed altre “teste” a quella prospettiva euro-mediterranea che il meridionalismo dei “professori” può solo teorizzare e proporre, ma non attuare.

Salvatore Lucchese

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