In questa estate infuocata un nuovo termine ha occupato le cronache quotidiane le analisi sulle condizioni di vita ed è quello di ‘rifugio climatico’ che definisce luoghi dove ci sia un sollievo rispetto alle temperature estreme, ma contemporaneamente evoca un orizzonte apocalittico nel quale si cerchi un rifugio per aver salva la vita ed in effetti per migliaia di persone di quello si tratta. La condizione di fragilità ha portato alla morte di qualche migliaio di persone, per lo più anziani, e lavoratori costretti a lavorare in condizioni disumane. Come sempre l’esito più drammatico è la punta dell’iceberg di una condizione di sofferenza ben più estesa, che segna confini di classe, mappa delle diseguaglianze sociali, tra chi è in grado di costruirsi il proprio ‘rifugio climatico’ e chi invece impossibilitato dove semplicemente cercare di sopravvivere.
Viene messa in discussione l’organizzazione complessiva, l’architettura degli insediamenti, la struttura delle città e di ogni edificio; certo gli eventi metereologici di questa estate boreale non giungono inaspettati per le ricerche sul clima i cui modelli sempre più affinati descrivono da cenni il procedere del riscaldamento globale e la mappa conseguente delle crisi climatiche nelle diverse regioni del globo. I servizi giornalistici ci informano del livello di adattamento delle città e aree metropolitane, una mappa nella quale non spiccano certo le città del nostro paese, la capacità di intervento di tutte le amministrazioni che si sono succedute negli anni.
Il nostro non è un paese che non sia avvezzo a crisi e disastri di vario genere; un precario equilibrio idrogeologico ha riempito le cronache di alluvioni, frane e allagamenti, mentre il carattere sismico di gran parte del territorio nazionale si manifestato nella successione di terremoti con il loro carico di vittime e distruzioni. In questi giorni ricorre il decennale del terremoto in centro Italia che ha fatto 290 morti mentre l’opera di ricostruzione per l’ennesima volta procede a rilento come ci raccontano i servizi giornalistici e come per altri sismi abbiamo avuto modo di verificare quasi sempre. Nel ricordo di chi scrive si torna al terremoto del Friuli e a quello dell’Irpinia, poi all’Aquila. Una serie di eventi che ha portato a diversi interventi legislativi1, senza che ne sia derivata una effettiva ristrutturazione, riconversione del patrimonio di costruzioni dalle città ai paesi più sperduti.
L’elenco delle norme riportate in nota è il prodotto di una interrogazione all’I.A. di Google, ad una successiva domanda così risponde: “No, non esiste una mappa dinamica o catastale che mostri l’effettivo livello di adeguamento antisismico di ogni singolo edificio privato in Italia”.
Questo accade perché lo Stato italiano non dispone di un registro centralizzato contenente i dati strutturali o i collaudi statici di tutte le proprietà private. Tuttavia, lo Stato, le università e gli enti di ricerca utilizzano mappe statistiche della vulnerabilità e mappe della pericolosità, che incrociano parametri specifici per stimare lo stato di sicurezza del nostro patrimonio abitativo.
Del resto nelle cronache relative al terremoto del 2016, si ricorda di come su edifici vetusti fossero state appoggiate pesanti strutture in cemento armato; sotto le forti sollecitazioni le strutture più antiche non sono state in grado di reggerne il peso, col risultato che l’intero edificio è stato schiacciato sotto il peso del cemento armato2.
Le cronache dei cosiddetti ‘disastri naturali’ -che naturali non sono- riportano poi frane, allagamenti e alluvioni, prodotto di un processo di antropizzazione, di irreggimentazione dei corsi d’acqua, con l’edificazione nelle aree di sfogo e di movimento dei fiumi, di malgoverno governo dei versanti montani in termini sia di abbandono che di disboscamento. La configurazione idrogeologica del nostro paese e la relativa diffusione degli insediamenti abitativi e produttivi, delle infrastrutture, hanno bloccato le dinamiche naturali di cambiamento, con l’ipotesi di fatto di porre imporre un regime statico a un qualcosa che è soggetto a dinamiche di cambiamento costanti.
Il cambiamento climatico si traduce nell’intensificazione e nella maggior frequenza degli eventi estremi, per alcuni dei quali come le ‘ondate di calore’ che stiamo sperimentando la successione degli eventi produce alla fine un continuo che caratterizza molta parte della stagione estiva. Va per la maggiore la battuta per cui questa estate sarà la più fresca da oggi ai prossimi anni.
Siamo tutti in attesa di conoscere quali eventi disastrosi alimenterà il riscaldamento dei nostri mari, la quantità di energia accumulata in essi e nell’atmosfera quando irromperanno correnti fredde dal nord, secondo uno schema che abbiamo imparato a conoscere, esaltato dalla fragilità degli equilibri ambientali, idrogeologici dei territori del nostro paese.
L’unica risposta strutturale nei decenni passati che possiamo evidenziare è la nascita della Protezione Civile’ che prende forma dopo il terremoto dell’Irpinia3, mentre la capacità complessiva di riorganizzare quelli che possiamo chiamare in generale processi di antropizzazione del territorio e dell’ambiente sono pressoché assenti in termini globali.
Se in questi giorni e settimane si si discute delle ondate di calore nel nostro paese altrove, le note precedenti ci avvertono che l’impatto del cambiamento climatico sul nostro paese sarà sempre più forte e disastroso e colpirà ogni aspetto della nostra vita quotidiana ed ogni insediamento, infrastruttura, ambiente e comunità. Se dobbiamo basarci sulle dichiarazioni dell’ineffabile ministro per l’ambiente Gilberto Picchetto Fratin, che ‘menando il can per l’aia’ in buona sostanza assume una posizione se non negazionista – certamente straordinariamente riduttiva- rispetto al riscaldamento globale e alla conseguente crisi climatica.
Possiamo estrarre dalla sua intervista a ‘La Repubblica’ le frasi seguenti. «Ribadisco che il Green Deal europeo è eccessivamente ideologico, al punto da non aver previsto i danni che avrebbe fatto: ha distrutto un settore come l’automotive in Germania, che automaticamente significa distruggerlo in Italia» (…)
Lei e i suoi colleghi di governo siete al corrente delle previsioni dei climatologi per i prossimi mesi? Un autunno particolarmente piovoso, il 2027 che con El Nino potrebbe essere l’anno più caldo della storia… Ne parlate in Consiglio dei Ministri?
«È un luogo di decisioni, non di convegni. Però siamo consapevoli che è il grande tema del futuro».
Se così si esprime il ministro, con parole che dimostrano tutta la sua ignoranza sulle trasformazioni in corso nell’ automotive trainate innanzitutto dall’industria cinese, ci si chiede quale comprensione abbiano dell’avanzare della crisi climatica le diverse associazioni di categoria, a partire dagli agricoltori che vedono distrutti in gran parte i raccolti, sino a quelle commerciali e industriali che nulla hanno fatto se non opporsi al Green deal dell’Unione Europea. La Confindustria a partire dal suo presidente nel 2024 richiede un approccio richiede un ‘approccio più realistico e graduale’4, in questo appoggiandosi ad un passaggio del famoso rapporto Draghi in cui si afferma che i supporti finanziari per la transizione energetica potrebbero non essere sufficienti.
L’inadeguatezza delle classi dirigenti
In buona sostanza, a parte l’opposizione ideologica della destra ad ogni discorso sul cambiamento climatico, è evidente come l’insieme delle categorie economiche mettano la testa nella sabbia, non si proiettino in un futuro peraltro poco lontano anzi imminente. Per quanto riguarda le classi dirigenti del nostro paese nel loro complesso, certo non ci si può stupire della loro mancanza di lungimiranza se si ripercorrono gli ultimi decenni a partire dalla crisi della lira all’inizio degli anni ’90, e le trasformazioni dell’insieme dell’apparato produttivo, dove la riduzione dei salari reali ha fatto gioco sugli investimenti e l’aumento della produttività. Quanto alla capacità di affrontare la necessaria transizione energetica basta osservare come lo sviluppo delle fonti di energia rinnovabili stia procedendo in maniera selvaggia, soprattutto per il fotovoltaico, senza una pianificazione che preservi l’ambiente e sfrutti le opportunità del patrimonio edilizio e infrastrutturale, dopo decenni di cementificazione del territorio, con un consumo di suolo che accenna ad arrestarsi.
Nell’affrontare le prospettive drammatiche che il cambiamento climatico per ogni aspetto delle nostre società si esprime il carattere più generale delle dinamiche della formazione sociale del nostro paese, così come si sono venute costituendo negli ultimi decenni. Se vogliamo questo è un ulteriore indizio del fatto che la crisi climatica non rappresenta una sezione particolare per quanto rilevante delle trasformazioni in corso nella formazione sociale globale, ma un fattore che si innesta in ogni aspetto della riproduzione sociale di ogni formazione sociale, della formazione sociale globale. Non c’è filiera produttiva, assetto territoriale, composizione sociale che si possa sottrarre ai suoi effetti.
Accomodamento vs mitigazione
La ricerca di un ‘rifugio climatico’, da cui siamo partiti, a livello globale già da ora e sempre di più nei prossimi decenni si traduce nella migrazione forzata di decine di milioni di persone ogni anno, mentre la competizione per risorse sempre più scarse, costituite da contesti ambientali vivibili e le risorse fondamentali a partire dall’acqua non può che tradursi in un incremento dei conflitti, nella forma delle guerre tra stati e nelle guerre civili. In ogni paese, anche quelli più avanzati dal punto di vista economico, una quota sempre maggiore di risorse sarà dedicata necessariamente all’accomodamento al cambiamento climatico, con una esaltazione inevitabile delle diseguaglianze sociali.
In realtà si parla sempre di più di accomodamento e con sempre maggiore difficoltà di mitigazione, poiché nonostante l’utilizzo crescente di fonti di energia rinnovabili in paesi come la Cina, il consumo di energia per unità di prodotto è tale da imporre l’utilizzo delle fonti fossili, carbone, metano e petrolio; non è all’orizzonte una sostanziale riduzione a livello globale nell’emissione di gas serra.
Tra gli eventi catastrofici che si sono accumulati in questi mesi estivi sono incendi che hanno devastato decine di migliaia di ettari di boschi e foreste, destinati a modificare ulteriormente il clima in un circolo vizioso producendo dinamiche non lineari. Non solo il cambiamento climatico è destinato di per sé produrre dei cambiamenti sostanziali, come “La futura transizione dalle foreste alle macchie e alle praterie nell’ovest degli Stati Uniti dovrebbe ridurre l’immagazzinamento di carbonio”5. Cambiamenti improvvisi estesi e radicali dovuti ad eventi estremi e cambiamenti progressivi sommano i loro effetti nella trasformazione del clima e degli ecosistemi, in reciproca relazione.
Una delle poste in gioco fondamentali, di cui abbiamo parlato più volte è il funzionamento dell’AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation) il sistema di correnti che trasportano calore e salinità nell’oceano Atlantico di cui noi conosciamo il segmento chiamato Corrente del Golfo che garantisce temperature più miti all’Europa occidentale. Tra uno degli effetti del riscaldamento globale può essere il blocco dell’AMOC con conseguenze facilmente immaginabili. Gli ultimi studi purtroppo avvicinano la possibilità di quel momento. Ciò sarebbe dovuto al fatto che la causa del rallentamento addirittura del blocco non sarebbe la quantità di anidride carbonica presente nell’atmosfera, ma dalla velocità con cui questa si produce, che è quanto sta succedendo.
“Dimostriamo esplicitamente che l’AMOC rimane stabile fino a +5,5 °C di riscaldamento globale. Al contrario, con rampe di CO2 più rapide, l’AMOC collassa a livelli di riscaldamento sostanzialmente più bassi (+2 °C). I nostri risultati dimostrano il ribaltamento AMOC indotto dal tasso e implicano che limitare il tasso di emissioni è fondamentale per ridurre il rischio di un collasso AMOC”6.
Allo stato attuale di (non) realizzazione della transizione energetica trasformazioni epocali sembrano inevitabili, mentre ne subiamo anticipazioni significative. Purtroppo non sembra che forze politiche, governanti, classi dirigenti e opinione pubblica ne siano consapevoli.
Energia e informazione
La forma di ogni società modo di produzione può essere parametrizzata su due dimensioni fondamentali, astratte tanto quanto materiali, l’energia e l’informazione, la forza motrice ed i mezzi di trasmissione della conoscenza. L’invenzione della stampa ha preceduto di molti secoli la realizzazione di fonti di energia non naturali, forza animale, umana, il vento e l’acqua. L’epoca industriale inizia di fatto con l’uso della forza propulsiva delle macchine e vapore. L’era industriale, nelle sue varie fasi, fa un salto di qualità con le macchine in grado di trattare massicciamente, con mezzi non puramente meccanici l’informazione. Il flusso informativo innerva ogni processo di trasformazione materiale, produttiva, sociale e relazionale. La cosiddetta società dell’informazione si è caratterizzata per una capacità di miniaturizzazione dei dispositivi di trattamento dell’informazione, con una loro diffusione pervasiva in ogni processo, con una loro aggregazione in apparati con una potenza di calcolo ed elaborazione dati che è cresciuta esponenzialmente. Sino all’attuale sviluppo dell’ecosistema tecnologico dell’Intelligenza Artificiale. Tuttavia se già le leggi della termodinamica avevano legato con Boltzmann l’Entropia alla quantità di informazione presente in un sistema, la probabilità dei suoi differenti stati, trattare l’informazione richiede quantità crescenti di energia e di risorse fisiche in generale, poiché la quantità di informazione da trattare è rappresentata da una curva che cresce assai più rapidamente della capacità unitaria di elaborazione, di miniaturizzazione dei dispositivi.
L’esplosione dell’I.A. richiede la messa in campo di potenza di elaborazione crescenti che si materializza nei cosiddetti Data Center (DC) che per il loro funzionamento richiedono quote crescenti di energia e di acqua per il loro raffreddamento, laddove l’utilizzo di sistemi di raffreddamento più efficienti pone comunque il problema dello smaltimento del calore creato. Gli Stati Uniti sono la regione del globo dove si concentra la gran parte dei DC -in particolare di quegli impianti per i quali l’unità del consumo energetico non è megawatt ma il gigawatt- e dove l’opposizione dei cittadini al loro insediamento emerge con sempre maggior forza e frequenza, con una conversione anche di quelle amministrazioni, di quei governatori di stato che avevano patrocinato la diffusione dei DC nei loro territori. La crescita dell’utilizzo dell’I.A. nelle sue varie forme, non sembra conoscere soste ciò complica l’opposizione alla diffusione dei DC e richiede una articolazione degli obiettivi della critica, un rimando dalla condizione locale a quella globale, passando per i diversi livelli e sezioni settoriali.
Mentre la diffusione dei DC ha impatti significativi dal punto di vista ambientale e del consumo energetico, la stessa tecnologia dell’I.A. le potenzialità di trattamento dell’informazione di sistemo complessi come sono il clima e gli ecosistemi, questa potenzialità non viene attualizzata così come la trasformazione dei processi produttivi, lavorativi, relazionali e di governo in generale delle società non vengono certamente utilizzati per ridurre le differenze sociali, al contrario a livello globale vediamo aumentare la concentrazione del potere e della ricchezza. Come sempre accade le ‘promesse’ affidate al nuovo sistema tecnologico si traducono in un super-ottimismo finanziario, super-valorizzazione finanziaria con la creazione di una bolla destinata inevitabilmente prima o poi ad esplodere. Sulla circolarità dei flussi finanziari nel settore si è già detto con il ruolo di Nvidia di finanziatore delle società che a loro volta acquistano i suoi dispositivi di elaborazione.
Ciò che è certo è il ruolo distruttivo dell’I.A. nei confronti degli attuali rapporti di produzione secondo dinamiche che ancora aspettano il nascere di conflitti, forme di lotta e organizzazione, in grado di agire al livello della trasformazione in atto.
L’impatto della crisi climatica e quello delle tecnologie dell’I.A. agiscono come due onde che investono ogni aspetto delle nostre società, le cui onde si rifrangono le une sulle altre, come alla confluenza di due fiumi. Laddove sarebbe necessario un coordinamento globale di questi processi di trasformazione così radicali e potenti, assistiamo invece ad un loro diffondersi secondo i più classici rapporti di potere, di competizione entro il sistema capitalistico.
La creazione di coalizioni sociali all’altezza della posta in gioco è cosa necessaria, ancora una volta a partire dalla condizione di sofferenza degli ultimi, dalla capacità di elaborare e condividere conoscenza in ogni singolo conflitto e nella loro connessione più a ampia.
A sarà dura, come dicono in Val di Susa.
Roberto Rosso
- Il principale riferimento normativo in Italia per i criteri di costruzione antisismica è costituito dalle Norme Tecniche per le Costruzioni (NTC 2018), approvate con il decreto ministeriale 17 gennaio 2018 e integrate nel quadro del Testo Unico dell’Edilizia (DPR n. 380/2001).
I pilastri della legislazione antisismica:
- DPR 380/2001 (Testo Unico dell’Edilizia): È la legge quadro nazionale che disciplina l’attività edilizia. Contiene le norme specifiche per le zone sismiche (articoli 83 e seguenti) e definisce gli obblighi amministrativi, come la denuncia dei lavori e l’obbligo di autorizzazione o deposito presso il Genio Civile.
- NTC 2018 (D.M. 17 gennaio 2018): Rappresentano il testo tecnico operativo obbligatorio per i progettisti. Impongono il calcolo strutturale basato sul metodo degli “stati limite” (verificando che l’edificio resista a diversi livelli di intensità sismica senza crollare o mettere in pericolo vite umane).
- Ordinanza PCM n. 3274/2003: Ha rivoluzionato la classificazione del territorio nazionale, suddividendolo in quattro zone sismiche (dalla Zona 1, la più pericolosa, alla Zona 4, la meno pericolosa) in base a criteri probabilistici moderni, stabilendo dove e come applicare i vincoli progettuali.
- Legge n. 64/1974: Storica legge di riferimento che ha introdotto per la prima volta in modo organico i provvedimenti tecnici, costruttivi e la classificazione per le costruzioni in zona sismica. [↩]
- https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/09/08/terremoto-tetti-in-cemento-armato-aumentano-rischio-crolli-non-solo-ad-amatrice-molto-diffusi-in-passato/3018322/.[↩]
- 1970 (Legge n. 996): è la prima vera norma organica. Affida però la gestione delle emergenze e dei soccorsi quasi interamente al Ministero dell’Interno, concentrandosi solo sul dopo-catastrofe.
- 1980 (terremoto in Irpinia): I gravi ritardi e la mancanza di coordinamento nei soccorsi spingono a una svolta radicale.
- 1982 (29 aprile): Nasce il Dipartimento della Protezione Civile presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il suo “padre fondatore” è Giuseppe Zamberletti.
- 1992 (24 febbraio): La Legge 225 fonda il Servizio Nazionale vero e proprio. Integra Stato, regioni, comuni e volontariato in un unico sistema, puntando non solo sul soccorso, ma su previsione e prevenzione.[↩]
- https://www.startmag.it/energia/confindustria-green-deal-relazione-orsini/.[↩]
- https://ww.nature.com/articles/s43247-024-01253-6.[↩]
- https://www.nature.com/articles/s41558-026-02730-w?fbclid=Iwb21leAT7Zb9jbGNrBPtlu3Bkb2YFZXh0bgNhZW0CMTEAc3J0YwZhcHBfaWQMMzUwNjg1NTMxNzI4AAEeWa1nNLXak9z2_wMsartaZljtWKlE1D3GoucFdUURd7x3kClvHoooIsp2vro_aem_832gTalv6lo_6JbTIOK65A&utm_id=97758_v0_s00_e0_tv2_a1demonsrf72wr.[↩]
