Il Forum Sociale Mondiale di Cotonou (Benin) dell’agosto 2026 può apparire periferico dalla prospettiva europea, dove l’altermondialismo ha da tempo perduto la centralità dei primi anni Duemila. Ma è precisamente questa apparente perifericità a nascondere il dato politicamente più interessante. Per alcuni giorni, in Benin, l’Africa non è stata il continente sul quale altri discutevano, né il destinatario di strategie di sviluppo, politiche migratorie o programmi climatici elaborati altrove. È stata, in misura largamente maggioritaria, il luogo sociale e politico dal quale sono state formulate le domande sul mondo. Più delle singole risoluzioni o conferenze, è questa inversione dello sguardo a dare significato al Forum.
Lo svolgimento dell’evento è rimasto incerto fino all’ultimo. Il 21 luglio le autorità del Benin – una democrazia “postcoloniale” sempre meno democratica – avevano comunicato che non ne avrebbero autorizzato la realizzazione; sono poi state vietate la manifestazione inaugurale, mentre alcune delegazioni venivano respinte all’aeroporto e le carovane dell’Africa occidentale e centrale bloccate alle frontiere. Solo il 5 agosto, a Forum già iniziato, il governo ha concesso l’autorizzazione ufficiale, permettendo la prosecuzione delle attività e il rientro delle carovane. I cambi di orario e di sede hanno compromesso parte del programma e determinato la mancata realizzazione di numerosi incontri.
L’analisi delle attività originariamente proposte e delle organizzazioni registrate consente tuttavia di integrare e confermare su una base documentaria più ampia l’osservazione diretta e le impressioni che ho riportato dalla partecipazione al Forum sulla composizione sociale del Forum e l’agenda portata a Cotonou. Le registrazioni corrispondono a circa 802 organizzazioni distinte, delle quali 671, quasi l’84 per cento, sono africane. Il dato è influenzato dal peso del Benin, che da solo concentra quasi trecento organizzazioni; ma non dipende da esso: escludendo il paese ospitante rimangono circa 380 organizzazioni provenienti dal resto dell’Africa, una massa organizzativa largamente superiore alla somma delle presenze europee, asiatiche e americane. Non si tratta dunque semplicemente di un Forum organizzato geograficamente in Africa. Il suo baricentro sociale era africano.
Questa distinzione modifica il significato politico della partecipazione. Un evento internazionale può svolgersi in Africa continuando a essere costruito intorno alle priorità e alle risorse delle grandi organizzazioni occidentali. Cotonou mostra una configurazione diversa. Nel repertorio compaiono ONG professionali e reti internazionali, ma anche cooperative di trasformatrici di riso e manioca, associazioni di pescatori, lavoratrici domestiche, sindacati dell’economia informale, produttori agricoli, movimenti per le sementi contadine, organizzazioni giovanili e femministe, reti climatiche e strutture per la difesa della terra. Accanto a reti internazionali come la Via Campesina, al CADTM o alla World March of Women si incontrano soggetti africani costruiti intorno alla produzione, al lavoro, alla sopravvivenza economica e al territorio, oltre che associazioni ed ONG.
È precisamente questa Africa che dall’Europa vediamo molto poco. La rappresentazione europea del continente resta selettiva: vediamo l’Africa quando le sue crisi raggiungono le nostre frontiere, quando i conflitti modificano gli equilibri geopolitici o quando le risorse diventano indispensabili alle nostre industrie. Vediamo il Sahel attraverso il terrorismo, il Mediterraneo attraverso le migrazioni, il Congo attraverso il cobalto, il Sudan attraverso la guerra. Molto meno visibile è l’Africa nella quale contadini, donne, lavoratori, giovani e comunità locali costruiscono organizzazioni, producono sapere politico e stabiliscono relazioni transnazionali senza che il passaggio attraverso le capitali europee sia condizione della loro esistenza.
Non solo un’agenda tematica, ma una politica delle convergenze
La classificazione delle 382 attività permette di comprendere meglio la funzione politica del Forum. Il gruppo numericamente più importante riguarda convergenze, movimenti sociali e futuro del FSM: 53 attività, il 13,9 per cento. Seguono clima, ambiente ed estrattivismo con 49, terra, agricoltura e sovranità alimentare con 42, giovani, educazione e inclusione con 35, femminismi con 34, pace, conflitti, disarmo e autodeterminazione con 34, economia, debito, lavoro e protezione sociale con 29, decolonizzazione, antirazzismo e panafricanismo con 23. Non sono compartimenti impermeabili: un incontro sulla terra può essere femminista, una discussione sul debito anche climatica, un seminario sull’estrattivismo anche decoloniale. È questa sovrapposizione a spiegare la natura del Forum.
Il Forum non riproduce semplicemente la composizione dei partecipanti. Produce qualcosa: trasforma problemi settoriali in un linguaggio politico comune. Una lotta per le sementi incontra la critica del debito; una mobilitazione femminista riconosce la propria relazione con l’estrattivismo; la migrazione viene riletta attraverso razzismo e gerarchia dei passaporti. L’incontro rende reciprocamente traducibili lotte differenti. Non produce necessariamente unità; produce però le condizioni perché soggetti diversi riconoscano strutture comuni nei problemi affrontati localmente.
Per molte organizzazioni il FSM non cominciava a Cotonou e non termina con la chiusura dei seminari. È una tappa di processi politici e territoriali iniziati prima e destinati a continuare dopo. La Convergence Globale des Luttes pour la Terre et l’Eau Ouest Africaine ne è l’esempio più evidente: il percorso attraverso diversi paesi trasformava le tappe in momenti di mobilitazione e confronto sui diritti fondiari, sulle sementi contadine, sull’acqua e sulle risorse. Cotonou era il punto nel quale esperienze territoriali differenti potevano riconoscersi come parti di una stessa lotta. Nella stessa logica, il percorso si collegava alla costruzione dell’African Climate Justice Caravan e alle successive mobilitazioni climatiche: il Forum come passaggio, non come conclusione.
Terra, acqua, semi: i diritti umani sono cose materiali
Una delle caratteristiche più evidenti di Cotonou è la concretezza con cui vengono declinati concetti che nel discorso istituzionale occidentale assumono spesso forma astratta. I diritti umani, per molte organizzazioni presenti, significano terra, acqua, sementi, possibilità di coltivare, accesso alla pesca, libertà di produrre senza dipendere da un brevetto o da una multinazionale. Terra e sovranità alimentare costituiscono uno dei nuclei principali del programma, forse quello più attivamente realizzato, con 42 attività e una rete che comprende CGLTE-OA, AFSA, COPAGEN, COASP, Enda Pronat, Nous Sommes la Solution, PNOPPA-Bénin, cooperative e organizzazioni contadine; dopo anni di assenza, anche la Via Campesina ha partecipato al Forum.
La sovranità alimentare assume qui un significato radicalmente diverso dalla semplice autosufficienza. La questione è chi controlli terra, raccolto, acqua e sementi; quali vincoli impongano le imprese agroalimentari; quale rapporto debba esistere tra agricoltura contadina e agroindustria e, soprattutto, chi abbia il potere di decidere che cosa produrre e per chi. Accaparramento fondiario, sementi contadine, agroecologia, riforma agraria e resistenza all’industrializzazione dei sistemi alimentari non sono separabili dal funzionamento dell’economia mondiale: attraverso di essi si decide quanta autodeterminazione possano conservare comunità la cui sopravvivenza dipende dal territorio. Dietro questa centralità persiste una questione coloniale che non riguarda soltanto la memoria, ma il controllo presente delle risorse.
Debito, estrattivismo e colonizzazione dell’atmosfera
La stessa domanda ritorna nel modo in cui vengono discussi debito e clima. Il debito non appare soltanto come problema finanziario, ma come una delle strutture attraverso le quali l’indipendenza formale degli Stati convive con una capacità di decisione economica limitata. Governi con margini fiscali ridotti destinano risorse crescenti agli interessi dul debito, comprimendo sanità, educazione, protezione sociale e adattamento climatico; contemporaneamente la necessità di ottenere valuta e attrarre capitali rafforza la pressione verso esportazione di materie prime e progetti estrattivi. Il paradosso rimane politicamente intollerabile: territori tra i più ricchi di risorse strategiche continuano a ospitare popolazioni escluse dai servizi essenziali e dal valore prodotto attraverso quelle stesse risorse.
È dentro questa contraddizione che la parola «neocolonialismo», molto presente a Cotonou, assume il suo significato attuale: fino a che punto l’indipendenza politica può essere effettiva quando i meccanismi finanziari, tecnologici e commerciali che delimitano le possibilità dello sviluppo rimangono organizzati attraverso profonde asimmetrie?
La discussione climatica radicalizza lo stesso ragionamento. Con 49 seminari e oltre cento organizzazioni riconducibili soprattutto a clima, ambiente ed estrattivismo, Cotonou mostra un ambientalismo africano tutt’altro che marginale e molto diverso dalla rappresentazione tecnocratica della transizione ecologica. La questione climatica, in Africa, è questione di diritto alla vita e di diritto a decidere dove vivere. Molte organizzazioni non chiedono semplicemente più finanziamenti o tecnologie più efficienti: contestano il diritto dei paesi industrializzati e delle grandi imprese di definire unilateralmente che cosa costituisca una «soluzione», criticando mercati del carbonio, REDD+, compensazioni, «false soluzioni». E poi c’è il Green Colonialism: se la transizione globale richiederà quantità crescenti di minerali estratti in Africa mentre trasformazione industriale e valore aggiunto continueranno a concentrarsi altrove, la decarbonizzazione occidentale rischia di produrre una nuova fase dell’estrattivismo africano.
La nozione di debito climatico rovescia poi il linguaggio tradizionale della cooperazione: non paesi industrializzati generosamente chiamati ad aiutare società vulnerabili, ma una minoranza mondiale che ha beneficiato dell’industrializzazione usando una quota sproporzionata della capacità dell’atmosfera di assorbire emissioni, mentre altre società ne sopportano conseguenze maggiori.
Se il colonialismo è appropriazione asimmetrica di territori e risorse, la giustizia climatica introduce una metafora politicamente potente: è stato colonizzato anche il cielo. La crisi climatica non è soltanto ambientale. È un conflitto distributivo globale.
Donne e migrazioni: dove tutto si intreccia
La grande presenza di organizzazioni femminili e femministe conferma che la questione di genere non è un settore separato. Trentaquattro seminari sono classificati principalmente nell’area femminista e 77 organizzazioni hanno la condizione delle donne come campo prevalente, ma questi dati sottostimano la presenza reale: organizzazioni di donne attraversano reti contadine, cooperative, movimenti climatici, lotte per la pace, migrazioni ed economia informale. Le donne rurali non devono scegliere se la propria lotta sia «femminista» o «agraria», perché la subordinazione di genere si manifesta nella proprietà, nell’accesso al credito, nella divisione del lavoro e nel controllo delle risorse. «Contro il patriarcato e il colonialismo» non è quindi una semplice sovrapposizione ideologica, ma il tentativo di nominare sistemi di potere che si intersecano materialmente.
Lo stesso rovesciamento dello sguardo emerge nella questione migratoria. Il Village des migrants è stato uno degli spazi più evidenti. I seminari prevalentemente dedicati alle migrazioni sono 17, ma le organizzazioni costituiscono una rete strutturata, africana ed euro-africana, impegnata nella libertà di circolazione e contro deportazioni e morti alle frontiere. Il problema viene formulato diversamente che in Europa: non «come respingere» o «come accogliere», ma chi abbia il diritto di muoversi, perché alcuni passaporti trasformino la mobilità in diritto e altri in clandestinità, quale legittimità abbiano le politiche europee di esternalizzazione delle frontiere, quale relazione esista tra libertà di partire e diritto di restare. Ciò che in Europa è sicurezza o emergenza umanitaria diventa una questione di distribuzione diseguale della libertà. La frontiera non separa soltanto territori. Distribuisce diritti.
Le guerre e la gerarchia dello sguardo
Anche la guerra occupa uno spazio importante: 34 attività, quasi il 9 per cento del programma, riguardano pace, disarmo, conflitti e autodeterminazione. Palestina, Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Sahara Occidentale, Sahel e Kurdistan fanno emergere un giudizio politico netto: non tutte le guerre ricevono lo stesso riconoscimento nello spazio pubblico globale e soprattutto europeo. La guerra in Ucraina è qui marginale e, quando compare, tende a essere inserita nella competizione tra imperialismi e nelle conseguenze economiche prodotte anche in Africa. Significativa, data la collocazione del Forum, è anche la limitata attenzione specifica al jihadismo e ai processi di radicalizzazione nel Sahel: le conseguenze della crisi securitaria compaiono nei dibattiti sulla militarizzazione e sulla pace, ma il fenomeno jihadista non diventa un asse autonomo di analisi.
La Palestina è stata invece molto presente e la solidarietà con la popolazione palestinese continuamente testimoniata senza essere messa in competizione con le tragedie africane. Proprio il confronto con il Sudan, dove nei dibattiti viene denunciato un genocidio, e con la Repubblica Democratica del Congo, attraversata da decenni di guerra, pone una domanda più profonda: perché alcune vittime diventano immediatamente parte di una coscienza politica globale mentre altre restano ai margini dell’attenzione pubblica, nonostante violenze, sfollamenti e interessi internazionali? È il problema della produzione politica della visibilità.
Lo sguardo occidentale non registra semplicemente gli eventi del mondo: contribuisce a stabilire quali meritino di essere percepiti come «globali» e quali possano essere confinati tra le crisi regionali. Questa gerarchia dell’attenzione è una forma di potere.
Forte presenza del Sahara Occidentale, con divergenze tra organizzazioni sahrawi, marocchine e algerine, ricorda che centralità africana non significa posizione africana unitaria.
L’Europa: non assente, ma decentrata
Il contributo europeo va interpretato senza rovesciare una semplificazione nell’altra. Le circa 60 organizzazioni europee sono solo il 7,5 per cento dell’universo, ma promuovono almeno 45 seminari, quasi il 12 per cento del programma, oltre a numerose co-organizzazioni. Questa maggiore capacità riflette verosimilmente risorse, esperienza internazionale e una lunga partecipazione alle reti del FSM. ATTAC, CRID, CFDT, FGTB, CCFD-Terre Solidaire, WEED, Un Ponte Per, FIAN, Migreurop e altre realtà intervengono soprattutto su debito, lavoro, protezione sociale, migrazioni, antifascismo, pace e reti transnazionali.
L’Europa non è dunque marginale come era stato nel forum di Katmandu nel 2024. È decentrata. La differenza è politicamente molto più interessante della sua eventuale assenza. Per gran parte della storia della cooperazione internazionale la presenza europea in Africa ha coinciso con il possesso delle risorse, la capacità di definire i problemi e il potere di stabilire quali attori locali fossero interlocutori legittimi. A Cotonou le organizzazioni europee partecipano a uno spazio la cui struttura è già largamente africana e nel quale i temi sono stati formulati da soggetti del continente. Il mutamento consiste nel passaggio dalla centralità alla relazione. Non implica rinunciare al contributo europeo; implica rinunciare alla pretesa che quel contributo costituisca la misura universale attraverso la quale gli altri devono definire i propri problemi.
Decolonizzare la solidarietà
È in questo quadro che il dibattito sulla decolonizzazione della cooperazione acquista un rilievo superiore al numero ridotto dei seminari esplicitamente dedicati al tema. Nel confronto organizzato da Un Ponte Per, WEED, Afrique-Europe-Interact e WAKA sono emerse posizioni differenti: dalla richiesta di abolire gli aiuti e la cooperazione in quanto produttori di dipendenza, al superamento delle condizionalità finanziarie e allo spostamento del linguaggio dall’aiuto alla riparazione. Il punto politicamente più difficile, però, non riguarda soltanto Stati o multinazionali. Riguarda le organizzazioni progressiste stesse.
Pregiudizi, paternalismo e presunzioni di superiorità possono sopravvivere anche dentro relazioni solidali. Appartenere a una ONG, difendere i diritti umani o opporsi al razzismo non elimina le asimmetrie prodotte dal denaro, dal controllo delle procedure e dal riconoscimento differenziale del sapere. Chi stabilisce i problemi e le priorità? Chi controlla il finanziamento? Chi definisce gli indicatori? Chi possiede la competenza riconosciuta come tale? Chi parla e chi viene ascoltato? Sono domande che spostano la decolonizzazione dalle dichiarazioni identitarie alle istituzioni e ai rapporti materiali.
Decolonizzare la cooperazione non significa soltanto aumentare i fondi trasferiti alle organizzazioni locali o assumere personale locale secondo la logica della «localizzazione». Significa riconoscere che anche la società civile può riprodurre rapporti nei quali alcuni possiedono la capacità di nominare la realtà degli altri. Per le organizzazioni europee implica rinunciare non alla solidarietà, ma alla posizione di chi presume di sapere preventivamente quale forma quella solidarietà debba assumere. Dal seminario è nata una mailing list destinata a proseguire il confronto e forse a costruire una rete: un esempio concreto del Forum come tappa e non come evento autosufficiente.
Sud-Sud e generazione Z
La dimensione Sud-Sud del Forum è reale, ma non va trasformata nell’immagine romantica di un fronte omogeneo. L’Asia conta 16 organizzazioni ma promuove 21 seminari, soprattutto su pace e autodeterminazione; le reti indiane portano Satyagraha, nonviolenza e lotte per la terra, quelle palestinesi occupazione, salute e autodeterminazione. La presenza sudamericana è ancora più ridotta, ma riconoscibile nella riforma agraria, nell’economia solidale, nell’educazione popolare, nell’antifascismo e nella critica del neoliberismo. Il baricentro di Cotonou resta inequivocabilmente africano, ma movimenti africani possono entrare in rapporto diretto con esperienze asiatiche e latinoamericane senza che una struttura europea sia necessariamente l’intermediario. È questa nuova geometria della circolazione politica a rendere significativo il dialogo Sud-Sud.
La presenza giovanile rafforza questa impressione. Giovani, educazione e inclusione costituiscono uno dei maggiori gruppi organizzativi, con oltre cento organizzazioni e 35 seminari. La Commission Jeunesse disponeva di propri spazi e di un processo per una dichiarazione comune; il programma discuteva inoltre le mobilitazioni della Generazione Z in Marocco, Nepal, Bangladesh e Kenya. La Generazione Z non è un soggetto politico unitario: un giovane agricoltore del Benin e uno studente marocchino possono condividere l’età senza condividere posizione sociale o cultura politica. Esiste però una condizione generazionale comune prodotta dalla giovinezza demografica del continente, dalla diffusione delle tecnologie digitali, dalla difficoltà di accesso al lavoro e dalla distanza crescente fra aspettative sociali e capacità delle istituzioni di soddisfarle.
Una delle trasformazioni possibili dei prossimi anni potrebbe nascere dall’incontro fra una società civile africana organizzata, che in molti casi possiede decenni di esperienza politica, e forme di mobilitazione giovanile più spontanee, intermittenti e meno legate alle strutture tradizionali. Non esiste alcuna garanzia che questo incontro avvenga: la spontaneità può dissolversi, le organizzazioni possono irrigidirsi, i governi reprimere entrambe. Ma la possibilità è politicamente rilevante in un continente che è insieme il più giovane del pianeta e uno dei principali territori della competizione mondiale per risorse, mercati ed energia.
L’Africa che vedremo
Il punto politicamente più importante di Cotonou potrebbe essere ciò che il Forum rende visibile quasi incidentalmente: esiste un’Africa che dall’Europa ancora non vediamo, ma che difficilmente potremo continuare a non vedere. È un continente in movimento, segnato dalla crescita economica, dalle rivoluzioni antifrancesi in Africa occidentale, dalle guerre per le risorse, dalla diffusione del jihadismo e da una struttura demografica radicalmente giovane. Non è un’Africa unitaria né necessariamente progressista, e non è l’immagine consolatoria di un continente spontaneamente solidale: è attraversata da conflitti sociali, differenze di classe, autoritarismi, nazionalismi e contraddizioni profonde.
Ma è anche un’Africa nella quale crescono soggetti che non aspettano che la politica venga consegnata dall’esterno, costruiscono reti, definiscono interessi, elaborano categorie e cercano alleanze. Per questo sarebbe riduttivo leggere Cotonou soltanto come una manifestazione di società civile. Il processo che si intravede è più ambizioso: la lenta costruzione di capacità politica autonoma, forse un salto rispetto alla tradizionale alleanza fra élite locali ed europee che ha nutrito il rapporto coloniale. La politica africana dei prossimi decenni non sarà prodotta soltanto da governi, forze armate, Unione Africana o negoziati con le potenze esterne. Una parte sarà prodotta anche dalla relazione tra organizzazioni contadine, movimenti femministi, sindacati, cooperative, reti climatiche, giovani e migranti. Quanto riuscirà a incidere resta aperto. Considerarla marginale perché rimane marginale nelle nostre rappresentazioni sarebbe un errore prospettico. Ciò che l’Europa non vede non per questo non esiste.
DopoForum
Il 9 agosto, quando gli incontri erano ormai terminati, anche le grandi conversazioni digitali delle organizzazioni hanno cambiato tono. La chat WhatsApp legata al Forum, con oltre cinquecento membri e più di mille messaggi in pochi giorni, aveva costituito un’estensione virtuale, ma reale dello spazio del campus: indicazioni pratiche, inviti, ma anche autopresentazioni, scambio di documenti, proposte di collaborazione. Dopo la chiusura sono prevalsi ringraziamenti, fotografie e soprattutto messaggi finalizzati a non perdere i contatti.
È probabilmente qui che si misurerà la continuità dell’utilità dei Forum Sociali Mondiali: non nel numero dei seminari e delle organizzazioni o nei documenti conclusivi, ma nelle relazioni che sopravvivono. Cotonou non ha prodotto un soggetto politico africano unitario, né avrebbe potuto farlo. Ha però favorito un processo di convergenza già esistente e gli ha offerto uno spazio comune. La relazione fra movimenti strutturati, organizzazioni territoriali e nuove mobilitazioni giovanili potrebbe costituire una novità politica dei prossimi anni. Sarebbe improprio attribuire a un singolo incontro una funzione storica che solo processi lunghi possono svolgere; ma la materia sociale dalla quale una simile trasformazione potrebbe nascere esiste.
La struttura sociale del Forum era prevalentemente africana e una parte consistente delle grandi questioni globali — terra, clima, debito, migrazioni, lavoro, guerra, cooperazione, sovranità — è stata discussa a partire dalle esperienze e dalle categorie prodotte nel continente ed è diventata un luogo dal quale guardare il sistema mondiale.
Per l’Europa implica riconoscere che il proprio sguardo non coincide con il mondo e che la propria centralità storica non è una condizione naturale delle relazioni internazionali. Ma il mondo cambia indipendentemente dalla nostra capacità di vederlo. E l’Africa che oggi appare ai margini dell’informazione europea — cooperative, movimenti contadini, reti femministe, giovani, sindacati, lotte climatiche e organizzazioni territoriali — potrebbe essere una delle Afriche che conteranno nel futuro.
Quando diventerà visibile anche da questa parte del Mediterraneo, potremmo scoprire che c’era già da molto tempo.
Fabio Alberti
*L’analisi delle 802 organizzazioni distinte registrate e dei 382 seminari proposti è stata effettuata anche utilizzando strumenti di intelligenza artificiale.
