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Donne e pandemia: vecchi problemi, nuovi dilemmi

di Tania
Toffanin

Lo sguardo di genere a quello che impropriamente è definito “mercato” è d’obbligo non solo per comprendere le dinamiche contingenti ma soprattutto per cogliere quegli elementi di lunga durata che sono spesso oggetto di dibattito e raramente di azione politica. Sappiamo che la posizione di uomini e donne nel lavoro retribuito dipende per molta parte dalla distribuzione del lavoro domestico e di cura, non retribuito, tra essi. Questo postulato è valido a qualsiasi longitudine e a qualsiasi latitudine. Tuttavia, lo squilibrio presente nel lavoro domestico e di cura varia assai.

I dati Eurostat, sebbene siano risalenti al 2010, sottolineano che le donne italiane sono al primo posto in Europa in relazione all’ammontare di tempo speso in diverse forme di lavoro non retribuito. Tra queste, le attività per la cura dell’abitazione e dei familiari spiccano in termini dominati: in Italia, a tali attività le donne dedicano in media 5 ore e 9 minuti, rispetto alle 3 ore e 50 minuti della Germania, alle 4 ore e 4 minuti della Francia e alle 4 ore e 36 minuti della Spagna.

Cosa c’entra la dinamica del rapporto tra lavoro retribuito e non retribuito con la pandemia? C’entra molto.

In Italia, le donne hanno sempre lavorato, sovente costrette all’invisibilità, come la diffusione del lavoro a domicilio ci insegna. Tuttavia, la partecipazione al lavoro retribuito è avvenuta molto lentamente, sostanzialmente per la carenza di posizioni con orari flessibili, funzionali a sostenere il lavoro di cura che lo stato italiano da sempre ha fatto sobbarcare alle donne. Proprio la carenza di politiche sociali e del lavoro indirizzate a sostenere un’equa distribuzione del carico di cura tra uomini e donne è tra le cause principali delle diseguaglianze di genere. L’assenza di spinte rivendicative e mobilitazioni per l’implementazione di tali politiche giustifica l’inerzia delle istituzioni governative con il risultato di aumentare le diseguaglianze presenti.

In questa direzione, la crisi prodotta dalla diffusione del virus SARS-CoV-2 e dalla pandemia da COVID-19 non ha fatto altro che portare in emersione i problemi (e le diseguaglianze) strutturalmente presenti nella società italiana.

Considerata la premessa, vediamo per prima cosa la dinamica inerente la sfera lavorativa.

Come mostrano i dati di Tabella 1, lo scoppio della pandemia ha avuto un impatto negativo immediato sul lavoro delle donne: per loro è diminuita l’occupazione è aumentata l’inattività. Il ritorno a livelli pre-pandemia è stato osservato a dicembre 2021. Tuttavia, molti posti di lavoro sono andati persi. Difficile per le donne nei settori maggiormente colpiti dagli effetti della crisi pandemica, over 50, con bassa scolarità, immaginare una diversa collocazione settoriale. Specialmente in assenza di politiche industriali e dell’occupazione.

Tasso di occupazione, disoccupazione e inattività, Dic-2019/Dic-2021, 15-64 anni

Dic-2019 Dic-2020 Dic-2021
M F M F M F
Tasso di occupazione 67,9 50,0 67,5 48,6 67,7 50,7
Tasso di disoccupazione 8,8 10,7 8,3 10,0 8,4 9,7
Tasso di inattività 25,4 43,8 26,3 45,9 25,9 43,7

Fonte: Istat

In Italia, la scarsa propensione delle imprese a favorire orari di lavoro flessibili agli occupati con responsabilità di cura, stante il netto disequilibrio di genere presente, impone alle donne una strada obbligata: il ripiego – poiché di scelta non si può certo parlare – in posizioni occupazionali non standard che oltre allo svantaggio retributivo offrono pure minori coperture reddituali.

Secondo Eurostat, nel 2020, in Italia, il tasso del part time involontario delle donne, da intendersi come percentuale dell’occupazione part-time totale, è al secondo posto in Europa dopo la Grecia: esso è pari al 60,8% rispetto al 22,2% (EU 27). Un primato di lungo corso che dovrebbe interrogare le istituzioni governative e le parti sociali. Il lavoro a tempo parziale è predominante nei settori che tra il 2020 e il 2021 sono stati maggiormente colpiti dalla pandemia: quelli dei servizi alla persona che, infatti, a causa delle disposizioni governative per limitare la diffusione pandemica, hanno costretto molta parte della forza lavoro occupata a sospendere l’attività lavorativa. Tra questi: i servizi di ristorazione delle aziende, il commercio non alimentare, i servizi alberghieri e di accoglienza turistica, le attività legate alle cure estetiche e alla cura del corpo. Si tratta peraltro di settori interessati ad una regolazione del lavoro piuttosto disomogenea: dimensione d’impresa e differenziazione dei contratti applicati giocano un ruolo decisivo nella definizione delle tutele accordate ai lavoratori. Con l’effetto di allargare le diseguaglianze tra lavoratori nello stesso settore.

Cosa ci dicono i dati Eurostat? Che già nell’Italia pre-pandemia avere un’occupazione non era sufficiente a garantire condizioni di vita dignitose. Basti pensare che nel 2019, il tasso che misura il rischio di povertà tra le lavoratrici con più di 18 anni era pari al 10,1% in Italia, rispetto alla media europea dell’8,8%. I motivi li conosciamo ma non vengono sufficientemente dibattuti: la deregolazione del lavoro iniziata nella seconda metà degli anni ’90 non si è mai arrestata producendo una diffusa precarizzazione dell’occupazione. Questa dinamica insiste maggiormente sulla forza lavoro femminile. L’asimmetrica distribuzione del carico di cura nella coppia e lo scarso impegno delle istituzioni nell’offerta di servizi a sostegno di tale carico sono causa e al tempo stesso effetto della perpetuazione della cultura patriarcale che in questa fase sociale ed economica da un lato vuole che le donne partecipino maggiormente al lavoro retribuito, dall’altro perpetua le condizioni che rendono assai problematico alle donne bilanciare scelte riproduttive e lavoro a tempo pieno.

Cosa è cambiato con la pandemia? In riferimento al settore del commercio, non di generi alimentari, al settore alberghiero e turistico, le condizioni per le donne sono di gran lunga peggiorate. Il part-time involontario è dannoso non solo quando si lavora ma specialmente quando il lavoro manca. Con la pandemia, le donne che sono occupate nel terziario dei servizi alla persona hanno sperimentato una drastica riduzione del reddito. Non dimentichiamoci che avere un tempo parziale significa avere un’indennità proporzionalmente ridotta rispetto a chi lavora a tempo pieno quando si è sospesi dal lavoro. Ci sono donne occupate nel settore dei servizi alla persona che a causa del blocco delle attività hanno percepito indennità che sono meno della metà della soglia di povertà assoluta (nel 2020 essa è pari a 801,99 euro per un/a single, tra i 18 e i 59 anni, abitante nel Nord Italia). Di frequente si tratta di madri sole che hanno dovuto attivare la rete parentale per mantenere condizioni di vita dignitose. In molti casi esse hanno dovuto sospendere i mutui. Per non parlare di tutta l’occupazione stagionale che con la pandemia è andata in disoccupazione e progressivamente, a cause delle recenti riforme degli ammortizzatori sociali, ha visto ridursi le indennità ad importi miserabili.

Con la pandemia, sono emersi i problemi di sempre nel rapporto tra lavoro retribuito e vita personale e familiare. La rimodulazione dell’impegno lavorativo si è accompagnata alla necessità di seguire maggiormente figli e genitori anziani: i primi, se minorenni, impegnati con la didattica a distanza, i secondi spesso privi di assistenza a causa dell’interruzione del rapporto di lavoro dell’assistente familiare. Una situazione che ha reso molte lavoratrici ancora più ricattabili.

In piena crisi pandemica, le condizioni presenti in ambito sanitario e il bisogno di ricevere e prestare assistenza hanno enfatizzato il valore del lavoro di cura e di chi se ne occupa. Meglio tardi che mai si direbbe… ma in quali termini cambierà il posto che della cura nell’agenda politica? Come si ridefinisce l’impegno dello stato nel sociale, per la riduzione del lavoro di cura che ora grava ancora per buona parte sulle donne? Quale modello di sviluppo vogliamo per il futuro? Quello dei centri commerciali aperti il primo maggio? Quello delle città attrattive solo per i turisti? Quello dei musei civici affidati a lavoratrici in cooperativa?

Il rischio è che le risorse per la ripresa vadano a vantaggio delle imprese senza alcun ritorno per lavoratori e lavoratrici occupati/e o di progetti poco attagliati ai bisogni reali di donne e uomini senza sia considerata la qualità del lavoro e dei bisogni di cura in particolare.

L’Italia ha bisogno di una forte discontinuità rispetto ad un lungo percorso di graduale arretramento delle istituzioni nell’offerta di servizi di sostegno al lavoro di cura, accessibili per costi e diffusione territoriale. Senza un forte investimento nell’ambito della riproduzione, il rapporto tra economia e società non potrà che risolversi nello scambio di mercato e allargare così la polarizzazione sociale già presente.

Tania Toffanin

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