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Diritti umani nel mondo: ipocrisia e violazioni nel report di Amnesty

Riprendiamo da osservatoriodiritti.it l’articolo di Laura Pasotti –

Il 2022 è stato segnato da guerre, violenza di genere, crisi climatica e disuguaglianze. E la risposta dell’Occidente all’invasione dell’Ucraina ha messo in luce i suoi doppi standard e le reazioni incoerenti alle altre violazioni del diritto internazionale. Lo denuncia il report sui diritti umani nel mondo diffuso oggi da Amnesty International.

Nuovi conflitti sono scoppiati e quelli vecchi sono proseguiti. I diritti delle persone in fuga dalla guerra sono stati violati. La libertà di espressione è stata repressa. I difensori di diritti umani attaccati. La violenza di genere contro le donne e la discriminazione delle persone Lgbt non si è fermata.
E poi il cambiamento climatico, la crisi economica associata alla pandemia e quella energetica conseguente all’invasione russa dell’Ucraina che hanno portato a un aumento del costo della vita, dell’insicurezza alimentare e delle diseguaglianze.
È il 2022 fotografato dal Rapporto annuale di Amnesty International.

Diritti umani oggi nel mondo: il nuovo report di Amnesty International

Dall’indagine, che ha interessato 156 Paesi, emerge come i doppi standard e le risposte inadeguate alle violazioni dei diritti umani nel mondo hanno alimentato impunità e instabilità.
Gli Stati occidentali, infatti, hanno reagito con forza all’aggressione russa dell’Ucraina, ma hanno condonato, quando non ne sono stati complici, gravi violazioni in altri Paesi, ad esempio in Egitto, Arabia Saudita e Palestina.
«Gli Stati applicano le norme sui diritti umani caso per caso, mostrando in modo sbalorditivo la loro clamorosa ipocrisia e i doppi standard. Non possono criticare le violazioni dei diritti umani in un luogo e, un minuto dopo, perdonare situazioni analoghe in un altro solo perché sono in ballo i loro interessi. Tutto questo è incomprensibile e minaccia l’intera struttura dei diritti umani universali», ha detto Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.

I doppi standard spianano la strada alle violazioni dei diritti umani nel mondo

L’invasione russa dell’Ucraina ha causato una grave crisi umanitaria, sfollamenti di massa, insicurezza alimentare ed energetica globale.
La risposta dell’Occidente è stata rapida: sanzioni economiche per Mosca, invio di armi a Kiev, indagine sui crimini di guerra e la condanna delle Nazioni Unite.
Un risultato, come spiega Amnesty, in contrasto con precedenti risposte alle violazioni dei diritti umani commesse dalla Russia, ad esempio in Cecenia, o di altri Paesi in altri conflitti in corso, come quello in Etiopia dove nel 2022 sono state uccise centinaia di migliaia di persone, o in Cisgiordania, dove l’anno scorso sono morti 153 palestinesi per mano delle forze israeliane.
Gli Stati Uniti hanno condannato le violazioni di diritti umani in Ucraina e hanno accolto decine di migliaia di ucraini in fuga, ma la loro politica razzista ha causato l’espulsione di 25 mila persone fuggite da Haiti. Anche i Paesi dell’Unione europea hanno aperte le loro frontiere ai rifugiati ucraini (in Italia ne sono arrivati 160 mila), ma non hanno fatto lo stesso per chi fuggiva da Siria, Afghanistan e Libia.

Il tema della repressione della libertà di espressione nel mondo nel nuovo rapporto

La repressione del dissenso della società civile – anche con l’uso della tecnologia – è una delle tendenze chiave a livello globale, come emerge dal Rapporto di Amnesty.
In Russia i dissidenti sono stati processati e gli organi di informazione indipendente sono stati chiusi per aver parlato della guerra in Ucraina. I giornalisti continuano a essere arrestati in Afghanistan, Etiopia, Myanmar, Russia, Bielorussia e in decine di altri Paesi del mondo.
In Australia, Indonesia, India e Regno Unito sono state adottate nuove leggi per limitare le manifestazioni.
In Iran i cittadini si sono ribellati a decenni di repressione e le autorità hanno risposto utilizzando proiettili veri, gas lacrimogeni e pestaggi: centinaia di persone sono state uccise, tra cui molti minorenni.
In Perù le forze di sicurezza del Paese hanno stroncato con la repressione le proteste di popoli indigeni e campesinos seguite alla crisi politica dovuta alla deposizione dell’ex presidente Castillo.
Anche in Italia la polizia ha fatto un uso eccessivo della forza contro i manifestanti in diverse occasioni: a gennaio, a Torino, gli agenti in tenuta antisommossa hanno picchiato con i manganelli gli studenti che protestavano per la morte di un ragazzo di 18 anni in alternanza scuola-lavoro. Venti persone sono state ferite, di cui una in modo grave.

Donne e persone Lgbt: diritti umani violati nel mondo

La violenza sulle donne e di genere non si è fermata nel 2022: una parte si è consumata nei conflitti armati, come in Ucraina, ma la maggior parte dei casi è avvenuta in situazioni di pace e in contesti domestici. In Italia, ad esempio, sono 100 le donne uccise l’anno scorso, di cui 59 per mano di partner o ex.
In Messico sono stati registrati centinaia di femminicidi, la violenza di genere ha colpito le rifugiate venezuelane in Colombia, Ecuador, Perù e Trinidad e Tobago. Le donne native hanno denunciato le sterilizzazioni forzate in Canada in passato e negli Stati Uniti hanno continuato ad affrontare stupri e violenze sessuali.
In Pakistan il Parlamento non è riuscito a promulgare una legge contro la violenza domestica che è in attesa di essere approvata dal 2021, nonostante siano stati denunciati diversi omicidi di donne da parte di membri delle loro famiglie.
In India le violenze contro le donne dalit e adivasi sono rimaste impunite.
In Afghanistan c’è stato un grave arretramento sui diritti delle donne, in particolare per quanto riguarda l’autonomia personale, l’istruzione, l’accesso al lavoro e agli spazi pubblici.
In molti Paesi sono stati fatti enormi passi indietro sul diritto all’aborto: è accaduto negli Stati Uniti, in Polonia, Slovacchia e Ungheria.
In molti Paesi dell’Africa subsahariana sono stati registrati aggressioni e arresti contro le persone Lgbti, in altri sono state adottate misure per criminalizzare le relazioni tra persone dello stesso sesso.

L’azione globale contro le minacce ai diritti umani è inadeguata

Nel 2022 la pandemia da Covid 19 ha rallentato, ma il mondo ha continuato a subirne le conseguenze. Il cambiamento climatico, i conflitti, la crisi energetica ed economica, causati in parte dall’invasione russa dell’Ucraina, hanno accresciuto ulteriormente i rischi per i diritti umani.
La quasi totalità della popolazione afghana vive in condizioni di povertà conseguente alla crisi economica. Quattro haitiani su 10 sono in una situazione di insicurezza alimentare a causa dell’instabilità politica ed economica del Paese.
Alluvioni, siccità, ondate di caldo e incendi hanno causato morti, perdita di alloggi e mezzi di sostentamento; è accaduto ad esempio in Pakistan e in Nigeria.
Ma la risposta a livello globale non è stata adeguata: per quanto riguarda i cambiamenti climatici, ad esempio, i leader riuniti in Egitto per la Cop27 non sono riusciti a prendere le misure necessarie per contenere l’innalzamento della temperatura globale al di sotto della soglia di 1,5°C e non è stata affrontata la causa principale del riscaldamento globale, ovvero la produzione e l’uso di combustibili fossili.

Le istituzioni internazionali non funzionano, i movimenti per i diritti umani sì

Per Amnesty è necessario rafforzare il sistema internazionale che dovrebbe tutelare i diritti umani e riformare il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite perché possa essere anche la voce degli Stati che vengono ignorati, come quelli del Sud del mondo. E poi guardare all’impegno degli attivisti e dei movimenti che, anche nel 2022, non si sono fermati e hanno permesso di compiere qualche passo avanti nella tutela dei diritti umani.
In Colombia la tenacia dell’attivismo per i diritti delle donne e le azioni legali hanno contribuito alla decisione della Corte costituzionale di decriminalizzare l’aborto entro le prime 24 settimane di gravidanza.
In Spagna è stata approvata una legge che pone il consenso al centro della definizione giuridica di stupro, un risultato ottenuto grazie a una campagna portata avanti dai movimenti per i diritti delle donne. Kazakistan e Papua Nuova Guinea hanno abolito la pena di morte.

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