Il passaggio dal sistema elettorale proporzionale basato su partiti di massa ad un bipolarismo costituito da aggregazioni di forze politiche molto meno radicate nelle società si è tradotto in una serie di mutamenti nel comportamento del corpo elettorale. L’obbiettivo di questo articolo è di verificare alcuni spostamenti che si sono verificati nell’arco di tempo che va dal 1994 al 2022 considerando le sole elezioni politiche.
L’analisi riguarda due elementi fra i molti che potrebbero essere oggetto di un’articolata analisi del comportamento elettorale. Il primo si riferisce agli spostamenti avvenuti nel consenso ai due grandi blocchi attorno ai quali si è articolato l’orientamento degli elettori. Questi cambiamenti avvenuti da un’elezione all’altra e nel lungo periodo due blocchi e li considerano globalmente anche quando in determinate scadenze elettorali si sono determinate delle temporanee fratture interne e mettono in second’ordine gli spostamenti tra i singoli partiti.
Il comportamento elettorale viene esaminato secondo la tripartizione di Hirschman che vede la possibilità di esprimere “loyalty”, sulla base della quale si conferma il voto per il proprio schieramento al di là degli spostamenti interni, “voice” che può essere interpretato come spostamento nell’altro campo e verso un soggetto politico antagonista ai due campi e, infine, “exit” identificabile con l’uscita dalla competizione politica attraverso il non voto.
Oltre ai macro spostamenti registrati secondo questa tripartizione, un secondo elemento che si vuole esaminare è il “tasso di bipolarismo” definibile attraverso la quota di voti che vanno ai due schieramenti maggiori. Per non complicare eccessivamente l’analisi e renderla difficilmente intellegibile si è evitato di dare particolare peso ai diversi sistemi elettorali adottati nel tempo, considerandoli comunque tutti espressione di una tendenza maggioritaria tesa a raggruppare il maggior numero di elettori attorno a due opzioni.
1994
Nel 1994 il centrodestra, guidato da Berlusconi che adotta la formula dei due poli (al nord con la Lega, al centrosud con AN-MSI) ottiene 17.757.000 voti pari al 46,12%. L’Alleanza dei progressisti che raccoglie tutto il centrosinistra ottiene 12.722.000 voti, pari al 33,05%. Si presenta un “terzo polo” composto dal Partito Popolare, erede della DC, e dal “Patto Segni” il quale riceve 6.019.000 voti, pari al 15,63%. Fuori dal bipolarismo anche la Lista Pannella che raccoglie 433.000 voti pari al 1,12%. Tutte le altre liste si fermano sotto l’1%. Abbiamo pertanto un tasso di bipolarismo del 76,94% su un totale di 38.504.000 voti validi (per la parte maggioritaria). La partecipazione al voto fu dell’86,07%, con un calo rispetto alle precedenti elezioni di un solo punto percentuale.
1996
Nel 1996 si tengono nuove elezioni anticipate, la coalizione di centrosinistra, guidata da Romano Prodi, che ha inglobato parte dei popolari che rinunciano al “terzo polo e si avvale dell’accordo di desistenza con Rifondazione, ottiene 16.708.000 voti pari al 44,80%. Il centrodestra si presenta diviso per la decisione della Lega di rompere l’alleanza con Berlusconi. Complessivamente Polo per le Libertà e Lega ottengono 19.065.000 voti pari al 51,12%. Fra le altre liste solo il Movimento Sociale – Fiamma Tricolore, fondato dagli oppositori della trasformazione dell’MSI in Alleanza Nazionale, supera l’1% ottenendo 624.000 voti pari all’1,67%. Il numero totale dei voti validi nella quota maggioritaria è di 37.295.000. L’astensionismo compie un primo balzo perché i votanti sono l’82,54% con un calo del 3,53%. Il tasso di bipolarismo (escludendo in questo caso il voto della Lega che si presenta come terzo polo) è dell’85,09%.
La partecipazione al voto cala e abbiamo 1.209.000 voti in meno nella parte maggioritaria. Il centrosinistra aumenta di 3.986.000 voti rispetto a due anni prima ma risultano in gran parte derivanti dall’aver inglobato i due terzi circa del voto che era andato al terzo polo dei popolari. Il centrodestra guadagna 1.308.000 voti presi anch’essi in buona parte dal voto dei popolari e del Patto Segni, ma contemporaneamente ha ceduto una quota all’estrema destra dell’MS-FT e ha certamente contribuito all’aumento delle astensioni. Il posizionamento della Lega le ha consentito di intercettare voti non strettamente di destra, ma complessivamente la crisi del governo Berlusconi sul tema pensioni e la sostituzione con Dini non sembra aver prodotto una forte flessione di consensi, dato che la destra così come si era configurata nel 1994, quando aveva la maggioranza relativa, supera ora il 50% e perde perché divisa.
2001
Le elezioni del 2001 si tengono dopo una legislatura nella quale ha governato il centrosinistra e si è registrata la rottura del PRC con l’Ulivo. La partecipazione al voto cala ancora scendendo all’81,35% con un meno 1,19%. I voti validi per la parte maggioritaria sono 37.259.000 con una riduzione minima rispetto a cinque anni prima (- 36.000). La destra è tornata unita e raccoglie 16.915.000 voti pari al 45,57%. Da notare che sono molti meno voti di quelli del 1996 quando la Lega era andata per conto proprio. Il centrosinistra ottiene 16.288.000 voti pari al 43,72%, con un calo di 420.000 voti pari all’1,08% di differenza. Quindi i 5 anni di governo non hanno determinato né un significativo effetto di “voice” (passaggio di elettori verso l’opposizione di destra) né un rilevante tendenza all’exit verso l’astensionismo.
La rottura di Rifondazione Comunista, che decide di non presentare propri candidati nella parte maggioritaria, determina che gran parte dei suoi elettori confluisce sul centrosinistra. Contrariamente alle polemiche del tempo non fu tanto questo il fattore decisivo nella sconfitta (anche se ebbe un effetto più importante al Senato dove, data la differenza di meccanismo elettorale, il PRC si presentò ovunque) quanto la riunificazione del centrodestra. Le tre formazioni nuove presenti che ottengono più dell1%, l’Italia dei Valori di Di Pietro, primo tentativo populista, (1.487.000 voti pari al 4,01%), Democrazia Europea dell’ex leader della CISL, Sergio D’Antoni (1,310.000 voti pari al 3,53%) e la Lista Emma Bonino (457.000 voti pari all’1,23%) sembrano aver preso più voti a destra che a sinistra.
Il tasso di bipolarismo è dell’89,29% cresce per effetto del rientro della Lega nel polo di destra, ma meno di quanto si potesse prevedere per l’emergere di partiti che si collocano al di fuori degli schieramenti o a cavallo di essi.
2006
Le elezioni del 2006 sono interessanti per più ragioni. Innanzitutto si realizza una controtendenza per quanto riguarda la partecipazione al voto che risale all’84,24% con un aumento del 2,89%. Questo aumento coincide, contrariamente a qualche interpretazione corrente, con un fortissimo incremento del tasso di bipolarismo. I due schieramenti che inglobano praticamente tutte le forze politiche esistenti sia a sinistra (il PRC rientra nell’alleanza e vengono incorporati anche Italia dei Valori e Rosa nel Pugno) che a destra (fino ai neofascisti dichiarati di Forza Nuova) raccolgono il 99,55%.
In queste elezioni non c’è più il sistema misto maggioritario-proporzionale, inventato da Mattarella, bensì un maggioritario fondato su coalizione di liste. L’Unione raccoglie 19.002.000 voti pari al 49,81% un balzo in avanti di 2.714.000 voti e del 6,05% nel quale incidono la riduzione degli astenuti e l’aver inglobato tutte le forze schierate contro la destra. La quale raccoglie 18.977.000 voti pari al 49,74%. La destra perde di misura, ma incrementando voti (+ 2.062.000) e percentuale (-4,17%). Il totale dei voti validi è di 38.153.000. Un incremento di quasi un milione di suffragi rispetto all’elezione precedente.
2008
La crisi del governo Prodi, alimentata non solo dai conflitti interni ma anche dalla decisione di dar vita al Partito Democratico “con vocazione maggioritaria” porta alle elezioni anticipate del 2008 che determinano un cambiamento radicale del sistema politico. La scadenza si presenta come scarsamente competitiva, certamente molto meno di quella di due anni prima. La vittoria della destra è largamente annunciata, nonostante la campagna elettorale di Veltroni impostata su una inesistente “rimonta”, finalizzata più a recuperare voti a sinistra che a conquistarne a destra. Vota l’80,63% con un calo del 3,61%. I voti validi sono 36.457.000, ovvero 1.696.000 in meno del 2006.
La destra vince con 17.064.000 voti pari al 46,81%. Così come nel 2006 aveva perso avanzando, ora vince arretrando. Infatti perde 1.913.000 voti pari al 2,93%. Su questo arretramento pesa la separazione con La Destra-Fiamma Tricolore che raccoglie 884.000 voti, pari al 2,43%. Probabilmente la destra cede qualcosa all’Unione di Centro e in misura minore all’astensione.
La coalizione formata dal PD con l’Italia dei Valori raccoglie 13.689.000 voti, pari al 37,55%. Rispetto alla coalizione di centro-sinistra che aveva vinto le elezioni del 2006, Veltroni lascia per strada 5.313.000 voti pari a 12,26 punti percentuali. Parte di questi vengono raccolti dall’Unione di Centro che ottiene 2.050.000 voti pari al 5,62% e dalla Sinistra Arcobaleno che raccoglie 1.124.000 voti, pari al 3,08%. Evidentemente l’operazione di Veltroni, oltre all’insoddisfazione per il governo Prodi, porta a disperdere voti in direzioni contrastanti ed è probabilmente decisiva per la sconfitta. Mentre l’operazione alla base della nascita del PD punta alla formazione di un sistema bipartitico, l’effetto immediato è un drastico calo del tasso di bipolarismo che scende all’84,36% (-15,19%). Anche la separazione consensuale voluta da Bertinotti con la nascita della Sinistra Arcobaleno, non ha successo, e molti potenziali elettori continuano a ragionare nella dimensione bipolare, e convergono tatticamente sul PD pur non condividendone gran parte delle politiche.
2013
La legislatura finisce regolarmente nel 2013 ma nel frattempo c’è stata la crisi del governo Berlusconi al quale succede una coalizione di “unità nazionale” fondata sull’austerità. Le elezioni segnano l’irruzione sulla scena del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo che si propone come soggetto populista “post-ideologico” né di destra né di sinistra, e grazie a questa impostazione riesce a raccogliere consensi molto differenziati.
Il PD di Bersani prova a ricostruire una coalizione di centro-sinistra che aveva smantellato nel 2008 con la prospettiva veltroniana del partito a vocazione maggioritaria. L’essere arrivato al voto dopo aver sostenuto il governo Monti, scelta fortemente voluta da Napolitano, gli ha impedito di presentarsi come l’alternativa al governo di destra e lo ha reso pienamente corresponsabile delle politiche di austerità. La coalizione di centrosinistra raccoglie 10.049.000 voti pari al 29,55%. Quindi perde per strada altri 3.640.000 voti dopo i 5.313.000 abbandonati nel 2008.
La lista di Grillo incide fortemente anche sull’elettorato di destra. La coalizione di Berlusconi ottiene 9.923.000 voti pari al 29,18%. Perde quindi 7.141.000 voti corrispondenti al 17,63%. Il Movimento 5 Stelle raccoglie 8.691.000 voti pari al 25,56%. Si presenta anche la lista centrista di Monti che raccoglie 3.591.000 voti pari al 10,56%. Due liste superano l’1% senza eleggere: Rivoluzione Civile, coalizione eterogenea che unisce Di Pietro, Rifondazione Comunista ed altri, raccoglie 765.000 pari al 2,25, e la lista ultraliberista Fare per fermare il declino ottiene 380.000 pari all’1,12%.
Il tasso di bipolarismo precipita al 58,73%. Nonostante l’offerta politica sia piuttosto ricca con almeno quattro soggetti in competizione che ottengono risultati significativi la partecipazione al voto scende del 5,29% e si attesta al 75,20%. I voti validi sono complessivamente 34.005.000. Se si confronta con il 2006 quando ci fu il massimo di bipolarismo sono ben 4.148.000 in meno.
Possiamo dire che i 5 Stelle hanno offerto una possibilità di “voice” sia ad elettori di destra che di sinistra con spostamenti molto significativi che non si erano mai registrati in precedenza ma non ha annullato la tendenza all’exit, ovvero l’uscita dal sistema elettorale.
2018
Alle elezioni del 2018 si arriva dopo governi spuri, ovvero non chiaramente attribuibili al centrosinistra o al centrodestra, e diretti da esponenti della destra PD (Letta, Renzi, Gentiloni). Il sistema elettorale, nonostante una legge elettorale maggioritaria resta multipolare. Il dato più rilevante è l’ascesa dei 5 Stelle che diventano il secondo polo scavalcando la coalizione guidata dal PD e conquistando 10.734.000 voti pari al 32,68%. La partecipazione al voto scende ulteriormente del 2,26% e si attesta al 72,94%. Quindi, per quanto si ritenga che i 5 Stelle abbiano raccolto voti fra gli astensionisti, la loro presenza non inverte la tendenza al calo. I voti validi sono 32.846.000 voti, con una riduzione significativa di 1.159.000 voti.
La destra recupera rispetto al 2018 e sale a 12.154.000 voti, pari al 37,00. Lontana dai picchi più alti del suo consenso ma comunque recupera 2.231.000 voti pari al 7,82% in più. La coalizione formata dal PD, guidato dalla componente centrista, raccoglie 7.508.000 voti pari al 22,86%. Con una ulteriore perdita di 2.541.000 voti pari al 6,69%. Di questi una parte si rivolge a LeU con 1.114.000 voti e il 3,39%.
Alle elezioni si presenta anche, all’estrema sinistra, Potere al Popolo (di cui fa parte Rifondazione Comunista) che supera di poco l’1%, per l’esattezza con 372.000 voti raccoglie l’1,13%.
Se consideriamo il tasso di bipolarismo dobbiamo rilevare che i due blocchi maggiori, la destra e i 5 Stelle raccolgono complessivamente il 69,68%, in recupero rispetto alle elezioni precedenti ma comunque molto basso.
2022
Le elezioni del 2022 segnano il ritorno al governo della destra ma stavolta con il ruolo di pivot della coalizione affidato a Fratelli d’Italia, il partito che ha le proprie radici nel neofascismo del Movimento Sociale Italiano. Le elezioni sono caratterizzate da un vero e proprio crollo della partecipazione che scende per la prima volta sotto il 70%. Per l’esattezza vota il 63,91% del corpo elettorale con un calo del 9,03%. I voti validi sono 28.098.000 con una riduzione di ben 4.748.000 rispetto al 2018. Gli analisti attribuiscono questo dato, oltre ad una tendenza strutturale di lungo corso, anche a due elementi specifici del contesto elettorale. Il primo elemento è attribuito al voto a settembre, questo ha sovrapposto la campagna elettorale ad un periodo in cui molti elettori sono meno interessati alle vicende politiche. Non a caso, un tempo, i governi che entravano in carica in questo momento dell’anno erano definiti un po’ spregiativamente come “balneari”. Il secondo dato è la mancanza di una reale competitività. La sconfitta dell’opposizione, divisa in diverse offerte politiche, era data per scontata.
La vittoria della destra non si basa su una significativa conquista di nuovi elettori. Al contrario la coalizione vincente raccoglie 12.305.000 voti (pari al 43,79%), ovvero 151.000 in più e quindi il dato è frutto soprattutto di una condizione di maggiore “loyalty” del proprio elettorato, piuttosto che di vera conquista di elettorato avverso. Un possibile deflusso verso l’astensione può essere stato in parte compensato dal rientro di elettori precedentemente in “libera uscita” verso i 5 Stelle.
Per quanto riguarda la coalizione messa in piedi dal PD, dopo aver rotto con i 5 Stelle sulla barricata dell’Agenda Draghi, riconquista il ruolo di seconda coalizione con 7.340.000 voti pari al 26,12%. Nonostante il rientro nell’alleanza delle forze che avevano dato vita a LeU, il centrosinistra, nuovamente guidato da un esponente della componente centrista del PD, perde ancora 168.000 voti. In percentuale considerando la somma della coalizione costruita dal PD nel 2018 più il voto ottenuto da LeU c’è comunque un arretramento dello 0,13%. Il Movimento 5 Stelle guidato da Conte ottiene 4.335.000 voti pari al 15,43%, più che dimezzando il dato del 2018. I centristi di Renzi e Calenda raccolgono 2.186.000 voti pari al 7,78%. Ci sono anche tre liste che superano l’1% senza eleggere: Italexit con 534.000 voti e l’1,90%, Unione Popolare con 403.000 voti pari all’1,43%, Italia Sovrana Popolare con 348.000 voti pari all’1,24%. Il tasso di bipolarismo è stato del 69,91%, un incremento di pochi centesimi sull’elezione precedente.
Rileggendo il dato del 2022 in relazione al confronto elettorale previsto nel 2027, il possibile fronte unitario delle opposizioni (“campo largo” più Renzi e altri centristi da un lato e Rifondazione Comunista dall’altro) parte con un potenziale di 12.969.000 voti pari al 45,64%, considerando metà del voto della lista centrista del 2022 e metà di Unione Popolare.
Da questa rapida ricostruzione del percorso elettorale dal 1994 al 2022, quindi quasi un trentennio all’insegna di sistemi elettorali maggioritari, si possono trarre alcune indicazioni che vanno interpretate come possibili tendenze e non certamente come “leggi” inoppugnabili.
Innanzitutto, nonostante il sistema elettorale spinga ad un confronto seccamente bipolare, si può rilevare che solo le elezioni del 2006 sono state realmente bipolari con un tasso superiore al 99%. Per il resto non si è mai raggiunto il 90% di confluenza dei voti sui due contendenti maggiori. Ci sono due dati che vanno intrecciati, da un lato ci sono state quasi sempre liste al di fuori del confronto bipolare che sono riuscite ad eleggere, prevalentemente di orientamento centrista (popolari, Monti, UDC, Ranzi-Calenda) con l’eccezione del Movimento 5 Stelle, ma nessun soggetto politico è riuscito a durare a sufficienza per ripresentarsi alle successive elezioni. Lo stesso si può dire anche di gran parte delle liste che hanno superato l’1% senza eleggere. Rispetto alle elezioni del 2022, né Italexit, né Unione Popolare e nemmeno Italia Sovrana e Popolare sono sopravvissute.
L’unica forza politica che è riuscita a consolidarsi è il Movimento 5 Stelle, il quale ha partecipato ad alleanze di governo eterogenee (con la Lega, col PD, nel governo Draghi) e oggi punta a costruire una coalizione “progressista”.
La destra ha confermato nel tempo un elettorato che ha acquisito un netto carattere identitario che non si identifica con il singolo partito ma con la coalizione nel suo insieme. Il consenso della destra non è riconducibile ad un voto di protesta quanto alla costruzione di una base in cui, attraverso Berlusconi, si sé ricollocato l’elettorato tradizionale della destra con una parte consistente del voto in zone di insediamento DC e anche settori dei partiti laici. I temi agitati sono quelli classici della destra (anti-tasse, legge e ordine, xenofobia, ecc.). Questo elettorato è stato intaccato ma solo per una fase poi chiusasi, dai 5 Stelle in un momento di crisi della leadership berlusconiana. Anch’esso è stato colpito dall’astensionismo. La destra ha vinto le elezioni nel 1994, nel 2001, nel 2008 e nel 2022. In termini percentuali ha ottenuto il 46,12%, il 45,57%, il 46,81%, il 43,79%. Come si vede il dato è relativamente stabile nell’arco di un trentennio. Questo indica che la destra non vince tanto perché raccoglie i voti dei “delusi” del centrosinistra, quanto per la solidità del blocco elettorale che è riuscito a costruire già dalla prima vittoria di Berlusconi.
Una solidità che il centrosinistra non ha avuto. Ha vinto le elezioni solo in due occasioni, il 1996, grazie alla rottura tra il centrodestra e la Lega e nel 2006 prevalendo in un confronto molto ravvicinato e con una vittoria di misura. La scelta veltroniana del PD “a vocazione maggioritaria”, invocata in nome del bipartitismo, ha determinato una crisi del bipolarismo. Unitamente alle scelte di governi tecnici e di coalizioni che rompevano la divisione tra centro-destra e centro-sinistra finalizzate a condurre politiche neoliberiste, questa ha aperto la strada all’irruzione dei 5 Stelle e ad una crisi del confronto bipolare che potrebbe ricomporsi, con molte difficoltà, solo con le prossime elezioni politiche.
Un altro elemento che vale la pena di richiamare è che i dati non sembrano confermare un rapporto diretto tra maggiori offerte elettorali e riduzione dell’astensionismo. Come si è scritto, l’unico caso di ritorno al voto di una parte di astensionisti si è avuto nel 2006, ovvero nel caso di massima polarizzazione. La quale attrae però se è effettivamente competitiva. Questo effetto può avere una spiegazione nella natura dell’astensionismo. Tra gli astenuti c’è una parte minoritaria di voto politicamente motivato o perché ostile al sistema politico in quanto tale, o perché insoddisfatto da un’offerta politica che pure è largamente plurale. La maggioranza degli astenuti sono elettori periferici che seguono poco le vicende politiche e hanno una scarsa conoscenza delle differenze che esistono tra i vari partiti. Per questo sono più facilmente mobilitabili quando la scelta si semplifica e la posta in gioco diventa più chiara. È avvenuto lo stesso anche nel recente referendum sulla magistratura. Se nel 2027 si andrà ad una competizione bipolare e competitiva è possibile, se questa ipotesi verrà confermata, che si registri una certa riduzione dell’astensionismo. Questo dipenderà anche dalla capacità di mobilitazione dei due poli. Il dibattito aperto nell’opposizione determinerà in buona misura la natura del prossimo appuntamento elettorale.
Franco Ferrari