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Déjà vu

di Marga
Ferrè

Mentre il brutale attacco di Donald Trump al Venezuela sembra un déjà vu, le élite europee seguono nuove regole, rimanendo in silenzio o distogliendo lo sguardo, posizionandosi e cercando profitti. Ma non ce ne sono

C’è qualcosa di déjà vu nel brutale attacco di Donald Trump al Venezuela. È un posto che già conosciamo, ci siamo già stati. Una storia che abbiamo già sentito: in Afghanistan, per arrestare Bin Laden e portare la democrazia (nessuna delle due cose è avvenuta); in Iraq, per trovare armi di distruzione di massa, che non sono mai state trovate; in Libia, i marines sono entrati per proteggere i civili e hanno finito per causare 30.000 morti e il collasso dello Stato libico. Ci hanno raccontato delle storie, la scusa per saccheggiare il petrolio, ma non ci hanno mai ingannato. Lo faranno anche adesso?

Dichiaro la mia solidarietà al popolo venezuelano in difesa della sua sovranità, non solo per mancanza di empatia verso l’aggressione illegale e criminale dell’amministrazione Trump contro il Paese caraibico, ma anche perché la mancata denuncia delle violazioni e delle narrazioni dell’estrema destra americana contro il Venezuela avrà ripercussioni anche su di noi, da questa parte dell’Atlantico.
Per sostenere questa tesi, mi baso sull’analisi di Walden Bello sull’estrema destra americana: «Si tratta di ricostruire ciò che Trump e i suoi seguaci considerano il nucleo danneggiato dell’impero. Trump considera l’America Latina come parte della sua sfera d’influenza. I suoi commenti sul Canada, la Groenlandia, il Canale di Panama e il Golfo del Messico riflettono questo cambiamento di priorità a favore del continente americano». Quello che il pensatore filippino sottolinea è già un luogo comune nel dibattito sulla geopolitica, ovvero che Trump e il movimento MAGA considerano l’America Latina e i Caraibi come loro colonie.
Nello stesso rapporto, Bello descrive accuratamente Trump e la classe miliardaria a cui appartiene come personaggi con un «complesso napoleonico», la cui missione è quella di riparare «il nucleo danneggiato dell’impero» in modo suprematista, autoritario e spaventosamente egocentrico. Ecco perché sostengo che opporsi all’attacco illegale, al saccheggio delle risorse, al rapimento di un capo di Stato e alle minacce di invasione del Venezuela è un atto che va oltre la solidarietà. Esso ha a che fare con la difesa della ragione, intesa come la nostra capacità di dire “no” allo status quo, come il potere di immaginare un ordine diverso da quello esistente. Esso ha a che fare con il non accettare un ritorno al “potere duro”, che è tutto ciò che rimane loro in un mondo che li mette in discussione e li detronizza.

Il mondo in cui Donald Trump ci sta conducendo è una distopia militare senza regole e senza diritti.
“Potere duro” espresso a parole è ciò che abbiamo sentito alla conferenza stampa del presidente degli Stati Uniti per giustificare il suo attacco al Venezuela: ha superato così tanti limiti che sarà necessario un nuovo termine per definirlo. Quello che Trump ha fatto alla conferenza stampa è stato mostrare disprezzo per il diritto internazionale; un oltraggio alla legge del proprio Paese; la sublimazione della violenza; agire come padrone del mondo (tramite l’esercito) annunciando che gli Stati Uniti interverranno in qualsiasi Paese vorranno; ha annunciato il saccheggio delle risorse di un altro Paese dichiarandole proprie perché può farlo; ha mosso accuse senza prove; ha difeso il suo diritto di rapire persone se lo desidera; ha minacciato governatori e sindaci eletti nel proprio Paese di inviare la Guardia Nazionale; ha deciso chi governa un Paese, chiarendo che non gli importa cosa pensano i cittadini; ha minacciato altri Paesi (nel suo discorso ha minacciato fino a quattro altri Paesi)…
Come si può descrivere tutto questo? Tirannia è la parola usata dalla sinistra americana, eppure, a mio avviso, la cosa più spaventosa è stato il discorso del suo ministro della Guerra, Pete Hegseth, che ha sostanzialmente parlato di Donald Trump come del Leader Supremo, cioè di qualcuno la cui parola è legge. Ciò che Trump ha fatto nella sua apparizione è stato legittimare un colpo di Stato in un Paese sovrano, annunciare un saccheggio, minacciare altri Paesi e lo stesso popolo americano, ma ciò che ha fatto il suo ministro della Guerra è stato semplicemente rendere irrilevanti la democrazia e la legge, sia internazionale che propria.

Qualcuno crede davvero che Trump abbia bombardato Caracas e rapito il presidente del Venezuela per la democrazia o la pace? Qualcuno crede davvero che il Cartel de los Soles, un cartello che non esiste, sia stato il motivo di questa brutale aggressione? Ovviamente no, nessuno ci crede, ed è proprio questo che rende la cosa ancora più terribile: la prova che l’accettazione del discorso di Trump non è dovuta all’inganno, ma è volontaria. Servitù volontaria, come direbbe Étienne La Boétie.
Persino il New York Times è stato più severo nei confronti dell’attacco al Venezuela rispetto ai ministeri degli Esteri europei; almeno il quotidiano newyorkese ha descritto l’attacco come illegale e insensato, chiarendo che viola anche la stessa Costituzione degli Stati Uniti. Al culmine della servitù volontaria, Trump ha appena ribadito il suo desiderio di annettere la Groenlandia, e le proteste europee sono così timide da rimanere semplici sussurri. Forse non vogliono causare problemi.

Ciò che le élite europee stanno facendo è imparare a giocare secondo nuove regole, tacendo, annuendo o guardando dall’altra parte, come fanno con il genocidio a Gaza, per vedere come posizionarsi e cercare profitti. Ma non ce ne sono. Si sbagliano. Il mondo in cui Donald Trump ci sta conducendo è una distopia militare senza regole e senza diritti.
Ecco perché dobbiamo opporci con fermezza all’attacco contro il Venezuela, perché se lasciamo vincere Trump il messaggio che lui invia è che non esiste il diritto internazionale, che non esiste la democrazia e che tutto ciò che ci resta è il vassallaggio. Quello che voglio dire è che questo non è solo contro il Venezuela, è contro tutti noi.

Difendo la solidarietà con il Venezuela perché so che quando l’imperialismo parla di diritti, sta facendo un uso improprio di questa parola.

Marga Ferré, presidente di transform!europe

L’articolo è stato pubblicato tra transform!europe e tradotto in italiano di Tania Toffanin

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