Se c’è qualcosa che l’aggressione statunitense al Venezuela ha messo in chiaro è l’abbandono palese del diritto internazionale, la liquidazione ostentata di ogni sistema “basato sulle regole”, senza più alcuna dissimulazione, a favore dell’uso della forza. «Noi siamo i più forti e facciamo come vogliamo».
Come è stato sottolineato da più parti, un tempo gli USA agivano in nome del bene, giustificando ciò che facevano come qualcosa di buono, fosse la “libertà” o la “democrazia”. Ora non più e potremmo dire che hanno “gettato la maschera”. Hanno sequestrato Maduro come farebbe una gang mafiosa, dicendo al Venezuela che ora le compagnie petrolifere americane si riprenderanno ciò che era stato loro tolto.
Nervosi per un debito che sta diventando insostenibile, ormai incapaci di esercitare una supremazia globale, gli Stati Uniti di Trump ricorrono alla forza brutale per riaffermare, quantomeno, una potenza militare e rafforzare quella economica. Gli USA sono già i primi produttori al mondo di petrolio – grazie al fracking – ma non gli basta: perché così potranno fare pressione sulla Cina e sulla Russia.
Certo, è la fine dichiarata anche dell’ONU e della possibilità che questa possa esercitare un ruolo. Che Trump agisca senza curarsi dell’approvazione del Congresso («quelli parlano troppo e se avessimo chiesto l’autorizzazione, Maduro spariva») è un aspetto. Ma se non si preoccupa neppure di dire al mondo: «chiedo l’autorizzazione a deporre Maduro», come aveva fatto il suo predecessore Bush per andare a stanare Saddam Hussein (e farlo poi assassinare), la questione è seria per l’Onu.
Nadia Urbinati sostiene che è la fine del «sogno americano». Quello, direi, era già finito, divenendo un incubo per i milioni di immigrati, anche legali, ispanici, neri, marroni, insomma non bianchi, cui gli agenti con il passamontagna dell’ICE si sono messi letteralmente a dare la caccia (anche loro senza mandato legale), prelevandoli a forza dalle loro case o dai luoghi di lavoro, picchiandoli, deportandoli. Non so cosa questo aggiunga al sogno divenuto incubo.
Trump è un impunito, come ha già ampiamente dimostrato (e oggi, 5 anni dopo l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 lo ricordiamo). E ora si sente di agire impunito anche sulla scena internazionale, tanto né gli alleati né l’Onu avranno modo di recriminare, sono totalmente impotenti.
«Questo è ciò che offre l’impunità delle élite», afferma (perfino) il New York Times. «Trump è allo stesso tempo un sintomo di questa malattia e la sua apoteosi, una rappresentazione vivente di tutti i modi in cui gli Stati Uniti hanno incoraggiato, tollerato e premiato i comportamenti più egoistici e antisociali immaginabili, almeno tra una certa classe di persone» (Jamelle Bouie).
Trump è un impunito autoritario, un autocrate, rappresentante di un’élite capitalistica oligarchica. E, ciononostante, tanto molti liberal che conservatori e destrorsi affermano che ha fatto bene a «liberare il Venezuela da Maduro», per renderlo «libero e democratico». Ma in questo caso siamo di fronte a un leader autocratico che cerca potere e affermazione attraverso la conquista di territori e risorse, non di rendere il Venezuela libero e democratico. Perché anche i nostri commentatori vogliono ignorare questa realtà? La realtà è che tanto la democrazia americana che il diritto internazionale si vanno disgregando, ed è questa combinazione che rende questo momento così inquietante. Al di là del Venezuela – di cui in tanti sembrano preoccuparsi – tutto sembrerebbe dirci che siamo come nell’era pre-Prima Guerra Mondiale, fatta di uomini forti e sfere di influenza. Possiamo anche ignorarlo, ma la storia ci dice dove questo ci può portare.
Perché siamo così proni a ignorare il passato? Il fine non può giustificare i mezzi. Se davvero il fine fosse stato quello di “liberarci di un dittatore” (Maduro), davvero siamo disposti ad accettare che Trump faccia così ovunque gli aggrada? Il giorno che Trump decidesse di far uscire gli Stati Uniti dall’Onu (tanto non conta niente), che diremo? Qui non si tratta di “deporre un despota”, ma di una dichiarazione di guerra. Cui è seguita una dichiarazione altrettanto stupefacente: «noi guideremo il Venezuela verso una transizione giudiziosa».
Trump è un autocrate animato da una cultura di guerra, ostentazione della forza, che non conosce limiti ed è, per questo, pericolosissima. Così, si va solo verso l’uso di più forza dove un tempo si sarebbe usata la diplomazia o, forse, il bastone e la carota. Che è poi quello che ha deciso di fare Netanyahu: nessuna concessione, eliminare il problema palestinesi eliminando i palestinesi stessi.
Tra l’altro, è apparso già chiaro che quanto sta accadendo in Venezuela, le motivazioni, gli obiettivi, sembra più qualcosa che si avvicina all’azione mafiosa in grande stile, non una tipica azione di “politica estera”. È questo il sentiero verso cui si stanno incamminando anche i leader europei? È ancora il New York Times a sottolinearlo: a Trump non interessa il “regime change”, ma la preservazione dello status quo «dato che il suo obiettivo è l’estorsione, non la trasformazione politica. Piuttosto che l’imperialismo moralista di George W. Bush, la politica estera di Trump è un gangsterismo imperialista. Come mi ha detto un funzionario dell’amministrazione, c’è “qualcosa di rinfrescante nel fatto che Trump dica semplicemente: ‘Sì, ci prendiamo il petrolio’”» (Michelle Goldberg). Peggio di così…
Perché, alla fine, tutto ciò non sarà né per il bene dell’economia americana e dei consumatori, né per quello dell’ordine internazionale. Gioverà solo alla cricca al potere e agli oligarchi che lo circondano. Riaffermando la volontà imperialistica dell’autocrate della Casa Bianca da giocarsi sul tavolo internazionale. Lo sprezzo per il diritto internazionale, il trattare un capo di stato in questo modo – sequestrandolo e portandolo in manette in un tribunale come fosse un delinquente comune – non è una questione per legulei, come sembrano dire alcuni, perché è il capitalismo che è feroce, sanguinario e imperialista. Se è certo che Trump agisce così per riaffermare il predominio capitalista americano, non per questo possiamo non guardare con sgomento agli effetti che ciò ha sulle dinamiche sociali ed economiche. L’impero oggi vuole ribadire la propria supremazia e i suoi vassalli non dovranno che obbedire. A cominciare dagli europei.
Di fronte a tutto questo, nessun pare questionare quali siano le ragioni, oggi, del Patto atlantico né quale sia il ruolo degli europei (e degli italiani): possiamo fidarci di un alleato che non riconosce la legge internazionale? Possiamo continuare ad affidarci al ruolo di protettore e garante della sicurezza nostra degli Stati Uniti, se per caso questa non coincide con quella presunta dell’autocrate biondo? E da chi dovremo difenderci, in ultima analisi?
C’è stato un salto di qualità e ne dobbiamo prendere atto, iniziando a pensare a un mondo diverso, un’Europa diversa con un ruolo diverso. Perché, nonostante tutto, non possiamo arrenderci all’idea che ognuno faccia quello che crede e siccome non riesce ad ottenerlo con le buone se lo può cercare con la forza.
Gli europei e, tra questi, tanto i liberal che i conservatori e i neofascisti si stanno convincendo che, se è questo l’andazzo, tanto vale abituarsi all’idea. Ciò è profondamente errato e i progressisti dovrebbero temere tale postura perché a pagare saranno solo le classi popolari, il prezzo per tutti sarà una maggiore destabilizzazione e uno sprofondare nel pozzo della guerra. Se si vuole evitare la guerra, bisogna innanzitutto predisporsi all’idea di non volerla.
Da quando Trump è salito al potere, la politica estera e il ruolo degli Stati Uniti nel mondo sono stati caratterizzati da imprevedibilità a inaffidabilità, al punto che ora appaiono comportarsi davvero come uno “Stato canaglia” aggressivo e temibile. E gli europei sbagliano ad assecondare la “pazzia” dell’autocrate di Washington che non smette di sfidare le leggi nazionali e internazionali. Ed è ormai chiaro che dovrebbero seriamente considerare un “piano B” riguardo all’alleanza atlantica e a come porsi nei confronti degli americani.
Rovesciare il tavolo dell’alleanza – non più giustificata a tali condizioni di sudditanza – e ripensare il ruolo dell’Europa che può, oggi più che mai, assurgere a riferimento pacifico in un mondo multipolare, non suddiviso in “aree di influenza” ma interconnesso – il contrario del caos cui il ritorno dell’Impero ci vuole sottomettere.
Pier Giorgio Ardeni