Il cd “ddl anti maranza” denota, nella sua brutalità, tanto l’incapacità degli attuali e sedicenti governanti ad affrontare questioni sociali senza ricorrere al panpenalismo quanto, e forse è ancora più grave, nell’ennesima dimostrazione di abissale distanza dalla realtà. I dati di carattere generale, che in un contesto di “normalità cognitiva” e non segnato da manipolazioni culturali e politiche, sono materiale da maneggiare con cura perché, se da una parte alcuni reati commessi da minori la cui violenza è stata mediaticamente e politicamente amplificata, sembrano essere cresciuti, almeno nella percezione pubblica, dall’altra i numeri delle denunce effettuate dovrebbero indurre alla rassicurazione. Entrambi gli approcci sono, ad avviso di chi scrive, limitanti e limitati: la stessa idea di “percezione”, in un contesto di emotività deformata e amplificata, falsa radicalmente la realtà, la traduce in una dimensione comunicativa, ad uso social e media mainstream, che si autoalimenta in un circuito perverso. Contemporaneamente è vero che il disagio giovanile si trasforma, troppo spesso in identità aggressiva di gruppo ed escludente, in una sorta di universo esterno ed estraneo che il mondo adulto spesso non è capace di decodificare. Entrambi i casi comunque, fotografano, con modalità diverse, gli effetti di un problema ma poi non incidono per produrre cambiamenti, si guarda all’effetto e non alla causa perché il primo fa più share della seconda e offre un ventaglio di soluzioni semplici e autoassolutorie. Il secondo approccio, se invece non è accompagnato da consapevolezza di come sta mutando il tessuto sociale, rischia di alimentare il primo e, soprattutto non affronta, alla radice, problemi che invece ci sono e non possono essere risolti a colpi di ridicoli ddl.
L’approccio del suddetto disegno di legge è già di per sé razzializzante e per questo fonte primaria di problemi. Gli episodi di violenza o di violazione del Codice penale sono presenti in maniera trasversale, tanto per classe che per Paesi o – più spesso – provenienza dei genitori. Capita di frequente che simili reati, commessi da figlio/figli della buona borghesia autoctona, passino in secondo piano, anche se, capita spesso, hanno, in caso di aggressioni, l’aggravante dell’odio razziale. Ma questi non sono considerati fattori di allarme sociale, c’è chi li derubrica in goliardia, quando invece ci sono di mezzo persone che andrebbero considerate tanto vulneranti che vulnerabili allora si alzano le urla e le forme espressive più sguaiate. Una gerarchia dei reati che è propria di un sistema fondato sulla divisione in classi sociali, al cui punto più basso è una categoria ormai riassumibile con una sigla MSNA (Minori Stranieri Non Accompagnati). Chi scrive parte anche da una esperienza diretta che risale a dieci anni fa, quando ancora il tema era poco considerato. Nei pressi della stazione di Catania era normale incontrare bambini, fra i 13 e i 16 anni, giunti da solo con gli sbarchi soprattutto da paesi in guerra, che si prostituivano per racimolare i soldi necessari a raggiungere il nord. Gli sfruttatori erano maggiorenni, di varie nazionalità, la clientela di adulti abitanti della città. Enti di accoglienza, laici o religiosi, non garantivano accoglienza e assistenza, pur essendo a volte remunerati per farlo, le forze dell’ordine facevano una capatina in quello spiazzo che tutti conoscevano a Catania, per fare un po’ di scena e poi si eclissavano. Mi sono spesso domandato che fine avrebbero poi fatto quei bambini, anche con profonda, politica e personale vergogna. Secondo il Dossier 2026 La scomparsa dei bambini e degli adolescenti nell’era del digitale e dell’intelligenza artificiale di Telefono Azzurro, pubblicato nella Giornata internazionale dei bambini scomparsi (dati della XXXIV Relazione del Commissario straordinario del Governo per le persone scomparse) nel 2025 risultavano scomparsi 17.942, minorenni, a fronte di 17.405 del 2024. La componente straniera pesa in modo decisivo: i minorenni stranieri sono 12.959, pari al 72,2% delle segnalazioni. Gran parte di coloro che non hanno cittadinanza italiana si allontana volontariamente da centri di accoglienza, comunità, dagli stessi tutori che potrebbero sostenerne la crescita. La legge sui MSNA a firma Zampa-Pollastrini, aveva, quando è stata varata nell’aprile del 2017, grandi meriti rispetto alle leggi europee vigenti, segnava un avanzamento significativo. Ma sin dalla sua approvazione incontrò ostacoli all’interno della stessa maggioranza dell’allora governo Gentiloni/Minniti che poco voleva sporcarsi le mani col tema dell’immigrazione. Infatti, il numero elevato ed inaccettabile dei minori spariti è prova provata di come non basti fare una legge per affrontare un problema ma sia necessario poterla applicare. Molti di loro sono riusciti ad andare via da un paese che non è per minori, un’altra parte è rimasta soggetta a lavoro minorile, una percentuale infinitesimale ha incontrato le persone giuste e le istituzioni che adempivano al loro dovere e sono riusciti ad affrontare un percorso di riscatto individuale ma quanti sono finiti nei circuiti della microcriminalità e non certo per ragioni vannacciane? Questo è un primo interrogativo.
Un secondo livello – ovviamente compiendo un’opera di inevitabile semplificazione – si riscontra in quei deserti della convivenza rappresentati dalle periferie, soprattutto urbane delle grandi città italiane. L’offerta di opportunità è intimamente legata tanto alla classe sociale di appartenenza, quanto al genere, quanto e forse soprattutto ai processi di razzializzazione che stanno imperando in Europa. Ovvio, incidono tanti altri elementi che possono favorire un miglioramento delle aspettative e delle condizioni di vita o portare all’isolamento e all’indifferenza. Sono numerose e silenziose le esperienze di resistenza sociale che si realizzano senza avere i riflettori puntati addosso perché non fanno notizia ma senza avere spesso nemmeno le risorse necessarie e il sostegno delle istituzioni pubbliche di prossimità. Ma sono isole, possono essere scuole che si aprono, palestre popolari, centri di aggregazione sociale o gruppi che nelle scuole o fuori trovano un proprio scopo. Guai a narrarle queste storie, rovinerebbero la percezione di insicurezza e di paura in cui si deve vivere, quella che ci deve isolare e portarci in un’altra realtà, binaria e controllabile. Che i codici di vita in molte periferie si basino sulla violenza e sul controllo del territorio non è novità. La differenza è nel fatto che gli stereotipi un tempo affibbiati a chi viveva nei quartieri abbandonati, o a chi – soprattutto nel nord – era “figlio di terroni”, oggi si ricostruiscono in maniera metodica e suprematista con chi ha background migratorio e profilazione razzializzata. Il termine stesso “maranza” ne è la prova. Un tempo utilizzato nel milanese per definire i meridionali che mangiavano spesso le melanzane – sconosciute o quasi in terra padana – (melanza = maranza, storpiato), in pochi anni è stato tramutato, cosa che avviene sovente nella lingua viva. “Mar” sta per “marocchino”, – come è considerato chiunque provenga da un qualsiasi paese nordafricano, “anza” è la contrazione di “zanza” e deriva dalla parlata malavitosa meneghina. Indicava storicamente chi sa “zanzare”, ovvero rubare, sottrarre o raggirare con rapidità e furbizia. Chi agisce da solo, si limita a questo, chi lo fa in gruppo si afferma come identità che accetta o ricerca lo scontro con gruppi simili e non si fa problemi a divenire aggressivo. Ora, al di là del fatto che in un paese che è avviato sulla via della pluriculturalità, capita spesso, soprattutto nel centro e sud Italia, che questi gruppi abbiano composizioni “miste”, in cui compaiono anche ragazzi autoctoni ma che vivono comunque esclusioni di classe e di prospettiva, l’idiozia propagandistica del ddl apposito mira unicamente ad innalzare il muro di diffidenza e di ostilità che questi gruppi trovano verso ogni forma di istituzione. L’efficacia è inesistente: ricordiamo che permette di “di rafforzare l’imputabilità dei minorenni tra i 14 e i 18 anni”. In cosa si traduce? Nel fatto che non si considerano i ragazzi responsabili di detti reati incapaci di intendere al momento del crimine commesso. Nel 2024 le sentenze di non luogo a procedere per accertata immaturità, di minore età, commetteva reati, sono state 60 (sessanta), sono loro l’allarme sociale per cui inventarsi un ddl e un clima da terrore? E si aggiunga che uomini di legge amati anche nel mondo progressista, che certamente pongono anche il problema della prevenzione, poi cadono nella stessa logica giustizialista affermando con noncuranza che vanno “aumentate le pene minime”, affinché non ci si avvalga della sospensione della pena. Mah sì, contro i maranza, proviamo a garantire il tempo pieno a scuola, forniamo magari anche uno psicologo di supporto per lavarci la coscienza – dimenticando il tasso di abbandono scolastico e l’assenza di reti istituzionali o informali in grado di fungere da sostegno.
Ma sul da farsi bisognerebbe ragionare partendo non solo da una ferma opposizione al ddl, quanto provando a rovesciare l’agenda politica, guardando la luna e non il dito – per essere banali – ma partendo da buone pratiche da estendere e da far divenire patrimonio comune e applicazione normativa di un prossimo, ci auguriamo migliore, governo del Paese. Utilissimo l’approccio dell’associazione AltraMente, che ha lanciato un appello firmato in un paio di giorni da associazioni e persone, soprattutto donne, impegnate nel campo dell’educazione e della formazione (https://share.google/xUqgD27PpsqDgx0Qn ) e che invitiamo a sottoscrivere. Fondamentale per raccogliere forze e intelligenze ma poi c’è da rivedere daccapo, partendo da un fattore di vulnerabilità che si è trasformato, nell’immaginario in pericolo incombente, agire in maniera radicale. Il ddl farlocco, come le turbe remigratorie sono soltanto l’aspetto scenografico di un approccio repressivo che scava più nel profondo. Col Patto immigrazione e asilo unito al Regolamento rimpatri, sarà possibile, laddove non esistano i presupposti per garantire protezione a chi arriva, detenere nuclei familiari con minori, considerati a rischio fuga e persino minori stranieri non accompagnati, se non si trova altra sistemazione, in strutture di detenzione senza che abbiano commesso alcun reato. Una persona che teme di finire, in quanto semplicemente vivo, di finire in gabbia, cosa ha da perdere? Perché si deve sentire incluso in un Paese o in una comunità? E ancora, l’odio diffuso a piene mani da sedicenti adulti consapevoli e benestanti, innalza ogni giorno un muro più alto per rendere più difficoltoso l’accesso ad una prospettiva di futuro, come non comprendere – non giustificare – le ragioni per cui si creano, soprattutto in un’età crudele come quella adolescenziale, identità chiuse che ripropongono un clima da bronx de noantri. E quello che va totalmente ripensato sono le città che sono state costruite attorno a noi, attorno ai nostri giovani – tutte/i – come ai nostri anziani, alle donne, a chi teme per la propria diversità, a chi subisce le quotidiane micro-aggressioni della razzializzazione. Un ripensamento che coinvolge l’urbanistica, destinando risorse per spazi sociali che rendano fruibile l’aggregazione e non la releghino al consumismo delle movide, che raccolga e tragga spunto, nelle istituzioni locali e nazionali, da quanto di positivo si riesca a fare in infinite realtà. Spazi in cui non ci si senta intrusi, ospiti guardati con diffidenza o con paternalismo coloniale, in cui le differenze favoriscano il confronto. Curare le ferite procurate dall’assenza di politiche di convivenza eretta a valore, non sarà cosa semplice, soprattutto in un contesto di guerra che è penetrata anche nell’approccio quotidiano alla vita. Ma vogliamo provare a dettare un’altra agenda? Proviamo ad affermare che una parte delle risorse sottratte alle infami spese militari o a quelle che entrerebbero attraverso un’imposta progressiva sui patrimoni, ad una lotta reale all’evasione fiscale, venga vincolata a progetti per il futuro? Usciti dal covid i piani di finanziamento parlavano di “next generation”, ma devono servire per una generazione da mandare a combattere in teatri di guerra o nella violenza urbana o, depurate dall’ipocrisia UE, possono contribuire a costruire un clima sociale migliore. Solo in Italia perché l’allarme è da noi? In questo caso un dato, che parla alla testa e non fomenta la pancia serve: il paese europeo in cui il tasso di criminalità minorile è più alto è l’Austria, a seguire in questa poco invidiabile classifica Finlandia, Francia, Germania ecc. L’Italia si colloca al 14° posto, in bassa classifica, chi sta affrontando il problema non ragiona in termini di intimidazione ma parla di questioni sociali da risolvere. Un caso?
Stefano Galieni