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Da Instanbul a Milano: il 15 gennaio un’iniziativa dopo la conferenza internazionale di pace

di Anna
Camposampiero

Si terrà a Milano l’iniziativa dal titolo “Pace, solidarietà, fratellanza – Turchia e questione curda: una pace possibile”, promossa dalla CGIL Milano.

Un incontro che si colloca nel proseguo delle relazioni internazionali che il Dem Parti – il Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli – sta tessendo con realtà politiche e sociali a livello internazionale, a sostegno del complicato e delicato processo di pace avviato in Turchia.

Per due giorni, il 6 e 7 dicembre 2025, la capitale turca Istanbul è diventata il punto d’incontro di una discussione globale sulla pace. Politici, parlamentari, attivisti, esperti e Premi Nobel si sono riuniti nella conferenza internazionale organizzata da Dem Parti per affrontare uno dei conflitti più lunghi e complessi del Medio Oriente (e meno conosciuti): la cosiddetta questione curda.
L’apertura, affidata ai portavoce Tülay Hatimoğulları e Tuncer Bakırhan, è stata seguita dalla lettura di un messaggio proiettato dall’isola prigione di Imralı, dove è detenuto Abdullah Öcalan, il leader del movimento curdo e fondatore del PKK, il partito dei lavoratori del Kurdistan, da ormai 27 anni.

Tutto inizia il 25 febbraio 2025, quando proprio dal carcere di Imrali, Abdullah Öcalan ha lanciato un appello per la pace e la fine del conflitto in Turchia, che avrebbe ricadute sull’intero assetto politico regionale. Ha chiesto al PKK di deporre le armi e sciogliersi, ritenendo completato il suo ciclo di vita. “La necessità di una società democratica è inevitabile. Il PKK, il più lungo e ampio movimento insurrezionale e armato della storia della Repubblica, ha trovato forza e sostegno principalmente a causa della chiusura dei canali della politica democratica. (…) Nell’attuale clima politico, influenzato dall’appello del signor Devlet Bahçeli [leader del partito nazionalista MHP], dalla volontà espressa dal Signor Presidente [Erdoğan] e dagli approcci positivi delle altre forze politiche” ha dichiarato Öcalan nel suo messaggio, “faccio un appello per la deposizione delle armi e mi assumo la responsabilità storica di questo appello.”[1]

Öcalan ha sottolineato così come la forza e il consenso del PKK fossero cresciuti, nel corso della storia della Repubblica Turca, proprio in risposta alla progressiva chiusura degli spazi di espressione democratica nel paese.

Parole destinate a segnare un’epoca, che lasciano aperta la speranza anche della sua liberazione. Per la conferenza a Istanbul sono arrivate delegazioni dall’Italia, dall’Irlanda, dalla Catalogna e dai Paesi Baschi: territori che, in modi diversi, hanno conosciuto conflitti interni, movimenti indipendentisti, lunghi percorsi di riconciliazione. Un mosaico di esperienze che, accostate, restituisce un dato comune: la pace non è un traguardo, ma un processo di cui avere cura, e da costruire con tutti gli attori coinvolti.

L’Irlanda e un accordo che non smette di pesare

Il Good Friday Agreement del 1998 è stato indicato dagli interventi irlandesi come un modello internazionale, ma anche come un patto che oggi mostra tutti i suoi limiti. A quasi trent’anni dalla firma, il Sinn Féin – ora prima forza del Paese – spinge per un referendum sull’unità dell’isola entro il 2030.

La lezione portata a Istanbul è duplice: la pace richiede inclusione e garanzie, ma soprattutto un lavoro continuo dentro la propria comunità. Nessun negoziato regge senza una base politica coesa, e nessuna riconciliazione è possibile se una parte rimane esclusa dal tavolo. Oggi il Sinn Féin viaggia attorno al 24,5% dei consensi, e nelle ultime presidenziali ha sostenuto la candidatura della poi eletta presidente Connolly che guarda alla riunificazione come un processo naturale verso un’Irlanda unita.

Catalogna: dopo il 2017, il ritorno al dialogo

La Catalogna è arrivata alla conferenza con una storia ancora recente e ancora bruciante. Dopo il referendum del 2017 e gli anni di repressione, condanne e proteste, la crisi politica si è trasformata in un tavolo negoziale aperto tra Barcellona e Madrid. Indulti, riforme e soprattutto la legge di amnistia del 2024 – confermata dalla Corte Costituzionale – hanno segnato una svolta.

Il presidente Pere Aragonès ha ricordato che il processo catalano non è mai stato lineare. Le fasi di avanzamento si sono alternate a momenti di stallo, e la narrazione pubblica è diventata una parte decisiva del conflitto: “Nessuna delle parti può uscire umiliata dal negoziato”, ha spiegato. Una posizione che ha trovato riscontro anche in altri interventi: la crisi catalana non è conclusa, ma ha scelto la via politica.

Paesi Baschi: quando la società civile cambia la storia

Dai Paesi Baschi è arrivata una testimonianza diversa, basata su un lungo percorso di smilitarizzazione e partecipazione popolare. Dopo il disarmo unilaterale di ETA, un processo durato quattordici anni ha portato a una normalizzazione graduale, fatta più di iniziative civiche che di trattati diplomatici.

Secondo Igor Zulaika, parlamentare di EH Bildu, il partito basco indipendentista erede della tradizione politica di sinistra di Batasuna, il punto di forza dell’esperienza basca non è stato l’accordo finale – che non c’è mai stato – ma la pressione dal basso, la capacità di proteggere il processo dai suoi oppositori naturali: “I nemici della pace esistono ovunque. Per questo servono coesione interna, creatività politica e un radicamento sociale reale”.

Il nodo irrisolto delle carceri turche

Una delle sessioni più dense della conferenza è stata quella dedicata al sistema carcerario turco. Le testimonianze hanno descritto un modello segnato da isolamento estremo, criminalizzazione della popolazione curda e una continuità inquietante con le pratiche degli anni ’90, segnate allora come oggi da torture, sparizioni forzate e una sistematica criminalizzazione dell’identità curda.
Secondo avvocati e attivisti presenti, la detenzione applicata a Imralı contro Abdullah Öcalan è diventata negli anni un paradigma esteso a tutto il Paese. Un ostacolo strutturale a qualunque ipotesi di pace: finché la prigione funziona come strumento politico, sostengono gli esperti, nessun negoziato potrà essere credibile.

Dall’isolamento totale di Öcalan a Imralı, si dipana una strategia che usa l’accusa di ‘terrorismo’ come un’arma politica: chi è accusato, e poi chi lo difende, finisce nel mirino, azzerando di fatto il diritto alla difesa. Questa pratica turca di criminalizzare ogni dissenso attraverso leggi antiterrorismo è un monito che riguarda da vicino anche le nostre democrazie.

Che il governo di Erdogan usi il carcere come strumento di repressione è evidente nei numeri. Prima di tutto il numero di detenuti in Turchia è aumentato in modo spaventoso negli ultimi vent’anni (cioè quelli in cui Erdogan è stato al potere, prima come primo ministro, poi come presidente): nel 2002 erano 59.429, oggi sono 398.694.

La maggior parte dei detenuti è composta da oppositori, specialmente se di matrice curda, come il caso della condanna a 42 anni di carcere per “attentato all’unità dello stato” ai danni di Selahattin Demirtaş, ex co-presidente del HDP, nome del Partito Democratico dei Popoli prima di diventare Dem Parti, il Partito dell’Uguaglianza e della Democrazia dei Popoli, per aggirare il rischio di chiusura da parte della Corte Costituzionale, e per poter partecipare alle elezioni del 2023.

Particolare attenzione è stata dedicata alla condizione delle donne detenute, spesso protagoniste di percorsi di emancipazione e di elaborazione politica che oggi influenzano in modo significativo il movimento curdo, e che per questo sono particolarmente osteggiate.

Insieme a Selahattin Demirtaş va ricordata Figen Yüksekdağ, che nel “Processo Kobane” è stata vittima delle condanne monstre insieme a Demirtaş, con una condanna a 30 anni, praticamente un ergastolo a testa.

Yüksekdağ viene accusata di non aver collaborato in indagini legate al terrorismo e di altri reati, mentre su Demirtaş pendono capi di accusa come l’essere a capo di un’organizzazione terroristica e incitazione alla rivolta.

Tra le migliaia di detenuti va citato anche Ekrem İmamoğlu, il sindaco di Istanbul del Partito Popolare Repubblicano (CHP), possibile competitor alle prossime elezioni presidenziali, che Erdogan ha fatto rimuovere (come fa spesso con i co-sindaci eletti nelle città a maggioranza curda) e arrestare il 19 marzo 2025, innescando una serie di proteste represse poi con violenza.

La richiesta della procura di Instabul è di condannare İmamoğlu a oltre 2000 anni di carcere, con 142 capi di accusa, tra cui corruzione, appropriazione indebita, riciclaggio, e persino spionaggio. İmamoğlu è detenuto nella prigione Marmara a Silivri, a circa 70 km da Istanbul. Un carcere dove si trovano migliaia di oppositori politici, intellettuali, attivisti e giornalisti che con accuse pretestuose il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha fatto arrestare.

L’appello dei Premi Nobel: “Senza Öcalan, niente pace”

La Premio Nobel Jody Williams ha riportato l’appello di 88 Premi Nobel che chiedono la fine dell’isolamento di Abdullah Öcalan. Una posizione chiara: la reclusione senza contatti esterni non solo viola norme internazionali, ma rende impossibile un processo di pace.
Molti interventi hanno paragonato la figura di Öcalan a quella di Nelson Mandela: non tanto per il ruolo passato, quanto per la capacità di proporre una visione politica per il futuro del Medio Oriente.

E perché al pari di quanto accaduto con Nelson Mandela, un processo di pace reale deve prevedere anche la liberazione di chi lo ha lanciato e si deve poter sedere al tavolo delle trattative.

La possibilità della pace

La conclusione della conferenza è stata netta: una soluzione politica della questione curda non solo è possibile, ma avrebbe conseguenze profonde sull’intera regione. Tuttavia, perché ciò accada, serve una svolta: inclusione di tutti gli attori, fine dell’isolamento, riforme legali reali, garanzie internazionali e una leadership unita nel campo democratico curdo.

La lezione venuta da Istanbul è semplice e al tempo stesso difficilissima: la pace è un processo politico, non un evento. Richiede volontà, coraggio e la capacità di tenere insieme ciò che la storia ha separato. Ed è proprio questo, oggi, il nodo da sciogliere in Turchia.

Ricordiamo che l’Italia ha avuto un ruolo importante nella questione curda. Non solo perché esiste una sentenza del Tribunale di Roma del 1999/2000 che riconosce il diritto costituzionale all’asilo a Öcalan, ma anche perché nel 1997 la Commissione Esteri della Camera dei Deputati votò una risoluzione, con primo firmatario il deputato di Rifondazione Comunista Ramon Mantovani, che dal punto di vista costituzionale vale la pena ricordare rappresenta la posizione ufficiale del Parlamento, che per la prima (e unica purtroppo) volta uno stato membro dell’Unione Europea prendeva posizione sulla questione curda, denunciando l’esistenza di un conflitto armato, con violazioni del diritto internazionale e sconfinamenti dell’esercito turco in Iraq, e impegnava il governo italiano a prendere iniziative per arrivare a una soluzione politica e negoziata del conflitto. Quella risoluzione è ancora oggi alla base del rilascio dello status di rifugiati a cittadini curdi con passaporto turco.

 

In un mondo in cui oggi il diritto internazionale è carta straccia, vale la pena ricordare che “terrorismo” e “conflitto interno” o “lotta armata” dovrebbero essere cose diverse, con effetti dolorosi innegabili, ma con un trattamento giuridico differente.

Il PKK, nato nel 1978, è stato inserito nella lista delle organizzazioni terroristiche dagli Stati Uniti nel 1997 e dall’Unione Europea dal 2002. Nel 2019-2020 la Corte d’Appello di Bruxelles ha stabilito che l’attività del PKK non può essere considerata terrorismo, definendola lotta armata, arrivando ad annullare accuse contro politici curdi. Si basa sul fatto che non compiendo attacchi in Europa, non si può applicare la legislazione antiterrorismo, ma si considera il PKK come parte belligerante di un conflitto armato.

Anche nelle parole, nelle definizioni, si può aprire un percorso di riconoscimento di quanto è accaduto nella storia.

 

Ecco allora che l’iniziativa promossa dalla CGIL Milano, dal titolo “Pace, solidarietà, fratellanza – Turchia e questione curda: una pace possibile” che si terrà il 15 gennaio a Milano segna un passo importante in questo processo.

Dopo i saluti di Luca Stanzione, Segretario Generale CGIL Milano, e un intervento di Salvatore Marra, CGIL Nazionale, Vincenzo Greco della Segreteria CGIL Milano, modererà la prima parte dell’incontro a cui parteciperanno parlamentari italiani (Nicoló Carboni del Partito Democratico, Alessandra Maiorino del Movimento 5 Stelle, e di Francesca Ghirra, AVS Alleanza Verdi e Sinistra, presente alla conferenza di Istambul) e parlamentari del DEM Parti, Sezai Temelli, e Mustafa Bilici, di Yeni Yol (Nuova Via). Dopo un intervento di Idris Baluken, già deputato di HDP, è importante l’intervento di realtà della società civile, da Anpi con il presidente milanese Primo Minelli ed Arci con il presidente Maso Notarianni. Due i sindacati turchi invitati: DISK, con Salih Hezer, di DISK, una delle quattro principalei confederazioni sindacali in Turchia, e Done Gevher e Bahadie Berdicioglu di KESK, che rappresenta i lavoratori del settore pubblico, entrambi affiliati a ITUC (Confederazione Internazionale dei Sindacati) e CES (Confederazione Europea dei Sindacati).

Sarà presente anche Transform! Italia, con l’autrice di questo breve testo, Anna Camposampiero, presente varie volte in Turchia per conto di Rifondazione Comunista e della Sinistra Europea, e che nel 2024 è stata trattenuta ed espulsa proprio per il suo attivismo per la causa curda.

La seconda parte dell’incontro sarà moderata da Giorgia Sanguinetti, della Segreteria CGIL Milano.

Come si diceva, è una iniziativa importante, che non deve rimanere isolata.

Serve più attenzione e impegno da parti di paesi, non solo europei, che si facciano garanti del processo di pace, e la conferenza di Istanbul ha guardato anche a questo: costruzione o rafforzamento di relazioni, in un mondo in cui l’immagine di Erdogan sembra sempre difficile da scalfire, anche in virtù dell’essere un partner Nato. La consapevolezza che un processo di pace in Turchia, e la liberazione di Öcalan porterebbero benefici a tutta l’area deve essere parte di questo impegno.

Anna Camposampiero

[1] http://uikionlus.org/appello-per-la-pace-e-una-societa-democratica/

 

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