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Cronaca e ambiguità di un accordo sospeso

di Stefano
Galieni

Ci sono sport, come la pallanuoto, in cui, quando l’arbitro ravvisa un fallo, l’atleta considerato reo viene fermato a bordo piscina per pochi minuti. Un ammonimento con conseguenze temporanee che raramente finisce con l’alterare i rapporti fra le squadre. Nel caso della sospensione temporanea del rinnovo automatico, dell’accordo militare fra Italia e Israele, ci si trova in una condizione simile. Del resto, pur avendo ignorato il genocidio che perdura in Palestina e poi l’occupazione, i bombardamenti e le uccisioni mirate dell’esercito di Tel Aviv, in varie aree del pianeta, stavolta i falli sono stati reiterati. Da tempo la missione Unifil nel Sud del Libano subisce attacchi e intimidazioni da parte dell’IDF, nei giorni scorsi si è anche più volte sfiorata una tragedia ritenuta per Palazzo Chigi non giustificabile. Passa in sordina che vengano feriti o uccisi militari Onu provenienti da altri Paesi o funzionari libanesi ma se a sfuggire alla morte per pochi centimetri diventano militari italiani il tutto diviene ingestibile. Ma non si tratta solo di questo fatto specifico. Come una parte importante del mondo MAGA negli Usa e come numerose autorità europee, cominciano a farsi sentire come pesanti anche per gli interessi nazionali, le scelte militari di Israele di attaccare senza alcuno scrupolo legato al diritto internazionale, ogni soggetto o Stato sovrano percepito come nemico. La stessa scelta di attaccare l’Iran sta causando danni economici e politici di portata catastrofica. Qualcuno comincia a pensare  che Benjamin Netanyahu vada fermato. E negli stessi ambienti, non certo attenti ai diritti umani, alle politiche genocidiarie che proseguono, si prende in considerazione l’ipotesi anche di sganciarsi da Donald Trump lasciando che le elezioni di mid term di novembre se non forme  di impeachment legate  al suo stato di salute (emendamento 25), portino presto ad un cambio di strategia gli Usa. La presidente del consiglio italiana Giorgia Meloni, ha forse colto la palla al balzo per provare a riacquisire consenso interno e, contemporaneamente, a trovare forme di riposizionamento che almeno attenuino gli effetti di cui ancora non avvertiamo realmente la presenza legati allo Stretto di Hormuz.

Con due colpi ambigui, insufficienti e tardivi ha da una parte preso le distanze dall’amministrazione Usa, prendendo le difese del Papa, dall’altra ha, come si diceva, sospeso il rinnovo degli accordi militari con Israele. Non si tratta di una rottura netta, come si diceva, non c’è un addio o un’espulsione, ma produce effetti pratici non minimali lasciando anche zone grigie. Ma c’è da dire anche che ad influire su questa leggera flessione della rotta filoisraeliana, hanno sicuramente pesato le grandi manifestazioni di indignazione in Italia in difesa del popolo palestinese e contro il genocidio. Una parte dei 2 milioni e rotti di persone che sono tornate ad esprimersi al referendum costituzionale e che hanno affermato il loro forte NO ai tentativi autoritari del governo, al di là di una labile appartenenza politica, esprimono da anni forme di rivolta etiche contro le politiche di sterminio di cui Meloni è ritenuta, a ragione, complice. Una scelta debole e tardiva la sua, ma su cui ha pesato l’evidente perdita di consensi causata anche, non solo, da tale subalternità politica a Netanyahu

Ma intanto partiamo dai contenuti dell’accordo

Firmato a Parigi il 16 giugno 2003 dagli allora ministri della Difesa Antonio Martino e Shaul Mofaz è entrato in vigore 2 anni dopo, con la ratifica del parlamento. Il testo, semplice e composto di 11 articoli, prevede un rinnovo automatico ogni 5 anni, salvo che una delle due parti ne sospenda l’efficacia o proponga modifiche. È un memorandum che definisce una strategia comune nel settore della difesa, comprende lo scambio di materiali militari e di intelligence, la ricerca tecnologica tra l’Esercito Italiano e l’IDF. Nasceva nel contesto del rilancio delle relazioni tra i due Paesi, in particolare a seguito della visita a Tel Aviv nei giorni precedenti la ratifica, dell’allora  presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. “Ho l’orgoglio di essere stato l’amico più deciso, più sincero e più vicino a Israele”, disse il fondatore di Forza Italia salutando Ariel Sharon. L’attuale rinnovo sarebbe stato il quarto e avrebbe esteso gli effetti fino al 2031. Prevede – ci piacerebbe poter dire “prevedeva” -la cooperazione in ambito della difesa e, di conseguenza in quello militare, lo scambio di materiali militari e la ricerca tecnologica nell’ambito delle forze armate sono inclusi fra gli ambiti del Memorandum, gestito dai due rispettivi Ministeri della Difesa. Uno spazio estremamente esteso che propone di cooperare in tutte le industrie afferenti, anche se parzialmente a tali comparti. Consente esportazione e transito di materiali di armamento, operazioni “umanitarie” condivise, gestione del personale,  Con l’obiettivo di aumentare la capacità di difesa, si prevede la cooperazione in diversi settori, da quello delle industrie della difesa alla politica degli approvvigionamenti di competenza dei Ministeri della difesa. Nell’elenco, anche importazione, esportazione e transito di materiali d’armamento; operazioni umanitarie; organizzazione delle forze armate, struttura e materiali di reparti militari, gestione, formazione e addestramento del personale, persino il controllo dell’inquinamento causato dalle strutture militari. Esercitazioni congiunte, attività culturali, partecipazione a corsi, conferenze; consultazioni e riunioni; visite a unità navali e aeree, a impianti militari; scambio di informazioni e pubblicazioni didattiche; attività sportive; scambio di dati tecnici, informazioni e hardware; ricerca, sviluppo e produzione in campo militare; ricerca industriale, sviluppo e produzione di progetti e di materiali. Nel campo della cooperazione industriale, si prevede la cooperazione su licenze, royalties e informazioni tecniche scambiate con le rispettive industrie, nonché per facilitare la concessione delle licenze di esportazione. Da anni viene contestato perché di fatto definisce una collaborazione con uno Stato considerato occupante, soprattutto in Cisgiordania. Le critiche al suo mantenimento sono aumentate in maniera esponenziale dopo le fasi più cruente del genocidio commesso a Gaza e che non si è interrotto.

Il contrasto

Alcuni giuristi avevano già lanciato una diffida al governo chiedendo di non rinnovare il trattato (tale diventa quando passa dal Parlamento), la richiesta era stata raccolta da alcuni partiti di opposizione (M5S, AVS, PD), sulla base della situazione che permane a Gaza, definita “gravissima”, in Cisgiordania, a Gerusalemme Est, nel Libano meridionale. I giuristi firmatari avevano evidenziato profili di possibile incostituzionalità già dallo scorso, dell’intero accordo. Non solo il trattato riguarda un Paese che viola sistematicamente i diritti umani ma è assente anche ogni informazione alle cittadine e ai cittadini italiani rispetto agli oneri finanziari che questo comporta, in quanto si tratta di informazioni coperte da segreto militare.

“La prosecuzione della cooperazione con lo Stato di Israele, in costanza di un possibile genocidio sotto accertamento e in pendenza di specifici mandati di arresto, potrebbe configurare – affermano i giuristi – ipotesi di concorso o comunque appoggio ai crimini internazionali di uno Stato straniero, appoggio difficilmente giustificabile in nome dei cittadini italiani, cui appartiene per Costituzione la sovranità popolare”, concludevano i giuristi. Sulla presidente del Consiglio, il Ministro della Difesa, quello degli Affari Esteri e l’amministratore delegato della Leonardo Spa, pesa poi un esposto firmato da molte figure di rilievo, e rivolto alla Corte Penale Internazionale. Il trattato rappresenta per gli accusatori, la prova provata della complicità nel genocidio e in crimini contro l’umanità. Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia ha commentato positivamente le decisioni del governo: “Accogliamo molto favorevolmente una decisione da diverso tempo invocata dalla nostra organizzazione e da tutta la società civile impegnata per la tutela dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale, ma solo nel caso questa decisione produca effetti immediati. In caso contrario sarebbe nient’altro che un avvertimento a Israele e un tentativo di riposizionamento dell’Italia nello scacchiere internazionale”. Che i rapporti fra i due Stati abbiano un momento  di tensione era prevedibile. I rispettivi governi hanno convocato, per ragioni opposte gli ambasciatori dei rispettivi Paesi per affrontare la crisi e a questo punto è difficile prevedere le mosse future. Sempre per il rappresentante di Oxfam “Questa presa d’atto non può restare un episodio isolato. La realtà dei fatti dimostra che una cooperazione strutturale con l’attuale governo israeliano non è più sostenibile da tempo, data la conclamata violazione dei diritti umani e delle norme internazionali portata avanti in tutto il Medio Oriente. In vista del prossimo Consiglio europeo, auspichiamo che l’Italia si faccia promotrice di un cambio di rotta radicale, sostenendo la sospensione dell’Accordo di Associazione Ue-Israele”. Si fa anche strada una proposta già in essere da tempo in Svezia e che potrebbe venire introdotta anche in Spagna. La richiesta è quella di uno strumento normativo che vieti il commercio con i prodotti provenienti dagli insediamenti illegali dei coloni in Cisgiordania (comprendendo anche Gerusalemme Est). Nel Paese scandinavo si è anche giunti a negare il visto d’ingresso a chi proviene dalle zone occupate.

A cosa porta la sospensione?

Secondo fonti del Ministero della Difesa l’accordo cessa per ora di essere operativo. Concretamente si fermano, o vengono congelate momentaneamente, le esercitazioni militari congiunte, i programmi di addestramento, gli scambi di tecnologie e di informazioni militari, i progetti industriali nella difesa, le collaborazioni su armamenti e ricerca. Quella che viene definita nel trattato “cooperazione strutturata” viene insomma sospesa o si blocca. Ma non si tratta, come sarebbe lecito richiedere, di una “rottura definitiva”, il trattato non è stato definitivamente annullato e gli accordi potranno essere riattivati in qualsiasi momento senza doverlo rifare daccapo. Secondo alcuni giuristi, la stessa frase utilizzata, “sospensione del rinnovo” è insolita e poco chiara, lasciando ampli margini di discrezionalità. In quell’ ambito che secondo un noto Ministro “vale fino ad un certo punto…”, ovvero il diritto internazionale, un accordo o è in vigore o viene denunciato e quindi chiuso. Da cui le domande successive: per quanto tempo dura la sospensione? Quali parti restano valide dato il segreto militare che impedisce di conoscerne alcuni aspetti? Sulla base delle informazioni disponibili al 14-15 aprile 2026, la sospensione degli accordi (in particolare il memorandum sulla difesa e i flussi di materiale bellico) da parte dell’Italia verso Israele comporterà effetti concreti e immediati, principalmente di natura politica, diplomatica e tecnica. L’effetto immediato più rilevante è la sospensione degli accordi di cooperazione militare, bloccando di fatto la spedizione di nuovi materiali bellici e forniture tecniche a Israele. Ma quest’azione fa seguito a indagini e interrogazioni parlamentari che avevano segnalato il proseguimento di centinaia di spedizioni a carattere militare nonostante le dichiarazioni ufficiali di blocco derivanti dall’escalation dei conflitti. Potrebbe poi avere implicazioni di “moral suasion”: La misura è intesa come una forma di pressione politica e morale, richiesta anche da organizzazioni umanitarie come appunto Oxfam, per forzare un cambio di rotta nella situazione a Gaza. Ma permangono le zone grigie ed è proprio in virtù di tale ambiguità, che il governo vorrebbe poter giocare nuove carte per provare a giocare anche un ruolo nella crisi derivante dalla chiusura di Hormuz.

Parallelamente alle mosse italiane, le istituzioni europee (con figure come la rappresentante Kaja Kallas nel 2025-2026) hanno discusso la sospensione dell’Accordo di Associazione UE-Israele, che basa i rapporti sul rispetto dei diritti umani (art. 2), citando la “man-made famine” (carestia provocata dall’uomo) e la situazione catastrofica a Gaza, ma per ora si tratta di insufficienti balbettii.

E intanto in Palestina

Il 14 aprile, il Ministro della Salute a Gaza, raccontava che nelle ultime 24 ore erano stati uccisi 4 palestinesi e 11 feriti sono stati portati in ospedale. Il bilancio ufficiale nella sola Gaza è di 72336 vittime e 172213 feriti. Dal presunto cessate il fuoco sono state uccisi 757 civili e 2111 sono stati i feriti denunciati. Molte vittime restano ancora intrappolate sotto le macerie perché le ambulanze e le squadre della protezione civile non riescono a raggiungerle. In Cisgiordania le vittime sono in numero minore  ma prosegue l’annessione strisciante di aree consistenti di terreni, arrivando a sloggiare i legittimi proprietari da case e villaggi, il tutto in un osceno silenzio internazionale. Gli occhi si sono spostati da un’altra parte e questo  pesa ancora di più nell’imminente ricorrenza (15 aprile) della definitiva per ora incarcerazione di Marwan Barghouti che dal 2002 è detenuto e sottoposto a trattamenti inumani. In questo cahier di doléance di ricorrenze il 17 aprile sarà la giornata internazionale dei prigionieri politici palestinesi, ad oggi forse – la cifra è per difetto – almeno 10 mila, di cui 350 minori e circa 80 donne. Si attende da un momento all’altro poi l’attuazione dell’oscena legge che istituisce la pena capitale, riservata unicamente ai detenuti palestinesi, colpevoli di non riconoscere lo Stato di Israele e di aver commesso crimini per tali ragioni. Solo gli Usa hanno ritenuto legittimo che Israele istituzionalizzi la pena di morte per impiccagione e mentre si attende di conoscere il nome della prima persona ad essere uccisa già si va facendo strada la proposta di rendere retroattiva l’applicazione della pena capitale. Chissà che non si vogliano liberare di quegli ostaggi (ingiusto chiamarli detenuti) che potrebbero contribuire a riportare la questione palestinese, fondamentale per qualsiasi stabilizzazione nell’area, al centro della discussione?

Stefano Galieni

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