Questo contributo nasce dal percorso di lettura promosso dal collettivo culturale Kalimaat. Parole da e per la Palestina, che ha proposto a breve distanza la presentazione di Contrabbando di vita di Laura Ferrero e di Spermopolitica di Elisa Bosisio, Maddalena Fragnito e Federica Timeto. Differenti per metodo di ricerca e stile di scrittura, i volumi, usciti contemporaneamente nel novembre 2025, possono costituire un percorso di lettura particolarmente efficace per comprendere il ruolo centrale che i corpi e la riproduzione occupano nel contesto del colonialismo di insediamento israeliano in Palestina.
Amiamo la vita/se troviamo la via per viverla.
Il verso di Mahmoud Darwish posto in epigrafe, introduce Contrabbando di vita e costituisce il nucleo profondo di questo testo, risultato della ricerca etnografica condotta sul campo da Laura Ferrero in Cisgiordania. La vita di donne e uomini palestinesi, le famiglie, la prigionia, la riproduzione e la continuità della vita sono i principali campi di indagine del libro. Al centro il fenomeno definito in Palestina contrabbando di sperma dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane fino alle cliniche della fertilità, che ha reso possibile la nascita di decine di bambine/i nonostante la detenzione prolungata dei loro padri.
Le interviste in profondità alle donne che hanno scelto la pratica della fecondazione assistita sono ampiamente riportate nel libro, che risuona delle loro voci e delle storie raccolte: una possibilità rara e preziosa che restituisce visibilità a soggettività che troppo spesso rimangono ai margini delle narrazioni dominanti sulla Palestina. Le loro testimonianze stimolano in chi legge riflessioni, domande anche scomode e utilmente destabilizzanti, e insieme trasmettono forza e dignità.
Laura Ferrero si situa in continuità con l’antropologia femminista, affrontando il fenomeno del contrabbando dello sperma dalle carceri israeliane: non come episodi eccezionali o gesti eroici isolati, ma come pratica sociale che coinvolge reti familiari, relazioni di genere, desideri intimi e forme collettive di cura e di resistenza. Di una forma di sumud, “capacità collettiva di rigenerarsi in un contesto di colonizzazione e occupazione protratta”, di cui i palestinesi e le palestinesi offrono innumerevoli esempi. Procreare aggirando i limiti imposti dalla prigionia è infatti un modo per portare avanti la propria esistenza malgrado l’occupazione e la repressione.”
Queste pratiche, dobbiamo ricordarlo, raccontate in Contrabbando di vita, appartengono a un periodo che la recrudescenza genocidaria degli ultimi anni ha profondamente trasformato. L’ulteriore irrigidimento del sistema carcerario israeliano, soprattutto dopo il 2023, ha reso sempre più impraticabili quelle forme di resistenza riproduttiva che il libro documenta. Le condizioni di detenzione, già estremamente dure, si sono aggravate al punto da colpire non soltanto i detenuti, ma anche la possibilità stessa di mantenere legami familiari, affettivi e progettuali.
E proprio quest’ultimo aspetto rende feconda la lettura accostata di Spermopolitica, che porta la questione direttamente nel sottotitolo: genocidio riproduttivo e resistenza in Palestina. Anche questo testo parla di giustizia riproduttiva da una prospettiva femminista e anticoloniale ma con un diverso approccio metodologico. La densa introduzione, dedicata alla quotidianità della vita e della morte durante il genocidio, è a cura del Palestinian Feminist Collective, anche in questo caso voci di donne palestinesi, ma qui dalla diaspora soprattutto nord americana. Segue un capitolo in cui Fragnito e Timeto analizzano le politiche demografiche israeliane, la promozione della fertilità ebraica all’interno di Israele come mandato politico, la militarizzazione della società che va di pari passo con la militarizzazione della riproduzione.
In questo contesto si comprende il ruolo della PAR, pratica di riproduzione assistita postuma che consente l’impiego dello sperma di soldati israeliani morti sul campo, promossa per rafforzare il suprematismo coloniale. “La PAR contribuisce a normalizzare socialmente il legame sempre più stretto tra biopolitica e necropolitica rendendolo non solo accettabile ma persino desiderabile.”
Al contrabbando di sperma dei prigionieri politici palestinesi come affermazione della vita è dedicato il capitolo scritto da Layal Ftouni, in cui un posto speciale ha la biografia di Walid Daqqah, uno dei più importanti intellettuali e scrittori palestinesi contemporanei, combattente per la libertà, detenuto politico, morto in carcere dopo 38 anni di prigionia. Daqqa, con la sua compagna di vita e di lotta Sana’a Salameh hanno concepito la loro figlia Milad con la fecondazione assistita nel 2019. Cosa significa rivendicare un “diritto alla vita” mediante la riproduzione attraverso le sbarre? Quali interrogativi apre?
Una documentazione eterogenea mostra l’occupazione nei suoi effetti genocidari e aiuta a comprendere perché la riproduzione sia un terreno cruciale che dà una cornice di senso a fenomeni che tendono a essere considerati separatamente. La sistematica distruzione delle infrastrutture sanitarie, l’attacco agli ospedali, la compromissione dell’assistenza ostetrica e ginecologica, l’impossibilità di garantire cure adeguate alle donne in gravidanza, l’altissimo numero di bambini uccisi e feriti, le restrizioni che colpiscono la vita familiare e riproduttiva non appaiono più come effetti collaterali della “guerra” ma elementi della medesima logica che colpisce non solo le persone ma ciò che permettere loro di nascere e crescere. Non mira soltanto a colpire individui, bensì a compromettere la possibilità stessa di una continuità generazionale.
Sia Contrabbando di vita che Spermopolitica, aiutano ad incontrare le vite delle persone palestinesi sotto occupazione, vite che continuano ad essere invisibilizzate o stereotipate nei racconti che maggioritariamente ci pervengono. E mostrano la “banalità del male” perpetrata dal colonialismo di insediamento israeliano.
Le storie raccolte e le voci delle donne palestinesi, in Cisgiordania e nella diaspora, descivono la capacità della resistenza palestinese di reinventare le condizioni della vita. Nelle loro parole emerge una tenace affermazione della continuità dell’esistenza collettiva, anche nei contesti più segnati dalla prigionia, dalla perdita e dalla violenza coloniale.
E ancora, questi testi sanno interrogare i nostri posizionamenti, aprendo domande che non consentono risposte semplici e che continuano ad accompagnare ben oltre l’ultima pagina.
Roberta Padovano, Daniela Portonero, partecipanti a Kalimaat, parole da e per la Palestina, collettivo culturale italo palestinese che, attraverso presentazione di libri, film, musica, testimonianze, prova a restituire la complessità delle vite palestinesi e delle forme contemporanee del colonialismo di insediamento israeliano, dando spazio alle voci che da quella realtà prendono parola.