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Come leggere il risultato del referendum sulla giustizia

di Pier Giorgio
Ardeni

Si è già scritto molto e molto è stato detto sulla vittoria del No al referendum. Voglio qui riassumere e discutere quelli che, a mio parere, appaiono gli aspetti principali da sottolineare. Senza non rimarcare, però, in incipit, quanto inopinata sia stata la decisione di porre la questione delle “primarie” del centro-sinistra, come per distogliere l’attenzione dei media proni al regime dall’analisi di un risultato che dovrebbe avere conseguenze politiche ben più rilevanti sul governo e sulla maggioranza che lo sostiene. Se un risultato positivo lo ha avuto, questo referendum a cui ci ha costretto la Destra della Meloni – facendoci concentrare sulla difesa dell’indipendenza della magistratura e distogliendoci, così, dall’esigenza di assillare il governo sui temi dei salari, della povertà, delle disuguaglianze e delle morti sul lavoro – è stato quello di mobilitare centinaia di comitati elettorali per il No, animati da migliaia di cittadini spesso “fuori dalla politica”, che si sono attivati in migliaia di comuni italiani e senza i quali, probabilmente, non si sarebbe ottenuto il risultato di cui oggi gioiamo.

Come ha ricordato Luca Telese, sul Centro, il giornale abruzzese di cui è direttore, la sintesi della storia potrebbe essere proprio in quel “C’è chi dice No”, la canzone di Vasco Rossi che è diventata la bandiera di questo risultato. Che è arrivato, ironia della sorte, proprio nel buio anniversario della fondazione dei Fasci di combattimento da parte di Benito Mussolini a Milano il 23 marzo del 1919. Una nemesi storica per fermare il risorto fascismo degli epigoni.

In Italia (escludendo l’estero) i votanti sono stati 27.075.078 (il 58.93%): il No ha ottenuto 14,461,336 voti, mentre al Sì ne sono andati 12.448.255.

Confrontiamo i dati di questo voto con quello delle elezioni politiche per la Camera del 2022 (escludendo i voti dall’estero e includendo la Valle d’Aosta). Allora i votanti erano stati 28.098.196 (il 60.92%), ovvero 1.023.118 in più di oggi. I partiti che oggi si sono dichiarati per il Sì – quelli del Centro-destra, più Democrazia sovrana e popolare più, diciamo, metà del gruppo Azione-Italia viva+Europa – avevano preso 14.256.620 voti. I partiti che si sono dichiarati per il No – il PD, AVS, M5S, Unione popolare (ovvero PRC+PaP), il PCI, più l’altra metà dei centristi di Azione-IV+Europa – ne avevano presi 12.740.765. Ciò implica che ai partiti del Sì sono mancati 1.808.365 voti, mentre a quelli del No se ne sono aggiunti 1.720.572. Inoltre, vi sono 1.175.430 voti che nel 2022 andarono a formazioni minori che si possono essere distribuiti tra Sì e No o che si possono essere astenuti.

Ci sono dunque elettori che, in linea di principio, sono passati da una parte all’altra, perché il voto ha avuto un carattere “trasversale”, in parte. I numeri dicono, in ogni caso, che gli elettori del No superano i votanti del cosiddetto “campo largo” (come potrebbe essere oggi), mentre il Centro-destra ne ha persi. Concludere, però, che si è allargato il numero dei votanti è azzardato: sono diminuiti in numero assoluto e non si può dire, con certezza, che nuovi elettori si siano recati al seggio. Certo, il fatto di rilievo è che lo schieramento del No ha attratto nuovi voti (rispetto ai partiti che lo sostenevano) ed è da questo dato che si deve partire, perché è chiaro che il “campo largo” – il “fronte progressista” – deve darsi da fare con una proposta politica che vada incontro alla loro domanda – che, evidentemente non si riconosce in quella della destra – e che possa così portare al voto anche e più di quel milione che oggi si è perso.

In molti dicono che sono andati a votare più giovani e, comunque, persone che si erano astenute in altre occasioni («Il fattore giovani è stato decisivo», Dario Tuorto, La Repubblica Bologna). È possibile, ma i dati non lo dicono. Possiamo, certo, pensare che i voti persi dal Centro-destra e dalle formazioni minori sono di gente che «è rimasta a casa»: questi assommano a quasi 3 milioni, a cui possiamo magari aggiungere anche una metà dei voti che era andato ai Centristi, un milione, che oggi non hanno espresso una preferenza, ma non sappiamo come hanno votato. Come non sappiamo che quel milione e settecento mila nuovi voti che totalizza il No (più dei partiti che lo sostenevano) sia di persone che non erano andate a votare. Ragionando per eccesso, si potrebbe così pensare che i voti “nuovi” per il No sarebbero più di 4 milioni e mezzo. È una speranza, più che un fatto, che però ci dice di quanto certe parole d’ordine siano importanti: il No ha raccolto un voto contro la Destra reazionaria, a difesa della Costituzione, che certo segnala un desiderio di un “altro” modo di governare il Paese.

La composizione del voto

Complessivamente, secondo un sondaggio Youtrend, il 69% degli elettori avrebbe espresso un voto nel merito della riforma, contro un 28% che avrebbe agito con la volontà di dare un “segnale politico”. La componente di voto politico è però più marcata tra chi ha votato No (34%) rispetto agli elettori del Sì (21%). Il che confermerebbe che la Destra è stata la coalizione più “prona” a perdere sostenitori (anche tra i partiti del Centro-sinistra e di Sinistra, però, vi sono state defezioni).

Allo stesso modo, un sondaggio di Ipsos Doxa (riportato dal Corriere della Sera) sostiene che il No avrebbe prevalso più tra i giovani della classe di età 18-28 anni (58,5%), che tra gli adulti tra i 29 e i 44 anni (54,8%), quelli tra i 45 e i 60 anni (51,7%) e quelli di 61 anni e più (51,9%). Il che ha fatto subito affermare che «i giovani sono tornati alla politica». I giovani, però, sono stati il gruppo meno numeroso tra i votanti, il 15,1%, contro il 19,4% dei 29-44enni, il 28,6% dei 45-60enni e il 36,9% degli over 61.

In sostanza, appare un tantino sopra le righe dire che la vittoria del No è stata “trainata” dai giovani. È vero che erano la classe di età meno numerosa ma sono stata quella con l’affluenza più alta degli altri e la quota più alta di No, e tuttavia, a conti fatti, dei 14 milioni e mezzo di No solo il 16,5% è venuto dai giovani, contro il 63,6% degli over 45. Così come sono ridicoli certi commenti dei giornali di destra che affermano che avrebbero prevalso i giovani antagonisti e pro-Pal. Può fare piacere credere che «i giovani sono tornati alla politica» (sono la classe di età con l’affluenza più alta), ma per sostenere «non si riconoscerebbero nei partiti esistenti» si dovrebbero avere altri argomenti.

È stato affermato, poi, che i partiti che sostenevano il No hanno fatto sì che al No siano andati più consensi di quelli che loro raccoglievano: lo confermerebbe il fatto, ad esempio, che il No prende molti consensi dove il centro-sinistra è più forte, come il Sì ne prende di più dove Lega e FI sono più forti. Tuttavia, se è comunque vero che il voto non si è svolto secondo rigide linee di appartenenza, secondo alcuni si sarebbe aggiunto un elettorato attivo addirittura “anti-partitico”. Secondo il sondaggio di Ipsos Doxa, gi elettori di sinistra (l’11,7%) hanno votato al 94,2% per il No, quelli di centro-sinistra (il 16,1%) all’84,6%, quelli di centro (l’8,4%) hanno votato per il Sì al 50,9%, quelli di centro-destra (il 17,5%) all’89% e quelli di destra (il 10,7%) al 93,3%. Vi è però una quota consistente di elettori, ben il 35,7%, che dichiara di non avere “collocazione” politica e di non riconoscersi in un partito, tra i quali l’astensione è stata altissima (68,2%), ma che recandosi poi al seggio ha scelto il No nel 63,2% dei casi. Vi è stata, quindi, un’adesione tra le due sponde quasi unanime agli orientamenti dei rispettivi partiti per gli elettori fidelizzati ma un contributo al No considerevole di quelli senza partito (3,3 milioni di No, il 22,8%).

In tal senso è giustificato che alcuni abbiano interpretato il voto come un’opzione di «quella parte della società civile che ha smesso di votare per partiti che non la rappresentano», ovvero quella società civile che soffre di povertà crescente, precarietà del lavoro, servizi inadeguati per scuola e sanità, che si è, negli anni, “ritratta”, astenendosi dal voto.

I dati che esprimono la condizione socio-economica dei votanti, però, sembrano confermare questa lettura solo in parte. Se guardiamo al titolo di studio, tra quelli con la sola licenza media (il 43% dei votanti), ha prevalso il Sì (51,4%), mentre ha prevalso il No tra i diplomati (il 37,2% dei votanti), al 52,6%, e tra i laureati (il 18,6% dei votanti), al 67,9%. Se guardiamo alla condizione professionale vediamo che il No prevale tra il ceto professionale e dirigente, i lavoratori autonomi, gli impiegati e gli insegnanti, gli inattivi, i pensionati e gli studenti, mentre ha prevalso il Sì tra gli operai (50,4%) e tra i casalinghi e casalinghe (57,4%). Va detto che tra i votanti i pensionati erano il 26,7%, impiegati e insegnanti il 18,3%, gli operai il 17,8%, i casalinghi il 12,3%, i lavoratori autonomi il 6,7%, i professionisti il 5,3%, gli inattivi il 7,4% e gli studenti appena il 5,3%. Guardiamo infine alla condizione economica. Secondo il sondaggio menzionato, il 9,3% dei votanti era di condizione “elevata” (di cui il 59,9% per il No), il 20,7% di condizione medio-alta (il 53,8% per il No), il 32,9% di condizione media (il 51,4% per il No), il 26,1% di condizione medio-bassa (il 53,2% per il No) e il 9,8% di condizione bassa (il 57,1% per il No). Le due classi di elettori di condizione medio-bassa e bassa sono quelle con la percentuale di astensione più alta, ma contribuiscono per il 36,4% al totale dei No. Se è vero, dunque, che, da un certo punto di vista, il voto conferma come il centro-sinistra (schierato per il No) abbia il suo bacino di voti privilegiato tra i ceti medi e abbienti e con titolo di studio, urbani. Ma è anche vero che ci sono i ceti popolari che con i loro 5,2 milioni di voti hanno espresso una domanda di attenzione che non va disattesa.

In ogni caso, che siano pochi o tanti è evidente che ci sono stati elettori che stavolta si sono espressi ma che non lo avevano fatto alle elezioni politiche (e tanto più a quelle europee). È quella parte di società “silenziosa”, ma solo per chi non vuole ascoltarla, che manifesta contro il genocidio a Gaza, contro una società classista, la violenza contro le donne, l’attacco a diritti civili faticosamente conquistati. Sono giovani e giovani adulti, su cui pesa l’assenza di futuro, un mercato del lavoro feroce, lo “sdoganamento” della cattiveria a tutti i livelli, a cominciare da quelli che abitano i piani più alti del potere, il trionfo della legge del più forte.

Quanto questi risultati, com’è stato detto, segnalino l’emergere di una elettrice giovane, di sinistra (le donne votano No più degli uomini), piuttosto esigente sul piano dei programmi, non è chiaro. Ma certo questa ha votato per difendere la Costituzione, non solo l’autonomia della magistratura, e perché questa diventi il mattone su cui costruire un programma politico. I “moderati” fondamentalisti dentro i partiti (in particolar modo nel PD, ma anche nei 5 Stelle) sono stati messi all’angolo, ignorati (una scelta strategica vincente da parte di Schlein e di Conte). E ben han fatto Rifondazione comunista e anche altre formazioni minori di sinistra a aderire convintamente per il No.

La composizione del voto, poi, è molto variata tra le regioni, le province e le città. Nelle regioni a sud di Lazio e Abruzzo, e in Trentino A.A., l’affluenza è stata ovunque inferiore al 54% (in Sicilia si ferma al 46,1%, in Calabria al 48,4%), contro percentuali più alte del 60% in tutto il Centro-nord. Lo stesso, però, era successo già alle politiche del 2022.

Il voto segnala, comunque, l’affermazione del No in tutte le città grandi e medie, anche al Nord (e anche nelle regioni prevale il Sì), con exploit a Napoli, Palermo, Bari, Firenze, Bologna, Genova, Venezia, ma anche Matera, Taranto, Catania. È comunque vero che sono tutte città dove già nel 2022 aveva prevalso il centro-sinistra. Se guardiamo alle regioni del Sud, i voti per il centro-destra sono stati nel 2022 (camera) circa 5,8 milioni, quelli del “campo largo” 4,9. In quelle stesse regioni, i Sì hanno preso circa 4,7 milioni di voti e i No 7,2 milioni. C’è stato dunque un guadagno secco del Centro-sinistra, a fronte di una perdita della Destra.

Se guardiamo alla distribuzione del voto per province, il quadro che appare è più variegato: in 54 province ha prevalso il No, in 46 ha prevalso il Sì. La distribuzione per comuni è poi ancor più variegata e mostra come il No abbia prevalso in tantissime realtà del Meridione, nonostante la più bassa affluenza, e nella maggioranza dei comuni delle tre ex regioni “rosse dell’Emilia-Romagna, della Toscana e delle Marche.

Figura 1. Voto nelle province

Figura 2. Voto nei comuni

In un Paese che ha scelto di proteggere – dall’attacco maldestro di una destra scombinata – la separazione dei poteri e l’indipendenza della magistratura, e quindi lo stato diritto e la democrazia, in un Sud che ha dato il suo contributo all’affermazione del No in questo referendum, c’è una provincia, quella di Reggio Calabria, che invece, con il 53,09%, ha scelto il Si, in alcune aree in particolare, territori non casuali: a San Procopio il Sì ha registrato il 90,69%; a Platì l’89,63%; a Sinopoli l’85,61%; a San Luca l’82,39%; ad Africo il 78,70%.Dove le ‘ndrine determinano ancora la volontà popolare, è evidente, a loro piacimento. È con queste realtà che la Destra è collusa e noi lo sappiamo.

Nel complesso, comunque, ciò che il voto sembra mostrare è la prevalenza di un elettorato ben “schierato”, che rende quindi inconsistente la lettura di un centro “moderato” cui dovrebbe essere dedicata maggior attenzione. Il voto sembra risaltare, invece, un chiaro orientamento di posizionamento tra alternative “nette”. L’evidente smottamento di posizioni come quelle della “Sinistra per il Sì”, peraltro, evidenzia che anche nei partiti gli schieramenti sono stati abbastanza marcati.

Le letture del voto

Si possono così dare due letture di questo voto. La prima dice che i votanti sono sempre quelli (anzi, un milione in meno) e sono sempre quelli, che rappresentano la società dei “garantiti” e vengono contesi sul mercato della cosiddetta “offerta politica” dei partiti. In questo senso, la vittoria del No costituisce un giusto sussulto d’orgoglio, ma la società degli “esclusi” è rimasta alla porta. La seconda, invece, afferma che una parte dell’elettorato dei partiti si è astenuta mentre sono tornati quelli che non si riconoscono nei partiti, che sono più di 3 milioni, e hanno fatto la differenza. Questo elettorato nuovo si aspetta molto e vorrebbe, forse, un altro linguaggio contro i (pre)potenti, contro i ricchi, contro la destra reazionaria, repressiva e autoritaria. Quanto si sia astenuto in passato «per le divisioni della sinistra» (Piero Ignazi, Il Corriere Bologna), piuttosto che perché la sinistra non rispondeva ai suoi bisogni è poi da discutere.

È stato un voto che conferma quanto la via tecnocratica alla politica sia sofferta, come tutte le manomissioni della Costituzione vengano sistematicamente respinte, come ci sia una domanda di equità, di giustizia e di rappresentanza che l’orientamento politico neo-liberista tanto della destra sicuritaria e identitaria che della sinistra liberal non riescono a interpretare. La divisione di “campo”, in questo caso, è stata netta: da un lato chi difendeva la Costituzione e il suo impianto egalitario ed equo, dall’alto chi propendeva per una politica al di sopra delle parti, che decide da sé, senza pesi e contrappesi. Una visione della politica per un mondo in cui “non c’è alternativa”, dove le iniquità del sistema si moltiplicano, in cui non ci si può che appellare al merito e pazienza per chi non ce la fa.

Ed è per questo che il voto per il No non si traduce automaticamente in voto per questo centro-sinistra. È stato un voto per la Costituzione, non per i partiti. Allo stesso tempo, però, è un voto che dà speranza ad una (ancora fantomatica) alternativa “antifascista” e di programma che dia finalmente risposta ai ceti popolari. Quegli elettori che, come ha sottolineato Franco Ferrari, «non si sono riconosciuti finora nei tre partiti del cosiddetto “campo largo”», che sono «evidentemente consapevoli del pericolo, sul piano democratico e sociale, rappresentato dalla destra al governo, ma sono perplessi, reticenti o critici verso i partiti dell’opposizione». Elettori «decisamente contro la destra, fortemente convinti della necessità di difendere la Costituzione, ma non convinti finora dal progetto politico (ancora non definito) del “campo largo”». Starà alle forze del centro-sinistra, con il contributo di quelle di sinistra, in un progetto calibrato di alleanze, prestare loro attenzione, partendo da ciò che il voto ha espresso (e non dalle leadership, che verranno in un secondo momento).

Pier Giorgio Ardeni

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