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Colleferro esempio virtuoso

di Giancarlo
Scotoni

Giovedì 21 a Colleferro ho partecipato a una riunione intitolata (Ri)Trovarsi, Colleferro incontra Rifondazione.  Aldilà del titolo era rivolta anche agli abitanti del territorio di cui la città fa parte.  Città-record per inquinamento, mortalità da tumore, riconversione al militare.

Vorrei proporre alcune considerazioni su questo incontro, come modalità di restituzione e di partecipazione . Ci sono andato con alcuni altri compagni di Roma. Roberto Musacchio, Rosa Rinaldi e Giovanni Barbera che erano stati invitati dai promotori dell’iniziativa e cioè Fabiomassimo Lozzi, Nicoletta Romiti, Simone Compalati, Roberto Rosso. E’ un guaio dover fare questo elenco, copiando dal volantino di convocazione, perchè le liste di nomi sono respingenti per chi legge e perché mancano necessariamente i nomi di chi era presente anche se non ha preso la parola. Ed è imbarazzante trovarsi a scrivere in un certo qual modo su di loro. Queste righe vorrebbero parlare proprio di questa difficoltà che nasce dal fatto di parlare di persone e le loro relazioni e di non voler parlarci sopra.

Se dovessi rimanere aderente alla realtà dell’incontro la strada sarebbe quella di riportare puntualmente i temi toccati magari facendone una sintesi; ma vorrei sottrarmi a questo compito e raccontare qualcosa di meno preciso. Nella prima parte gli interventi hanno ricostruito i percorsi di lotta e le problematiche che a Colleferro sono riusciti a ricomporre una situazione complessa facendo emergere e costruendo i nessi tra composizione sociale e politica; facendo i conti con la crisi della sinistra, le trasformazioni del capitale, le modificazioni avvenute nei terreni di scontro. Un quadro complesso in cui con continuità e flessibilità, tra alti e bassi, non si è mai perso il filo e che ha sempre visto una capacità di interlocuzione con l’amministrazione locale come parte del percorso delle rivendicazioni e delle lotte.

Il gruppo di candidati che ha organizzato l’incontro rappresenta un punto di vista ambientalista e di sinistra in una lista civica a sostegno del candidato Giulio Calamita, attuale vice sindaco e nella passata consigliatura assessore all’ambiente. Purtroppo non c’è stata una possibilità di fare una lista autonoma di sinistra per il rifiuto di alcune componenti.

Questa lista elettorale con il suo rapporto stretto con i temi da sviluppare e le relazioni che la legano all’attivismo ha considerato Rifondazione uno dei suoi interlocutori e da qui il titolo dell’incontro. Un incontro che è fonte di riflessione, perché se nella seconda parte è stato possibile ascoltare l3 giovani candidat3, nella terza ci sono state le risposte dei rappresentanti di Rifondazione. E in sala c’erano molti ex-militanti, simpatizzanti, iscritti di quel partito che a Colleferro ha trascorso un certo periodo di tempo privo di una propria presenza organizzata.

Credo che dal punto di vista di questo mio ragionamento l’intervento di Rosa Rinaldi sia stato fondamentale. Rosa fu interlocutrice istituzionale a livello della Provincia di una fase delle lotte di Colleferro e in quella veste contribuì a recepire quelle istanze nel quadro più generale della battaglia politica contro il saccheggio e la devastazione dell’ambiente. Oggi è presidente del Comitato Politico Nazionale di Rifondazione e al suo arrivo è stata subito circondata da compagni e compagne in un susseguirsi di “Ti ricordi?” ,“Non ri ricorderai di me, ma…,” “Mi ricordo di quando tu…”. Nel suo intervento ha voluto proprio parlare del sentimento che questa accoglienza le aveva suscitato, ha parlato del suo stupore nello scoprirsi così ricordata da tante e tanti dei presenti. Credo che questo intervento abbia toccato il senso migliore dell’incontro. Certo, il buon lavoro correttamente compiuto resta, anche oltre quanto possiamo rendercene conto dal punto di vista personale; e –forse- la militanza senza personalismi per e dentro un partito al quale si conferisce tanto è una vita tanto dedicata da far sentire sol3. Tanto più il mutuo riconoscimento dopo anni di lontananza può far gioire, inaspettato. Per altro anni politicamente difficili, segnati da alcune sconfitte importanti, dei movimenti e del partito, e dalla chiusura degli spazi di democrazia, dall’espulsione delle opposizioni dagli istituti di rappresentanza.

Ma il riconoscimento, l’attenta partecipazione dei presenti non presentava la caratteristica di un incontro nostalgico o di ritrovata identità. Anzi, i temi del dibattito interno, delle scelte e delle sconfitte riemergevano vivi nella misura in cui i presenti si re-incontravano e riflettevano assieme, implicitamente, su questo ritrovarsi. E davvero la partecipazione era composita. Porre le proprie impressioni, le proprie considerazioni come dati oggettivi è sbagliato; ma certo i presenti erano molto diversi tra loro e si potevano immaginare vite e abitudini diverse. Osservandoli durante l’incontro era chiara l’attenzione che prestavano. Sulle facce passavano ascolto, valutazione, giudizio e talvolta un “qui casca l’asino” e questa partecipazione era palpabile ed è stata, nel contesto che ho descritto, davvero significativa.

Non è bene stirare una esperienza particolare a considerazioni generali, però qualcosa mi sembra giusto ricavare. Come i percorsi  delle lotte si sono moltiplicati e diversificati, così è successo ai processi organizzativi. Molteplici e contraddittori, necessariamente. Il tempo in cui l’organizzazione era una conquista in sé fanno parte della nostra storia ormai antica, e lo scontro che è sempre più drammatico non renderà attuale una dimensione salvifica dell’organizzazione: i compiti sono più difficili. Reggere e recuperare gli errori e i fallimenti dell’organizzazione fanno parte di questi compiti, non si può eluderli né evitarli, allontanando il confronto con la realtà, semplificandolo sulla base di una radicalità astratta o eludendo quelle dimensioni che non rappresentano in purezza lo scontro per come ce lo figuriamo nella testa e nel cuore.

Mi sembra fondamentale che la partecipazione a cui ho accennato avesse un carattere di riconnessione del dibattito e delle problematiche relative senza gettarsi i problemi alle spalle ma intravvedendo un modo per gestirle senza annullarle, senza scelte escludenti. Una condizione essenziale è certo stata il fatto che l’incontro sia avvenuto in un contesto concreto, in cui la memoria delle mobilitazioni passate e il ricordo delle sconfitte e degli arretramenti si confrontavano sul terreno della partecipazione e della organizzazione delle lotte. Credo che questo sia il dato essenziale che ha dato vitalità alla serata.

Non vorrei far torto però alla dimensione politica che è anch’essa fondamentale, discriminante. Gli interventi degli invitati di Rifondazione che sono seguiti sono stati essenziali, ma hanno comunque disegnato con nettezza un quadro di scelte politiche necessarie di fronte alla guerra e all’azione delle destre con il loro  attacco virulento alla Costituzione. Questi i temi che si intrecciano a quelli delle politiche economiche e sociali e che costituiscono un prevalente. Argomentazioni. Esplicitazione della posizione del partito. Confronto. E se un “qui casca l’asino” è stato pensato, questo è legittimo e trova il suo spazio di considerazione.

Su tutt’altro versante vorrei fare una seconda considerazione: la partita –per così dire- era giocata lì dove si discuteva. Non c’era la sensazione di discorsi fatti per convincere o per riportare il “risultato” su un altro tavolo, come una vittoria da intestarsi o da gestire altrove. Questa sarebbe una prassi scorretta e molto sotto le necessità di stare dentro e partecipare a uno scontro che si vuole contenga al proprio interno l’orizzonte del superamento e del cambiamento.  E’ vero che in certe condizioni agitare temi e raccogliere consenso può essere efficace in termini elettorali, ma rende praticamente impossibile sviluppare relazioni trasformatrici.

A questo breve resoconto mancano le e i giovani che erano presenti in tanti. Hanno testimoniato sensibilità e percorsi loro, a partire da un’idea dell’ambiente e della società che si è formata in modo diverso da quello delle generazioni di pochi anni più vecchie. In modo proprio. Non si è discusso specificatamente dei temi legati alle fasce di età giovanili, anche se a Colleferro un dibattito in merito si è sviluppato negli anni scorsi anche a partire dalla uccisione di Willy Monteiro Duarte, ma sono stati in grado di rappresentare il loro punto di vista e le loro motivazioni.
Due osservazioni rapide. La prima è che non c’è stato nessun ennesimo “noi siamo il nuovo che seppellisce un passato di errori, un passato che non rimpiangiamo”. Mi sembra un’ottima cosa dal momento che comprendo le ragioni di questa retorica: un bisogno di valorizzarsi dentro la rappresentazione della diversità che sfocia nel linguaggio della astrattezza. Una astrattezza linguistica, ma anche una pratica politica concreta, che inevitabilmente non riescono a fuoriuscire dalla logica del mercato della politica, della produzione di governance e possono raggiungere solo una logica di scambio. La seconda è in gran parte una speranza e cioè che quest3 nuov3 compagn3 attraverso i loro percorsi si riconnettano non solo ai temi delle mobilitazioni presenti ma anche all’esperienza di quelle passate. Un’esperienza che ci rimanda percorsi accidentati, problematiche ancora aperte e con cui non è facile confrontarsi politicamente. La speranza concreta sta nell’adoprarsi perché niente vada perso del passato, perché l’esperienza delle lotte e della tensione politica possa essere ripresa e portata avanti, dai giovan3 e dai vecch3 nella tessitura e consolidamento di relazioni forti e incisive.

Le elezioni si sono svolte il 24-25 maggio e la lista di Giulio Calamita ha raccolto più del 70% dei voti. Qui i risultati nel dettaglio.

Giancarlo Scotoni

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