Grande attenzione hanno suscitato le parole di Draghi1, invitato ad una riunione informale dell’ECOFIN, i ministri delle finanze dell’UE, secondo cui l’Unione ha un deficit di investimenti di 500 miliardi di Euro l’anno per affrontare la transizione energetica e digitale, a cui vanno aggiunti gli investimenti per la difesa. L’entità della cifra, al di là dell’entrare nel merito delle sue componenti, in fondo è del tutto ragionevole se confrontata con i caratteri delle crisi climatica e la radicalità delle trasformazioni indotte dai processi di innovazione tecnologica, trainata dal digitale, dall’ecosistema tecnologico dell’Intelligenza Artificiale(I.A.).
Il confronto con gli USA è impietoso, nonostante il flusso di finanziamenti contenuto nel NextGeneretionEu, in Italia tradotto nel PNRR. Draghi sottolinea come il raggiungimento dei livelli pre-crisi 2010 negli USA sia avvenuto in 2 anni mentre per l’Europa ce ne siano voluti 9; detto questo l’attuale andamento economico oscilla tra crisi e stagnazione, dove il protagonista della situazione è la Germania un tempo locomotiva d’Europa, proprio il sistema economico tedesco arranca nell’affrontare la transizione in atto, stante il ruolo predominante di settori produttivi maturi, protagonisti in passato del commercio mondiale in grado di estendere le proprie filiere e catene di subfornitura all’Europa centro-orientale ed al nord-Italia.
Le affermazioni riportate dal Corriere della Sera2: Il «divario», ha sottolineato Draghi, «è ovunque: produttività, crescita del Pil, Pil pro capite, eccetera. Perché? Vanno considerate tre serie di fatti: l’ordine economico globale in cui l’Europa ha prosperato è scosso», perché faceva affidamento «sull’energia russa, sulle esportazioni cinesi e sulla difesa degli Stati Uniti. Questi tre pilastri sono meno solidi di prima». Inoltre, «la velocità nell’intraprendere la transizione verde sta imponendo un senso di urgenza nel cambiare le nostre catene di approvvigionamento». Gioca inoltre «la velocità di cambiamento impressa dall’intelligenza artificiale».
Nell’evidente incapacità delle istituzioni europee di produrre una efficace strategia nell’incrocio di crisi e processi di transizione in corso, l’incarico affidato a Draghi formalmente rivolto al nodo della competitività si traduce in punto di osservazione privilegiato dello stato delle cose, laddove l’osservatore ha viene investito di un ruolo che va oltre l’incarico formale, al di fuori dei ruoli istituzionali precostituiti. Un ruolo tecnico che emerge politicamente in maniera irrituale entro una crisi radicale delle capacità di governo dell’Unione.
Sono i capitoli dell’affrontamento della crisi climatica ed ecologica che mostrano più degli altri questa incapacità. Entro il Green Deal, il capitolo del Farm to fork, relativo quindi all’agro-alimentare, ha mostrato tutta la sua fragilità di fronte alle rivolte contadine che hanno attraversato l’Europa ed hanno portato all’assedio dei palazzi delle istituzioni europee a Bruxelles. Le contraddizioni e le debolezze di quella strategia hanno le loro radici -come unanimemente riconosciuto- nei decenni di Politica Agricola Comunitaria (PAC), nelle profonde diseguaglianze che si sono determinate nella composizione delle imprese agricole con una concentrazione di fondi e sussidi verso le imprese di più grandi dimensioni; anche i vincoli ecologici non cambiano il quadro, le imprese più piccole, che viaggiano normalmente al limite della sopravvivenza o poco più su, non sono in grado di affrontare i costi di una riconversione. Nella rivolta si mischiano poi gli interessi di chi opera su quel limite e di chi comune non vuole affrontare i costi di una transizione necessaria.
La contraddizione opera nel cuore di ogni politica conversione ecologica, qualunque sia la proposta di Green Deal; le diseguaglianze cresciute esponenzialmente a livello globale e regionale, tra nazioni, territori, città e campagne, nella composizione di classe di ogni paese, sono il muro su cui si schiantano le strategie di transizione ecologica ed energetica. Nella migliore – o peggiore delle ipotesi- sono destinate a rimaneggiare queste diseguaglianze, alimentando semmai le dinamiche le hanno prodotte.
Le risorse fondamentali del ciclo agroalimentare, che sono poi le risorse della riproduzione della vita, l’acqua, il suolo e la biodiversità sono risorse sempre più scarse, a causa dei cambiamenti climatici e del supersfruttamento di quelle risorse, nel confronto delle quali si scatena una competizione sempre più accanita, di Land Grabbing ed Water Grabbing abbiamo ragionato in un precedente articolo. Gli indici della qualità dei suoli in Europa ed in specifico in Italia sono diminuiti drammaticamente, mentre avanzano i processi di desertificazione e -nell’acutizzarsi dell’intensità e della frequenza dei fenomeni metereologici estremi- si alternano siccità e fenomeni alluvionali.
A questo degrado delle risorse naturali le strategie europee vorrebbero porre un rimedio, dal Farm to Fork, al limite posto all’uso dei pesticidi, all’ultimo provvedimento sul ‘Ripristino della natura’ Nature Restoration Law3 che prevede il ripristino del 20% degli ecosistemi degradati entro il 2030, nei confronti del quale una serie di paesi hanno cercato di opporsi4, per il timore di dover ‘mettere a riposo’ una parte dei terreni coltivati.
Analogamente la Commissione Europea ha annunciato il ritiro del provvedimento finalizzato a regolare l’uso dei pesticidi, il Sur, il “Sustainable use of pesticides regulation“5, con grande giubilo del ministro dell’agricoltura Lollobrigida e di molte organizzazioni del settore. Avremo così la garanzia di ingurgitare col cibo la nostra quota di sostanze contaminanti.
In questo contesto le singole imprese agricole si manifestano come stazioni di una catena di montaggio che fonda la propria capacità produttiva sul ipersfruttamento delle risorse naturali e la contaminazione delle matrici ambientali. Un modello destinato a collassare che già sta collassando, ma che si riproduce nelle logiche di profitto e di competizione totale. È del tutto evidente come questo stato di cose non può proseguire indefinitamente, tuttavia la crescita delle diseguaglianze, l’incapacità di incidere sui meccanismi globali che regolano i rapporti sociali di produzione, l’incapacità stessa di comprenderli nella parcellizzazione del proprio ruolo sociale, rende problematica la nascita, la crescita e la diffusione di movimenti di critica radicale, di opposizione concreta a questo stato di cose, stante anche il fatto che qui non si tratta di conquistare miglioramenti nella propria condizione di vita e di lavoro in un contesto sostanzialmente stabile nel suo evolversi, al contrario si tratta di esporsi, per cambiare la propria condizione, a trasformazioni radicali, destinate a sconvolgere il quadro della società in cui viviamo, anzi non solo esporsi, ma promuoverli e costruirsi entro un quadro di conflitti all’altezza, salvo soccombere e regredire entro processi trasformativi comunque inevitabili, ma realizzati con ben altra logica.
La radicalità e drammaticità delle alternative che ci si presentano richiamano il leniniano ‘trasformare la guerra imperialista in guerra civile’6 in un contesto che qualcuno ha descritto come terza guerra mondiale a pezzi7. Questa frammentazione dei conflitti armati, opera in quadro di competizione sempre più militarizzata, dove i flussi degli armamenti, l’insediamento delle infrastrutture militari, le prese di potere dei militari stessi, seguono le faglie delle crisi, si concentrano nei poli di queste crisi, seguono e segnano il dislocamento delle aree di influenza. Un quadro frammentato nel quale operano le potenze del confronto globale, giocano la propria partita a scacchi, ma nel quale i movimenti di rivolta e di liberazione faticano a esistere ed ancor di più a connettersi. La creazione di grandi infrastrutture civili costituisce uno strumento di affermazione della propria influenza decisivo, legandosi alla dipendenza finanziaria sino al default dei paesi debitori, i quali si trovano a non poter onorare debiti di qualche decina di milioni di euro o di dollari, mentre si realizzano opere per miliardi di quelle divise. Pende sugli equilibri globali l’indebitamento di un gran numero di paesi. Come sempre militarizzazione dei conflitti e delle crisi, crescita dell’indebitamento con conseguenti crisi finanziarie vanno a braccetto.
Tornando all’Europa, le spese militari crescono e sono destinate a crescere ancora di più a fronte della continuazione della guerra conseguente all’invasione dell’ucraina da parte della federazione Russa, senza che si apra una qualsiasi prospettiva di tregua. Mente si allarga la NATO a nuovi paesi, da ultimo la Svezia, facendo del mar Baltico un mare della NATO, si manifestano tutte le contraddizioni della dipendenza sul piano militare e strategico dei paesi Europei nei confronti degli Stati Uniti, acuito dalla prospettiva che con la possibile elezione di Trump a presidente, si riduca l’impego USA sullo scenario europeo, in presenza del confronto militare aperto con la Russia sul territorio ucraino. L’acuirsi di questa contraddizione mette all’ordine del giorno il progetto di una ‘difesa europea’ in termini di condivisione degli armamenti nucleari, oggi a disposizione della sola Francia, di razionalizzazione della produzione degli armamenti, di istituzione di un ruolo politico all’interno del governo dell’Unione, come un commissario alla difesa. Questa prospettiva, innervata peraltro dai processi di innovazione tecnologica, che vediamo già all’opera sul territorio ucraino, aggiunge il carico da novanta alle necessità alle urgenze delle transizioni climatico-ecologica-energetica, tecnologico-digitale. Indubbiamente il salto di qualità sul piano dell’industria bellica, degli apparati militari, con la conseguente riorganizzazione di tutti processi di governo, servizio e sicurezza ad esso collegati, sono destinati ad essere un punto di riferimento ineludibile nella transizione in corso, destinato a definirne forma e passaggi. La crisi della democrazia in Europa, per usare un eufemismo, è destinata ad un ulteriore salto di qualità, nell’attesa che si aprano conflitti politici e sociali all’altezza della situazione. Della condizione interna alla federazione e persino inutile parlare; l’intreccio tra guerra e regime interno, nel quadro della dislocazione in corso nei rapporti globali, si evolve come le cronache quotidiane raccostano, ma da lì nonostante il grande prezzo in vite umane che questa guerra costa ai popoli della Federazione Russa, non sembrano venire segni di opposizione, se non di rivolta significativi.
La questione della guerra, del confronto militare, della misura dei rapporti di forza sul quel piano, mette sotto tensione le istituzioni europee e dei singoli paesi. Alla vigilia delle elezioni europee è facile profezia affermare che subito dopo, qualunque siano gli equilibri politici che si verranno a determinare, il quadro istituzionale manifesterà in pieno il proprio stato di crisi, la propria inadeguatezza ad affrontare questo passaggio storico, purtroppo gli esiti non è detto che siano dei migliori, ma neanche i meno peggio. A questo passaggio le forze di sinistra e progressiste, comunque le si vogliano definire, sembrano arrivare del tutto impreparate o meglio del tutto inconsapevoli della posta in gioco.
Fuori dell’Europa al G20 ospitato e presieduto dal Brasile, Il ministro delle finanze brasiliano Fernando Haddad proporrà la tassazione dei grandi patrimoni durante la prima riunione dei ministri delle finanze e dei governatori delle Banche centrali del G20 in programma oggi e domani a San Paolo. «Metteremo sul tavolo una proposta per la tassazione dei super-ricchi basata sulle migliori ricerche disponibili – ha detto il ministro che nel frattempo è risultato positivo al Covid – L’agenda della tassazione della ricchezza e della progressività del reddito è essenziale per affrontare gli ostacoli economici della disuguaglianza»8
(…) «Imposte più elevate sulla ricchezza e sul reddito dei più facoltosi potrebbero generare cospicue risorse, indispensabili – sostiene Misha Maslennikov, policy advisor sulla giustizia fiscale di Oxfam Italia – Negli ultimi decenni la progressività e il potenziale redistributivo del sistema di imposte e trasferimenti si sono notevolmente ridotti. Contestualmente si è ridimensionato il prelievo in capo alle persone più facoltose. Su questo oggi abbiamo bisogno di un’inversione di tendenza. L’iniziativa della presidenza brasiliana del G20 va in questa direzione. I dati mostrano come nel 2022 l’1% più ricco, in termini reddituali, nei paesi del G20 ha percepito 18.000 miliardi di dollari. Un ammontare superiore al pil della Cina9. Nei G20, in media, per ogni dollaro di gettito fiscale, meno di 8 centesimi provengono oggi dalle imposte sul patrimonio, mentre più di 32 centesimi (oltre quattro volte tanto) arrivano dalle imposte su beni e servizi che gravano in modo sproporzionato sulle famiglie a basso reddito». Questa proposta certo non ce la possiamo aspettare da Draghi o dalla Commissione Europea. Forse occasioni, possibilità di rivolta e liberazione si palesano all’orizzonte, testardamente lavoriamo a costruirle.
Roberto Rosso
- https://www.ilsole24ore.com/radiocor/nRC_24.02.2024_14.02_31410314 [↩]
- https://www.corriere.it/economia/finanza/24_febbraio_24/draghi-all-ecofin-la-ue-non-sta-al-passo-dobbiamo-investire-a-breve-somme-enormi-pubbliche-e-private-72d14100-a33f-4905-8231-cb695921fxlk.shtml [↩]
- https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2023/11/09/nature-restoration-council-and-parliament-reach-agreement-on-new-rules-to-restore-and-preserve-degraded-habitats-in-the-eu/ [↩]
- https://economiacircolare.com/ripristino-natura-europa-italia/ [↩]
- https://terraevita.edagricole.it/attualita/pesticidi-in-agricoltura-leuropa-ci-ripensa/ [↩]
- https://cambiailmondo.org/2020/04/20/lenin-lindicazione-di-trasformare-la-guerra-imperialista-in-guerra-civile/ [↩]
- https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/papa-corpo-diplomatico-guerra-2707478.html [↩]
- https://ilmanifesto.it/g20-in-brasile-lula-lancia-la-proposta-di-tassare-i-ricchi [↩]
- https://www.oxfamitalia.org/lettera-aperta-al-g20-tassate-i-super-ricchi/ [↩]
