Biden sopra Trump, ma nessuno scommette sul risultato finale

di Franco
Ferrari

I dati aggregati degli ultimi sondaggi, elaborati dal sito RealClearPolitics.com, danno al momento il 49,7% di intenzioni di voto al Democratico Joe Biden contro il 42,8% al Presidente uscente Donald Trump. Questo vantaggio viene confortato dalle previsioni relative agli Stati dall’esito più imprevedibile che sono in generale orientati a negare il loro consenso e i loro grandi elettori , determinanti per il risultato definitivo della competizione, a Trump. In questi Stati, quattro anni fa, il vantaggio di misura per il candidato repubblicano aveva siglato l’inaspettata sconfitta di Hillary Clinton, che pure prevaleva nel voto popolare a livello popolare per tre punti percentuali, corrispondenti a quasi 3 milioni di voti.

Se si confrontano questi sondaggi con quelli pubblicati quattro anni fa in questo stesso periodo, a due mesi dalla scadenza del 3 novembre, il quadro risulta decisamente più favorevole per i Democratici di quanto non si profilasse allora nel confronto  tra Trump e la Clinton. A questo si aggiunga che in tutto il periodo della sua presidenza, i sondaggi hanno sempre registrato un consenso minoritario per l’inquilino della Casa Bianca. Esito scontato quindi per le elezioni presidenziali del prossimo novembre? Tutt’altro e infatti quasi nessun osservatore si sbilancia a garantire sul risultato finale. 

Trump si presenta al voto con un bilancio che dovrebbe risultare deludente anche per i suoi sostenitori. Molte delle promesse pronunciate nel 2016 sono rimaste sulla carta. Il muro tra Stati Uniti e Messico è lontano dall’essere completato. Durante i quattro anni della presidenza di Trump sono estati espulsi meno immigrati che durante la presidenza Obama. L’inversione della tendenza delle multinazionali a delocalizzare le produzioni all’estero, tranne qualche caso molto enfatizzato mediaticamente, non sembra essersi realizzata. La riforma fiscale voluta da Trump ha rappresentato l’ennesimo regalo a favore dei ricchi e delle grandi corporations  e poco o nulla ha inciso sulla condizione economica del ceto medio. La guerra commerciale aperta con la Cina e con altri paesi, non ha dato i risultati sperati, tanto più che gli effetti economici della pandemia di Covid hanno vanificato buona parte dei benefici della crescita economica che, per altro, era già iniziata sotto la presidenza di Obama. Per far fronte al pericolo di una grave depressione la Federal Reserve ha messo in circolazione ingenti quantitativi di moneta che sono andati in gran parte a beneficio delle grandi imprese e della rendita e a favorire un ulteriore concentrazione della ricchezza nelle tasche dei miliardari. Il grandioso piano di interventi infrastrutturali promesso da Trump non si è mai visto. Tutto questo è stato concluso da una gestione disastrosa dell’emergenza Covid.

Nonostante questa serie di fallimenti, il Presidente è riuscito a consolidare la sua base elettorale supplendo alla mancanza di risultati concreti (tranne che per Wall Street e le grandi multinazionali) con la continua agitazione mediatica dei temi che definiscono l’identità del suo blocco sociale. Suprematismo bianco, reazione xenofoba contro gli immigrati, bigottismo religioso e così via. Ha indubbiamente radicalizzato a destra il campo repubblicano, anche se sarebbe sbagliato vederlo come un corpo estraneo. In realtà c’è molto reaganismo in Trump, anche se ne ha ulteriormente accentuato gli elementi di populismo autoritario. Qualche esponente dell’establishment repubblicano si sta schierando con Biden e qualche altro si defila dalla competizione, ma se si guarda al comportamento dei repubblicani a livello statale emerge un partito che si muove coerentemente per spezzare le organizzazioni sindacali e rimuovere qualsiasi forma di difesa dei diritti dei lavoratori, per ridurre gli spazi all’esercizio del diritto di scelta delle donne e per imporre limitazioni crescenti al diritto di voto dei neri e delle altre minoranze etniche considerate – non a torto – come elettoralmente ostili.

Proprio il tentativo di mettere in discussione i meccanismi elettorali, rendendo più difficile il voto per posta utilizzato soprattutto quegli elettori che hanno difficoltà ad abbandonare il posto di lavoro nel martedì delle votazioni, ha messo in evidenza un altro elemento della presidenza Trump: la fragilità dell’assetto istituzionale in presenza di un Presidenze e di una maggioranza parlamentare disposta a rompere tutti gli equilibri bipartisan. Negli Stati Uniti, sempre così prodighi nel rilasciare patenti di democrazia in giro per il mondo, ci si chiede se le elezioni di novembre potranno essere davvero “free and fair”, libere e corrette, e cominciano a circolare scenari piuttosto tetri su un Presidente uscente abbarbicato alla Casa Bianca per il rifiuto di accettare l’eventuale sconfitta.

Ora, per i Democratici, prima ancora di porsi il problema di come affrontare questa ipotetica crisi istituzionale, si pone il problema di garantirsela, la vittoria elettorale. Il loro candidato è prevalso soprattutto perché era l’unica carta disponibile all’establishment per evitare la vittoria di un esponente della sinistra (fosse Sanders o la Warren) e per garantire il tradizionale ruolo di partito sostenuto dai ceti popolari ma sempre scrupolosamente attento anche alla difesa degli interessi del big business. Biden manca di carisma e ha l’handicap  di incarnare un ceto politico che tende a diventare gerontocratico. Forse perché non troppo marcato in nessuna direzione, viene considerato sufficientemente pragmatico da poter riunificare tutto il blocco elettorale democratico, allargandolo a destra verso i Repubblicani moderati ostili all’estremismo trumpiano, e a sinistra abbastanza dialogante da accogliere alcune delle richieste programmatiche che provengono da quell’ala del partito.

Biden ha buoni rapporti con l’elettorato afro-americano (a differenza di Sanders che era riuscito ad intercettare solo la nuova generazione) e può recuperare consensi nella classe operaia bianca, la cui diserzione in alcuni stati cruciali era costata la vittoria alla Clinton. E’ un politico di lungo corso che rischia di non mobilitare a sufficienza il tradizionale elettorato democratico ma rispetto alla candidata di quattro anni fa è meno appesantito da legami, considerati fin troppo incestuosi, con i poteri finanziari e industriali di Wall Street. Dovrebbe essere in grado di non ripetere gli errori grossolani di strategia elettorale compiuti dalla Clinton, curando con più attenzione alcuni stati chiave del cosiddetto Rust Belt, dove sono stati più pesanti gli effetti della globalizzazione economica. Dovrà dimostrarsi sufficientemente abile da non concedere vantaggi a Trump nei tre confronti elettorali televisivi previsti nelle prossime settimane.

Da parte sua, la Convenzione repubblicana ha individuato il principale nemico da battere negli Stati Uniti: il socialismo. Uno spettro che improvvisamente si aggira in un Paese dove da un secolo ci si interroga, sull’onda di una nota riflessione di Werner Sombart, perché non ci sia mai stato un forte partito socialdemocratico fondato sulla rappresentanza degli interessi della classe operaia. Nell’impostazione del tema da parte dei Repubblicani si unisce una evidente strumentalizzazione  propagandistica, al periodico riattivarsi dell’isteria maccartista. Resta però il fatto oggettivo che un leader come Sanders si dichiara apertamente socialista democratico e che anche esponenti di una nuova generazione di politici inseriti nel Partito Democratico non disdegnano l’uso della parola socialista per autodefinirsi.

In questi decenni, la progressiva polarizzazione dell’opinione pubblica americana è avvenuta soprattutto a destra, lungo un percorso a cui hanno contribuito Newt Gringrich, il Tea Party, Steve Bannon e poi in misura decisiva Donald Trump. Ma si è registrata in una certa misura anche a sinistra per il peso che le politiche sociali ed economiche perseguite dai Repubblicani come spesso anche dai Democratici hanno fatto sempre più ricadere sulle classi popolari degli Stati Uniti.  I cambiamenti avvenuti nella composizione demografica e sociale del Paese hanno favorito le condizioni per l’emergere di nuove linee di conflitto politico. L’establishment democratico può sperare che l’eventuale vittoria di Biden non chiuda solo una fase di populismo autoritario e avventurista, ma consenta la riaffermazione di una gestione politica centrista e bipartisan del sistema politico statunitense. Sconfitto Trump a destra si potrebbe più agevolmente assorbire la spinta a sinistra.

Ma in questa ipotesi di ritorno alla normalità non c’è nulla di scontato. Al contrario, sconfitta l’ipotesi di una soluzione di destra, politicamente, socialmente e culturalmente regressiva alle contraddizioni che attraversano la realtà americana, può acquisire ancora più credibilità un’altra e opposta soluzione: egualitaria sul piano sociale, partecipativa sul piano istituzionale, progressiva su quello dei diritti. Una opportunità che richiede da parte della sinistra la capacità di elaborare strategie adeguate che sappiano far tesoro dell’esperienza di Sanders e di altri leader emergenti come Alexandria Ocasio Cortez. Per ora bisogna sperare che si arrivi rapidamente al dopo-Trump e poi he non si ritorni semplicemente al prima di Trump.

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