Non riprendo l’analisi sulla crisi dell’Unione Europea e sul suo futuro. Condivido le analisi fatte. Mi limito a due temi di contesto che ritengo complementari.
Il primo riguarda la difficoltà dei processi di globalizzazione. Non vi è più un’unica potenza egemonica che detti l’ordine globale. Giustamente, a mio avviso, il recente convegno di Parigi ha alluso ad una “costituzione mista”, che prevede più livelli coordinati tra loro. Una dinamica, cioè, tra molteplici poteri diseguali. Già Giovanni Arrighi, in uno dei suoi magnifici ultimi corsi universitari, ci parlava del declino degli USA. Si apriva, argomentava, il “secolo cinese”.
Nel contesto del declino appare Trump, come conseguenza di esso. Il blocco economico che lo sostiene ritiene che , soprattutto a livello internazionale, gli strumenti precedenti, che avevano caratterizzato l’egemonia degli USA non funzionino più. Da questa convinzione nascono guerre, violenze, ricatti daziari, minacce sui materiali e sulle terre rare. Gli USA temono, soprattutto, il processo, in atto, di indebolimento del dollaro come moneta universale e la crescita, connessa, del ruolo mondiale dei BRICS. Mentre gli Stati europei, con il Riarmo, rafforzano la tendenza imperialista: ogni Stato, a partire dalla Germania, difende, con le armi, la conquista dei mercati e delle terre rare portato avanti dal proprio capitalismo, all’interno di una feroce competitività. Non vedo apparire, all’orizzonte, un nuovo ordine stabile.
Condivido l’analisi di Sandro Mezzadra che parla del “regime di guerra globale”. Vi è il fronte internazionale del bellicismo, ma vi è, in connessione, il fronte interno agli Stati, che vivono economia di guerra , abbattimento dello Stato sociale, rafforzamento dello Stato penale. Le società si militarizzano, la postdemocrazia genera la verticalizzazione autoritaria ed oligarchica del potere. La democrazia liberale non esiste più. Il capitale non sopporta la democrazia, le regole costituzionali. Basti pensare, in Italia, al “decreto sicurezza”, che è la negazione e la repressione del conflitto, una profonda mutazione antropologica della formazione sociale. Da qui parte la mia seconda breve osservazione. Il movimento rivoluzionario esiste, in forma molecolari. Ma tecnologia, digitalizzazione, fine dei partiti e della intellettualità democratica , errori gravi commessi dalle sinistre lo hanno frantumato.
Nei singoli settori i movimenti ricercano, progettano, lottano. Ma occorre trovare i nessi che riuniscano i molteplici processi di liberazione. Sono in corso di diffusione, a partire dai territori, agende importanti, che riescono a fare sintesi delle differenze. Penso all’ impegno collettivo contro l’Autonomia Differenziata e contro il “decreto sicurezza”. Penso al lavoro di “Non una di meno”, che ci indica la strada della intersezionalità. Penso alla mobilitazione crescente contro il genocidio di Gaza , ai Black Lives Matter, ai Gilets Gialli. Forme organizzative diverse che sono dettate dalla lotta di classe nei diversi contest nazionali. Gli avversari sono comuni: suprematismo bianco, colonialismo, razzismo.
“Dio lo vuole”, scrivevano i Crociati sulle loro bandiere. Vi sono condizioni affinché nasca un nuovo internazionalismo, fondato su programmi di rottura. Non sarà certo un pranzo di gala, pe combattere un capitale che diventa una macchina predatoria della cooperazione sociale e del “general intellect”.
Melenchon, nel suo recentissimo testo, riprende, da Marx, formule interessanti: “è contro lo spazio/tempo capitalistico che bisogna lottare, riprendendo una delle intuizioni dei Gilet Gialli: bloccare i flussi e occupare le rotonde in quanto snodi della logistica. Pianificazione ecologica , decentrata e multiscalare”. Melenchon rilancia i concetti di “municipalismo” e “comunalismo”. Mi piace molto la riattivazione dell’immaginario della Comune di Parigi, come laboratorio metropolitano e cosmopolita. Bisogna anche rilanciare le pratiche del “meticciato”: non si tratta di integrare chi è stato escluso. Contro la “remigration”, che è anche istituzionale e governativa, dovremo ridefinire le basi materiali del vivere insieme , rilanciare l’idea di cittadinanza. Ha ragione Melenchon: la “nuova Francia” non può essere pensata nei termini dell’assimilazione monoculturale della tradizione repubblicana. La affermazione identitaria dei valori dell’Europa , contro tutte le altre culture, è una violenza coloniale.
L’opposizione a queste derive europee razziste va sperimentata, organizzata. La sinistra europea o avrà questa radicalità valoriale o, purtroppo, non sarà.
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