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Assemblaggio a sinistra e forme-partito

di Antonio
Zucaro

Si riprende il tema di un precedente articolo (Elezioni, partiti, movimenti. Alcune considerazioni) per l’esigenza di approfondire la riflessione in corso al riguardo, dovuta alla criticità del rapporto tra due questioni. Da un lato la necessità di un ruolo cruciale della sinistra nello schieramento progressista, oggi nella definizione del programma, domani nell’ (auspicabile) azione di governo.  Dall’altro l’inadeguatezza delle formazioni attuali a svolgere appieno questo ruolo. In Italia, naturalmente, ma non solo.

Nell’area della sinistra si trovano sia partiti presenti come tali nella competizione politica, sia – come si è detto nell’articolo citato – associazioni, movimenti, comitati, altri soggetti collettivi operanti sul terreno della politica, con iniziative rilevanti di discussione e diffusione di proposte sui temi maggiori. L’elenco è lungo. Qui va rilevato che alcuni di questi soggetti esprimono una appartenenza cattolica e contemporaneamente una connotazione definibile di sinistra. È evidente l’opportunità di migliorare i collegamenti tra i due insiemi e al loro interno così da renderli stabili ed operativi, sul piano dell’elaborazione e su quello dell’iniziativa politica.
Nel nostro sistema istituzionale Il ruolo dei partiti è decisivo, e la loro inadeguatezza è una causa strutturale – non la sola – della crisi della democrazia e della sinistra, da curare attraverso il rapporto con i movimenti. Di qui l’esigenza di analizzare pubblicamente l’evoluzione, le caratteristiche, i meccanismi di funzionamento dei partiti stessi.
La forma giuridica dei partiti, basata sulla previsione costituzionale, è data dalla legge n.13 del 2014, sostitutiva del finanziamento pubblico con contribuzioni private, ed è uguale per tutti: statuto, bilanci, trasparenza, parità di genere. Le leggi elettorali regolano l’intervento dei partiti nella partecipazione alle elezioni ed alla formazione della rappresentanza politica nelle istituzioni.
Uguali nella forma, i partiti sono entità ben diverse nella loro sostanza politica. Ciascuna con la sua identità, le sue radici, la sua storia, le vicende interne, le posizioni assunte. In base ai contenuti della proposta politica i partiti possono venire collocati lungo un asse che ne misura la maggiore o minore distanza dagli interessi dei grandi capitali. Dalla destra, spesso rappresentata direttamente da grandi imprenditori, passando per i liberaldemocratici e i socialdemocratici che agevolano o condividono le dinamiche di fondo dei mercati finanziari, variamente intrecciandole con le proprie istanze, fino alla sinistra che queste dinamiche rifiuta e cerca di modificare. In forme diverse, come s’è detto, generate nell’autonomia della politica dalla psicologia di massa, dalla cultura, dalla memoria collettiva.
Oltre che su questo asse, la diversità dei partiti può ricondursi ad alcune tipologie di base, schematizzazioni di caratteristiche comuni, che si sono succedute nel tempo ma sono ancora presenti nella situazione attuale con alcune delle loro caratteristiche distintive. In sintesi, la tesi che qui si propone è che il partito definibile partito-chiesa del secolo scorso è stato superato dal partito-azienda, senza scomparire del tutto, e nel nuovo secolo è emerso un nuovo tipo di partito che si può definire partito-piattaforma.

Il partito-chiesa è ancora presente nella memoria dei militanti della sinistra. Lo è stato il PCI, ma anche in parte il PSI. Una comunità organizzata attorno ad un sistema ideologico prodotto e interpretato da una gerarchia di dirigenti, finalizzato alla costruzione di una società socialista ed intanto al miglioramento qualitativo della vita della comunità, da realizzare attraverso l’azione politica dei dirigenti e l’impegno militante dei singoli associati nella competizione politica con le altre forze.  Il riferimento alla “Chiesa” nasce dalla somiglianza di alcune caratteristiche fondative, ferma restando una differenza di fondo. Nella Chiesa (cattolica) la comunità si riconosce nella dottrina e nel clero, ma l’obiettivo della Fede è la salvezza dell’anima dalla schiavitù del peccato, in questo mondo, per garantirsi l’aldilà. Mentre per il Partito l’obiettivo era la liberazione, individuale e collettiva, da realizzarsi nella costruzione di una società socialista di liberi ed eguali, che superasse l’oppressione e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Il prototipo del modello è stato il PCI, con la fede in questa prospettiva, la fiducia nei dirigenti, la disciplina, la disponibilità all’impegno ed al sacrificio. Fiducia e disciplina mantenute nel tempo pur nello svilupparsi di una dialettica interna e nella pluralità di riferimenti culturali.
Alcune caratteristiche del partito chiesa erano presenti anche negli altri partiti della prima Repubblica, aventi una forma tradizionale centrata su un forte sentimento di appartenenza, la fedeltà all’ Idea, la lealtà verso i dirigenti. Soprattutto nel PSI, che mirava anch’esso ad una società diversa e più giusta. Venuta meno questa prospettiva escatologica col tracollo del socialismo reale, l’obiettivo della liberazione è trasmutato nel miglioramento qualitativo della situazione in atto. Così, le caratteristiche fondanti del partito-chiesa e della militanza si sono gradualmente evolute fino a diventare altro.
Contemporaneamente, infatti, si è venuto ad affermare un altro modello di partito, il partito-azienda. In una società aperta ma dominata da interessi forti e da meccanismi di mercato, questi sono entrati anche nella costruzione della rappresentanza politica e nella trasformazione della competizione elettorale da confronto di posizioni a concorrenza tra ditte diverse per la conquista di clienti-elettori. Nel nostro paese il prototipo di questo modello è stato Forza Italia, formazione creata da Berlusconi come proiezione politica delle proprie aziende, mutuando da queste dirigenti, risorse, strategie di comunicazione con l’obiettivo di garantirne valore e profitti attraverso l’azione politica e la presenza nelle istituzioni. Coniugando potere economico, potere politico, potere mediatico, ciascuno funzionale all’altro nell’affermare la leadership del Capo.
A parte la coincidenza tra imprenditore privato e leader politico, le altre caratteristiche fondamentali del partito-azienda sono penetrate nella generalità delle altre forze politiche, in sintonia con l’affermazione del modello decisionista nel sistema istituzionale. Tale modello, com’è noto ispirato dalle forze economiche dominanti, ha prodotto l’elezione diretta di Sindaci e Governatori e i tentativi di introdurre il presidenzialismo in Costituzione. In sostanza, il partito si comporta come una azienda, guidata da un Capo azienda, operante sul mercato della competizione politica. Azienda che offre un prodotto rispondendo ad una domanda, in gara con la concorrenza, ricavandone una contropartita. I cittadini diventano un insieme di clientele divise in segmenti che chiedono la soddisfazione di particolari interessi materiali e di pulsioni soggettive in cambio del loro consenso elettorale, che i partiti-azienda trasformano in potere politico. Decisivo, in questa competizione sul mercato politico, è il ruolo della comunicazione, come pubblicità dell’azienda e del prodotto. Il Capo del partito è il primo comunicatore ed insieme il primo trasformatore del consenso in potere, esercitando sul partito un forte potere di direzione, analogo a quello dell’imprenditore in azienda, circondato da un gruppo dirigente di sua fiducia. I quadri si impegnano nell’attività politica, ovvero nella diffusione dell’offerta e nella raccolta del consenso, in cambio di una carriera, ovvero dell’acquisizione di una propria quota del potere politico conquistato dal partito, soprattutto nelle istituzioni: Governo, Parlamento, cariche elettive, nomine politiche. Il conferimento di tali quote di potere è operato dal Capo, o dai dirigenti di livello superiore, in cambio del sostegno dei quadri alla propria leadership. Un sistema verticalizzato, articolato per correnti e cordate comunque sottostanti al Capo.

I partiti-azienda, naturalmente, si differenziano tra loro in relazione ai valori e agli interessi che sostengono, in cambio del consenso dei portatori di questi. In primo luogo, come già detto, per il grado di subalternità agli interessi dei grandi capitali, da difendere o considerare nell’azione politica e di governo, e poi rispetto alla valenza positiva o negativa, per l’umanità, delle spinte soggettive e degli interessi specifici che vanno a rappresentare.
A sinistra, dopo il tramonto della prospettiva socialista, si è affermato il partito-ditta, comunità laica per tutelare gli interessi generali, comunità nazionale e ceti popolari. Restano comunque i caratteri aziendalisti, centrati su uno scambio tra la rappresentanza di interessi-valori e il consenso elettorale, per realizzare un profitto in termini di potere. In generale per il partito, e per i singoli dirigenti in termini di carriera nelle istituzioni, ma non solo. Ciò vale a livello nazionale, per la collocazione del ceto dirigente nelle Istituzioni nazionali, sia a livello di istituzioni locali, con la creazione di legami più o meno permanenti tra esponenti e cordate politiche, clientele elettorali, singoli interessi forti, parti di apparati pubblici.

In generale, le caratteristiche del partito azienda si sono affermate nei nuovi partiti della seconda Repubblica mescolandosi ai connotati originali delle singole formazioni, compresi i residui del partito tradizionale. Questa affermazione ha prodotto un sistema dei partiti, appoggiato sulla legge 13 e sulle leggi elettorali, ed un ceto politico sostanzialmente autoreferenziale, pur nelle diversità di ideali e di modus operandi.
Questo sistema ha mescolato l’uso privato del potere politico e l’uso strumentale della narrazione ideologica generando un rifiuto di una parte consistente dell’opinione pubblica nei confronti dei partiti, considerati botteghe, o aggregati di botteghe. Da qui l’ondata populista contro le “élites”, che ha assunto vari indirizzi e forme. Tra queste, in Italia, è emersa una nuova tipologia di formazione politica che ha affidato alla discussione organizzata sul web tra gli aderenti sia la adozione delle scelte politiche sia la selezione della rappresentanza negli organi istituzionali. La sintesi, come nelle altre tipologie, viene prodotta da un Capo, eletto direttamente, che provvede alla comunicazione ed alla direzione complessiva. Il prototipo, naturalmente, è il M5S, ma alcune caratteristiche di questa tipologia sono venute fuori anche in altre formazioni. Anche il PD elegge direttamente un Capo, e nello Statuto ha previsto forme di consultazione on line degli aderenti sulle questioni più importanti, che tuttavia non si sono mai realizzate. Forze minori, come DIEM 25, Possibile, Demosfera ed altre hanno sperimentato l’impiego di piattaforme web per costruire posizioni politiche, con scarsi risultati per le ridotte dimensioni delle adesioni e le poche risorse disponibili.
In realtà, nello schieramento progressista, le maggiori formazioni esistenti mescolano in vario modo le caratteristiche delle tre tipologie finora schematizzate. Queste diverse configurazioni, in genere, non riescono ad attirare una quantità di consensi sufficiente a realizzare le rispettive missioni. In particolare sulla sinistra, tra i militanti e i simpatizzanti delle varie forze è venuta meno la fede nella prospettiva di costruire una società più giusta, assenza non compensata dalla fiducia nella futura soddisfazione, pur parziale, dei propri interessi e dei propri valori. Da qui, come rilevato nell’articolo citato all’inizio, la necessità di un intreccio dell’azione dei partiti con le iniziative dei movimenti monotematici, delle associazioni, dei comitati di scopo.

Tuttavia, per realizzare questo intreccio di attività e di organizzazioni, sembra necessario un mutamento di fondo della concezione stessa del partito. Tale questione è stata posta dall’epoca del superamento del PCI, in termini di “forma partito”. Mentre il problema, forse, è la sostanza, ovvero il partito come ente a sé, autosufficiente, con una sua identità politica e organizzativa che resta sostanzialmente ferma al di là delle situazioni contingenti. Concezione, questa dell’identità, condivisa o almeno presupposta dai partiti esistenti, anche a sinistra, a prescindere dalla loro specifica tipologia. La questione è teorica ma ha forti implicazioni con la prassi, e vale la pena di approfondirla.
Byung-Chul Han rileva che il pensiero occidentale (Kant, Hegel) ha fondato sia la soggettività morale che l’obiettività normativa su una loro sostanziale immutabilità e persistenza. “Tutti i fenomeni contengono il persistente come oggetto stesso, e il mutevole quale sua semplice caratterizzazione” (Kant, Critica della ragion pura, citato in Byung-Chul Han, Shanzai , Nottetempo ed., 2025). Per contro, Edgar Morin, l’autore della definizione di “policrisi” per descrivere l’attuale caos globale, nella sua opera Il metodo (Cortina ed., 2001) vede ogni fenomeno come un “complexus”, un insieme di elementi interdipendenti intrecciato con altri fenomeni complessi anche casualmente, in sistemi aperti più generali. Secondo un metodo di conoscenza che traduce la complessità del reale, che esige di concepire le relazioni tra ordine-disordine-organizzazione e di approfondire la natura dell’organizzazione, di non ridurre il fenomeno ai suoi elementi costitutivi né di isolarlo (o astrarlo) dal contesto. Analogamente il pensiero orientale, richiamato da Byung-Chul Han nell’opera citata, è decostruttivo, rompe radicalmente con l’idea dell’essenza, della sostanziale identità dei fenomeni storici, che vede come processi collegati tra loro nell’ambito di processi più generali. 
Per calare queste suggestioni teoriche sulla questione della forma, o sostanza, del partito, le parole chiave sono “processo” e “complessità”. Il partito non andrebbe più considerato come un Ente, chiesa o azienda che sia, ma come un complesso di relazioni in continuo divenire, coerente ma flessibile, articolato al suo interno e collegato all’esterno con altri soggetti analoghi, ovvero con altre associazioni, politiche o di movimento. L’identità sostanziale di una comunità di persone, in sé, è una illusione. L’identità collettiva è relativa, ovvero definita dalle relazioni, di alleanza o di conflitto, con altre comunità e forze. All’interno della singola comunità v’è una trama specifica di rapporti tra elementi più o meno importanti, trama che è flessibile e mobile, perché collegata alla trama delle relazioni esterne, positive o negative, che si stabiliscono nell’attività della comunità in rapporto con le attività di altre comunità, o forze. Le identità di sinistra non si possono più fondare sul materialismo scientifico per le note ragioni, mentre l’orientamento ideale per l’uguaglianza e lo sviluppo della persona umana è proprio anche dei cattolici democratici e dei laici democratici, dunque non basta ad individuare una identità politica precisa. Queste, a sinistra, si definiscono nella relazione conflittuale con il capitalismo finanziario e col nuovo fascismo, nel confronto con le forze liberal-social-democratiche, nell’alleanza col Papa o con i movimenti, e così via.
Perché si è articolata anche la missione. Per la quale può bastare una citazione di Camus. “Ogni generazione si crede votata a rifare il mondo. La mia sa che non lo rifarà. Ma il suo compito è forse più grande. Consiste nell’impedire che il mondo si sfasci”, tratta dal discorso di accettazione del Premio Nobel per la letteratura, nell’anno 1957, di fronte al rischio di una guerra nucleare. Nella policrisi in corso, sempre più grave, è ancora più attuale. Non si tratta tanto di costruire un mondo migliore, quanto di contrastare il dominio dei grandi capitali sulle istituzioni politiche e sociali, e di fermare i pesanti effetti negativi di tale dominio, ovvero la guerra, il fascismo, il riscaldamento globale, le disuguaglianze.
Il collegamento con altri partiti e movimenti avviene su questa missione comune, semplice a definirsi (nell’impedire che il mondo si sfasci) ma complessa a disegnarsi, perché risponde ad una policrisi aventi molti aspetti interagenti tra loro, generati da soggettività potenti, raggruppabili in diversi campi di forze. Dal punto di vista dell’ex Occidente, in sintesi, i campi principali degli avversari sono due. Il primo è più evidente perché agisce esplicitamente nella sfera pubblica, ed è formato dalle forze politiche di estrema destra e dalle istituzioni statali da queste governate, di varia configurazione, spesso collegate al conservatorismo tradizionale. Il secondo è l’insieme dei grandi capitali finanziari, a sua volta assai complesso, un sistema anarchico che nella sfera politica si esprime in diverse modalità di condizionamento delle forze politiche già esistenti o di nuovo conio. Il risultato è il caos globale in atto, che sta portando il mondo alla rovina.
Conseguentemente, il contrasto a queste forze e tendenze potenti da parte di partiti e movimenti è plurale, articolato su diverse iniziative a vari livelli, ma per produrre risultati va inquadrato con strategie comuni, aperte, flessibili ma coordinate. A tale riguardo, come già detto, emerge la centralità della questione del partito.
Il passaggio da partito-ente a partito aperto può realizzarsi relativamente al rapporto tra il gruppo dirigente centrale e del corpo dei quadri e militanti, che andrebbe riequilibrato in verticale verso il basso, a favore di quest’ultimo insieme, per stabilire un rapporto dialettico più o meno paritario. Perché il gruppo dirigente esprime il partito come ente in sé e i quadri-militanti ne esprimono l’apertura all’esterno, essendo spesso impegnati anche nei movimenti e/o in altre associazioni della società civile, le cui istanze portano all’interno del partito. Così come portano nelle associazioni le linee elaborate dal partito.
Il rapporto dialettico si esprime in primo luogo nella funzione, ovvero nella definizione degli indirizzi e delle scelte politiche, per la quale bisognerebbe passare dallo schema top-down, per cui la dirigenza propone e l’assemblea approva o boccia, a uno schema bidirezionale per cui la dirigenza propone, l’assemblea delibera sulla proposta anche modificandola, la dirigenza esegue la deliberazione, l’assemblea ne verifica l’esecuzione.
Ciò premesso, il punto chiave riguarda la struttura. A questo riguardo il riequilibrio del rapporto va ad investire, in sintesi, due questioni: l’elezione diretta del segretario e le procedure congressuali per la selezione dei gruppi dirigenti. In questa sede si prescinde dalla prima, ben nota, pilastro statutario strutturale di PD e M5S collegato alla visione presidenzialista del sistema politico, se non per affermare la necessità di superarla per ridurre la verticalizzazione del partito-ente. Appare preferibile concentrarsi sulla seconda, praticamente assente dal dibattito nonostante la sua importanza, riguardando una prassi data per scontata.
Per questa prassi, nei partiti ma anche nelle altre grandi organizzazioni, le candidature negli organismi congressuali e statutari vengono proposte dal gruppo dirigente in carica raggruppate in elenchi composti in base agli orientamenti ed alle caratteristiche personali, e comunque in base alla fedeltà, anche presunta, dei singoli candidati. Il blocco viene proposto all’assemblea che può discutere di alcuni singoli ma poi vota l’insieme, magari alla fine di una lunga giornata di discussioni. Ciò vale, in genere, sia per l’elezione dei delegati nei vari livelli delle assemblee congressuali, da circolo al nazionale, sia per l’elezione negli organismi statutari, dal livello inferiore a quello superiore. Questo schema può prevedere il passaggio attraverso una commissione ad hoc per la formazione dell’elenco. Soprattutto, in caso di confronto aperto tra diverse mozioni o correnti, ciascuna col suo gruppo dirigente, diventa un confronto tra elenchi diversi, anch’essi precostituiti in blocco, che vengono trasformati dalla votazione in segmenti dell’organismo eletto in base ai voti ricevuti nell’assemblea che elegge. In ogni caso, l’eletto è candidato dall’alto e poi è votato dagli elettori. Resta legato, così, alla dirigenza che lo ha proposto. Come i parlamentari alla segreteria del partito che li ha candidati alle Camere, nel sistema attuale.
L’alternativa, per costruire un partito aperto, è quella delle candidature aperte. Ovvero, nelle elezioni degli organismi congressuali e statutari, ogni singolo iscritto, o membro dell’organismo che elegge, può presentare la propria candidatura, magari supportata da un certo numero di firme, corredata da una presa di posizione e dal curriculum. Come proposta pubblica a tutti i votanti, anche sul web. I votanti possono esprimersi sulle diverse candidature, e poi si vota. Il gruppo dirigente può presentare un documento di base, da emendare e completare, o altri gruppi possono presentare altri documenti, rispetto ai quali i candidati possono posizionarsi, anche con la semplice adesione. I dettagli vanno definiti nei regolamenti.
In questa sede vanno segnalate due questioni di ordine generale. La prima è una opportunità, relativa all’assemblaggio delle diverse posizioni. La raccolta, naturalmente, si opera sul web. Il problema, come ci dicono le esperienze già fatte, è la filtratura, la valutazione e il collegamento di un gran numero di posizioni, articolate per questioni generali e specifiche, operazioni che richiedono una grande quantità di lavoro. Oggi, questo lavoro può essere svolto dagli algoritmi dell’IA, opportunamente indirizzati, utilizzando chatbot o piattaforme già esistenti.
L’altra questione è l’esigenza di controllare la correttezza nello svolgimento delle varie procedure, anche informatiche, attraverso comitati di garanti neutri perché fuori dai giochi. Il governo di queste procedure spetta inevitabilmente ai gruppi dirigenti in uscita, che potrebbero gestirle in modo distorto. Anche per questo lavoro, che comporta l’esame di una grande quantità di atti, il supporto dell’intelligenza artificiale può essere decisivo.
In conclusione, per riassumere, occorrono procedure aperte per avere assemblee e organismi dirigenti autonomi, collegati ma non dipendenti dal vertice del partito, e dunque in grado di stabilire con questo un rapporto dialettico, bidirezionale e non solo verticale. Ed essendo composti da persone impegnate anche in altre attività associative sono collegati all’insieme dei movimenti, associazioni, comitati da una vasta rete orizzontale di rapporti in grado di realizzare una osmosi tra le istanze di questi e gli indirizzi del partito, aiutando la costruzione di sintesi politiche di ordine generale.

Antonio Zucaro

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