Apocalittici e integrati alle prese col Recovery Fund

di Franco
Ferrari

L’approvazione del cosiddetto Recovery Fund, ribattezzato dalla Commissione europea con la tradizionale enfasi retorica Next Generation EU, costringe ad una generale definizione di strategie dei vari soggetti politici e sociali. In Italia ha visto emergere una polarizzazione tra quelli che, riprendendo una nota classificazione di Umberto Eco riferita a tutt’altro contesto, possiamo chiamare “apocalittici” o “integrati”.

Da un lato, dopo un primo momento di smarrimento le varie voci “sovraniste”, critiche dell’Unione Europea in quanto tale, hanno cercato di smontare la narrazione ufficiale, mettendo in evidenza le diverse criticità che sono sottese all’accordo faticosamente raggiunto dai capi di governo dei 27 paesi dell’Unione. Si sostiene che in pratica di soldi veri non ce n’è, che le condizionalità nascoste sono anche peggiori di quelle sottostanti al MES, di cui molto si è discusso nei mesi passati e ancora si discute.

Da queste osservazioni critiche, alcune delle quali fondate, altre invece tendenziose e strumentali, emerge una visione catastrofica degli effetti dell’accordo raggiunto in sede europea. Sulla base di questo quadro apocalittico, qualsiasi iniziativa europea, sia che la Commissioni approvi finanziamenti, sia che non li approvi, sia che li dia a fondo perduto, sia che li trasferisca sotto forma di prestiti, dovrà inevitabilmente concludersi in una ripetizione della tragedia greca. Una visione che trova sostenitori anche a livello europeo, come l’ex ministro del governo Tsipras, Yanis Varoufakis.

La posizione degli “apocalittici”, che in genere sono contro ogni processo di integrazione europea, è di non essere in grado di cogliere quegli elementi di novità che l’evoluzione delle situazioni in genere presenta. Il contesto internazionale ed europeo, per una serie di ragioni che anche qui su Transform Italia, abbiamo cercato di registrare, non è quello scaturito dalla crisi del 2008. Sovrapporre la propria propaganda all’analisi della realtà alla fine rende meno credibile la strategia per la quale ci si batte.

Inoltre, fondare la ricerca del consenso sull’annuncio di terribili sventure che ci colpiranno fino alle prossime due o tre generazioni, in genere non produce molti risultati. Se le disgrazie non arrivano si perde credibilità, ma se dovessero arrivare (uno scenario che non si può escludere), quella che viene riscontrata è l’incapacità di chi le aveva previste di evitarle e quindi la sostanziale inefficacia politica dei banditori di sventura. Come dichiarò tempo fa l’allora presidente del Partito della Sinistra Europea, Lothar Bisky, non è perché hai previsto per tempo come andranno le cose che poi la gente ti sostiene.

Nei confronti delle posizioni “apocalittiche”, che pure danno voce a preoccupazioni reali e diffuse, vanno introdotte distinzioni di metodo e di merito. Dal punto di vista del metodo, credo che sia molto più utile un’analisi oggettiva e non strumentale di quanto previsto dall’accordo europeo, come si è tentato di fare con l’articolo di Paola Boffo, pubblicato su questo sito la scorsa settimana. Il secondo criterio è saper cogliere le novità che in questa crisi sono emerse e che hanno spostato l’orientamento non solo della Merkel ma di tutta la leadership politica ed economica tedesca ed hanno aperto la strada ad alcune cambiamenti importanti che nell’accordo ci sono  che vanno valutati come tali.

Gli “apocalittici” non colgono le novità della situazione

I tre elementi politici fondamentali che emergono dal Recovery Fund, al di là del pur importante calcolo ragionieristico su quanti soldi realmente verranno in tasca all’Italia, mi sembrano questi:

  1. la decisione di un indebitamento comune (non del tutto nuova, ma mai in queste dimensioni) apre una contraddizione con l’impostazione intergovernativa dell’UE, largamente riconfermata dal Trattato di Lisbona. All’interno di questo paradigma (che ha nella Corte costituzionale tedesca, l’ultima linea di difesa) le varie economie nazionali, nel momento in cui vantano retoricamente i benefici dell’integrazione, giocano a farsi spregiudicatamente concorrenza sul piano fiscale, su quello delle esportazioni e nella difesa di grandi imprese nazionali. Un indebitamento comune comporta inevitabilmente un interesse comune a far sì che le diverse economie nazionali procedano il più possibile ad un passo simile. Meno competizione e più cooperazione, questo è il riflesso implicito nel fare debito insieme.
  2. il secondo dato rilevante è la temporanea sospensione della logica dell’austerità, introiettata con il Trattato di Maastricht e i famigerati vincoli di bilancio lì introdotti, poi rafforzata con vari meccanismi durante la crisi cosiddetta dei “debiti sovrani” all’inizio del decennio passato. E’ bene avere presente che austerità e liberismo non sono la stessa cosa. La versione reaganiana del liberismo si è basata su un uso spregiudicato del debito pubblico, ricorrendo in particolare alle spese militari (tanto che si parlò di Warfare State subentrato al Welfare State). Anche in questa crisi alcuni paesi extra-europei hanno fatto ricorso abbondantemente all’indebitamento pubblico, senza per questo intaccare i principali fondamentali del liberismo (predominio dell’interesse privato su quello pubblico, distribuzione di fondi pressoché illimitati a banche e imprese, smantellamento dei vincoli derivanti al capitale dalle tutele del lavoro e dell’ambiente). Per quanto riguarda l’Unione Europea non siamo certamente alla rimozione definitiva della logica dell’austerità, ma alla sua temporanea sospensione anche a partire dal riconoscimento, a volte esplicito, che la gestione della crisi precedente ha prodotto più danni che benefici. In queste settimana i mezzi d’informazione italiani sembravano alla disperata ricerca di qualche autorità europea che ripetesse all’Italia il consueto ritornello della richiesta di “riforme” basate sull’austerità e sui dogmi liberisti. In genere gli interlocutori si sottraevano diplomaticamente all’invito, cercando di spostare l’attenzione su quelle che oggi per le élite europee sono le priorità. In questo momento, più che l’arrivo della Trojka da fuori dobbiamo temere il partito della Trojka all’interno.
  3. terzo elemento di cambiamento che non può essere ignorato è la tendenza ad una autonomizzazione dell’Unione Europea dagli Stati Uniti. Evidente come reazione all’unilateralismo accentuato di Trump, ma che esprime una tendenza di fondo. L’Europa tende a sottrarsi per ora alla logica della nuova “guerra fredda” perseguita dagli Stati Uniti nei confronti della Cina. Magari per meri motivi di interesse economico, ma il fatto che l’integrazione europea costruita tutta dentro la logica delle prima “guerra fredda”, oggi sia costretta a muoversi in una direzione più vicina a quella che era la parola d’ordine di una parte del movimento comunista qualche decennio fa (“un’Europa né anti-sovietica, né anti-americana”) è un fatto che può essere valutato positivamente. Anche qui, possiamo rilevare come la stampa italiana (a partire da Repubblica di Molinari, ma vale anche per molti editorialisti del Corriere della Sera) sia ossessionata dal “pericolo” che l’Italia non sia sufficientemente allineata all’Occidente, trovandosi piuttosto arretrata rispetto all’evoluzione del contesto internazionale.

Da questa “analisi della fase” emerge la necessità di riconsiderare la visione dell’integrazione europea, da parte della sinistra, e di riaffermare una distinzione di fondo con le posizioni “sovraniste”. La visione “altreuropeista”, a cui ha richiamato su questo sito Francesca Lacaita, che è entrata in crisi per una serie di fattori, tra i quali il declino del movimento dei social forum e la sconfitta subita dal tentativo del governo greco di sottrarsi ai vincoli mortali della trojka, può oggi trovare nuovo fondamento proprio nell’apertura di quelle contraddizioni che l’èlite euroliberista ha dovuto in un qualche modo affrontare per non disgregarsi in una guerra di tutti contro tutti.

Abbiamo visto alcuni limiti della posizione “apocalittica”, ma non possiamo nemmeno sottrarci ad un confronto con quelli che ho battezzato come “gli integrati”.

La nuova sacra trinità degli “integrati”

Il campo delle forze italiane che in vario modo si dicono favorevoli al processo di integrazione europea e, al di là dell’espressione occasionale di qualche dissenso, ne hanno sempre approvato i passaggi fondamentali, dal Trattato di Maastricht a quello di Lisbona, all’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione, all’introiezione delle politiche di austerità contenute nella famosa “lettera segreta” di Draghi e poi confermate nel chiudere ogni spazio ad una diversa uscita dalla crisi greca tentata dal governo di Syriza (anche se con un atteggiamento meno truculento di quello di Schauble e del suo reggicoda Dijsselbloem), è oggi attraversato da contraddizioni che si ripercuotono sull’assetto politico.

Gli “integrati” oggi si riconoscono innanzitutto dalla richiesta di adesione al MES che unisce un ampio schieramento che va da Berlusconi a Elly Schlein. Al momento nessun altro Stato europeo sembra interessato a ricorrere a questa linea di prestito. Il MES è stato pensato come strumento di sostegno per quei paesi che si trovassero in forti difficoltà e non più in grado di sostenersi ricorrendo al normale indebitamento sul mercato finanziario. Problema che al momento non esiste per l’Italia come per gli altri Paesi dell’eurozona, principalmente per la decisione della BCE di avviare un programma di acquisto tale da tenere bassi i tassi di interessi anche per quei Paesi che hanno un indebitamento più elevato.

Le critiche al ricorso al MES sono di diverso genere. Da un punto di vista eurocritico, il MES è contestato perché non parte dal principio della cooperazione economico-finanziaria tra i Paesi dell’Unione ma crea una relazione tra Stati creditori e Stati debitori, sulla base del quale l’obbiettivo non è salvare quest’ultimo ma garantire ai primi il rientro dei soldi prestati. Un rapporto di tipo privatistico come quello che si determina tra una banca e un cliente in difficoltà. Per questo il MES è nato per riconoscere ai creditori il diritto di imporre allo Stato che vi ha fatto ricorso politiche di austerità di bilancio tali da garantire la possibilità di rimborsare prioritariamente il debito contratto col MES stesso.

Dal punto di vista più strettamente contabile, ricorrere al finanziamento del MES, per quanto a tassi d’interessi più bassi di quelli del mercato finanziario, vuole dire accrescere di 2 punti percentuali, il debito pubblico dello Stato italiano in anno come quello in corso dove già si sfiorerà una cifra del 10%, con il rischio di seminare dubbi sulle sostenibilità del debito italiano quindi con un possibile aumento dei tassi d’interessi di tutte le altre emissioni di debito.

Ma è evidente che il tema non è tecnico, viene bensì agitato come argomento per ridefinire gli equilibri all’interno della maggioranza di governo, costringendo il Movimento 5 Stelle a rimangiarsi la sua tradizionale opposizione al MES e dall’altro a favorire un avvicinamento del partito di Berlusconi alla maggioranza di governo.  Non a caso anche l’adesione allo SME (il sistema monetario europeo, per coincidenza la sigla comporta le stesse lettere), nel 1978, fu l’occasione dalla quale nacque la rottura della maggioranza di solidarietà nazionale, per l’opposizione del PCI ad una immediata adesione.

Il pronunciamento sul MES è una sorta di prova di iniziazione per attestare la disponibilità ad integrarsi, anche in un ruolo subalterno o come qualcuno direbbe “ornamentale”, nel blocco politico e sociale dominante che ha sempre chiesto l’adesione al vincolo “esterno” che in realtà spesso esterno non è, per guadagnarsi una patente di “governatività”.

Il secondo terreno sul quale si gioca la partita degli “integrati” è l’accettazione dell’impostazione voluta da Confindustra nel delineare una strategia di uscita dalla crisi. L’ennesima intervista del Presidente di Confindustria Bonomi al Corriere, conferma l’aggressività con cui si muove l’organizzazione, ma anche la povertà del disegno che esprime. Mano libera nel trattare la forza-lavoro, disponibilità di risorse per le imprese senza alcuna condizione, mentre le condizioni vanno poste a coloro (disoccupati e poveri) che avessero la ventura di ricevere qualche aiuto dalla Stato. Bene che lo Stato intervenga in aziende in crisi, purché la gestione sia lasciata ai privati (anche se si chiamano Riva noti per i disastri dell’Ilva di Taranto) e così via.

Nessuna idea su come risolvere i nodi strutturali della crisi socio-economica italiana, dal basso tasso di occupazione, al sottodimensionamento numerico del pubblico impiego, alla divaricazione del rapporto nord-sud, all’assenza di lavoro qualificato. Men che meno una visione su quali siano i terreni di sviluppo economico e industriale attraverso i quali l’Italia possa creare condizioni di crescita economica unita a sviluppo sociale (più occupazione, lavoro di qualità per le nuove generazioni, tutele del reddito per combattere la povertà, ecc) per tacere della necessaria restituzione di reddito al lavoro sottratto da profitto e rendita. La stessa Unione Europea, che individua nell’innovazione digitale e nella questione ambientale (pur in una logica di tutela del profitto) appare più avanzata della classe imprenditoriale italiana.

Altro elemento sul quale si gioca la continuità o la rottura con il vecchio e ormai insostenibile modello di sviluppo (se non per le rendite parassitarie e per il capitalismo malthusiano) è l’idea che invece affascina soprattutto il PD, Italia Viva e altri settori della maggioranza di governo e non trova ostacoli nemmeno nell’opposizione di destra: il keynesismo del catrame e cemento. Il rilancio sarebbe così affidato alle “grandi opere”, massicci interventi di cementificazione e di incentivazione al trasporto su gomma, immaginando un futuro ancora affidato prevalentemente al traffico delle merci. Con buona pace dell’adesione tutta retorica al “new deal” ecologista e alle genuflessioni della domenica verso il movimento avviato dalla giovane Greta. Una prospettiva che vede in prima fila il presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, il quale non nasconde le sue ambizioni ad un ruolo nazionale e che a tal fine si è già espresso in favore della sacra trinità del momento: sì alle grandi opere, sì al Mes, sì a Berlusconi in maggioranza.

Oltre al notevole e negativo impatto ambientale, il keynesismo del catrame e cemento non risolve il problema di fondo del nostro paese, il basso livello occupazionale complessivo, la scarsa qualificazione del lavoro, e la necessaria creazione di posti di lavoro di lunga durata tesi all’innovazione e al miglioramento delle condizioni sociali complessive.

Segnalati alcuni punti importanti di distinzione dalle posizioni degli “apocalittici” e degli “integrati” sembra possibile definire uno spazio politico importante per una prospettiva strategica e “valoriale” (per usare una definizione dei politologi) per una sinistra autentica, autonoma, combattiva e radicata nei ceti popolari e quindi non di nicchia e di pura agitazione propagandistica. Lo spazio c’è, il soggetto politico che lo sappia occupare non è alle viste.

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