Annalisa Terranova, giornalista di “Libero” che si rifiuta di ringraziare gli antifascisti, commentando a TG3notte la rivolta di studentesse e studenti minorenni, figlie, figli e nipoti di tutti noi, è giunta a insinuare che fossero drogati.
Caspita, penserete stupiti, per una volta la nota esponente del giornalismo meloniano ha messo a segno un punto!
Pensatelo pure, ma non è così.
La Terranova, infatti, non faceva riferimento, come avrete immaginato, ai social media intenzionalmente progettati per creare dipendenza, ma alle più comuni sostanze stupefacenti. Non può essere che così, del resto, perché avrebbe dovuto poi ammettere che i suoi amici al governo fanno un uso personale feroce di quella droga della quale sono così dipendenti, che all’ordine del giorno hanno subito messo l’ennesima legge sulla sicurezza e se si va avanti così, invece di occuparsi a tempo pieno del legame che esiste tra il disagio giovanile e il mondo infernale sono costretti a vivere nel quale ragazzi ragazze, decideranno di spedire in galera anche i bambini col ciucciotto. Eppure è un mondo in cui ormai ha un ruolo decisivo un fenomeno che gli studiosi definiscono “economia dell’attenzione”; un fenomeno che, come confermano persino ingegneri e manager che l’hanno creato, tratta la preziosa attenzione umana come una risorsa scadente e un bene materiale.
Su questa droga, che hanno volutamente ignorato, avrebbero dovuto soffermarsi la Terranova, “Libero” e un governo che guarda il mondo con la testa rivolta indietro. Una droga che induce l’utenza, soprattutto quella giovane e giovanissima, a spendere il suo tempo davanti a un monitor , sicché paradossalmente in un mondo inondato da dati, notizie e contenuti digitali, a una sovrabbondanza di informazione, corrisponde una debole e sempre più limitata capacità umana di valutare, criticare e farsi un’idea personale della realtà in cui è immersa.
Perché la ignora? Perché questa miseria morale della formazione è figlia naturale della miseria morale della politica. Se la protesta giovanile diventa violenta, è inutile fingere di meravigliarsi e cercare risposte nella repressione. Occorre prendere atto che violente sono la politica, i modelli che propone e le scelte che compie.
Così stando le cose, non c’è dubbio, una legge sulla sicurezza sarebbe indubbiamente necessaria, ma dovrebbe essere in grado di difendere i più deboli dall’aggressione di chi ritiene che governare significa comandare.
Non è facile dirlo, ma è necessario: se cominciassimo a guardare la rivolta giovanile non per i suoi modi, ma per quello che vuole dirci, capiremmo che è un evento positivo. Per ragioni che non sono chiare, ma che hanno del miracoloso, è accaduto, infatti, che ragazze e ragazzi si stanno ribellando alla sottraendo alla dipendenza indotta dall’economia dell’attenzione. Sarebbe importante che la politica provasse a capirlo e valorizzasse il significato profondo e confortante della rivolta, ma la politica, ferma all’apparenza e, sceglie la via della “punizione”.
Non stupisce perciò che di fronte alla protesta, Terranova parli di droga e Donzelli, un’aquila del “pensiero” politico della destra di governo, si limiti a osservare, ironico e sprezzante, che si tratta solo di giovani che devono crescere. Così dice Donzelli, che ha cinquant’anni, è cresciuto e l’ha fatto così male, da risultare irrecuperabile. Donzelli non lo capisce, non può capirlo, ma ragazze e ragazzi che prende in giro gli stanno dicendo o che stranieri, clandestini, immigrati, estranei a un mondo civile, tipacci da spedire nei ghetti albanesi sé lui, con la sua indigenza culturale, la sua scarsa intelligenza politica e la sua idea profondamente fascista che una minoranza eletta da amici, parenti e clienti, non tocchi governare anche la maggioranza che non l’ha eletto, ma la debba comandare.
Mentre in piazza i giovani si rivoltano contro chi li droga e contro chi ignora la loro esistenza, il loro disagio e la loro richiesta di un mondo migliore, prima che sia tardi, Terranova e Donzelli chiedano scusa agli antifascisti, la cui sola, grave responsabilità è stata quella di non realizzare una Norimberga per i loro maestri.
Giuseppe Aragno
