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Agricoltori, contadini, società anonime, trattori e democrazia reale

di Antonio
Onorati

“Non lasciano dietro di loro alcun segno d’identificazione, fuorché le lapidi ed i figli: la meravigliosa superficie del paesaggio, l’opera dei loro aratri, vanghe e cesoie o gli  animali  che custodirono non conservano infatti  né una firma né un’impronta simile a quelle lasciate dai muratori  sulle cattedrali. Contadini…”
(Wendel Berry)

Si muovono i trattori, invadono le strade, entrano nelle città, vanno nelle autostrade. Spuntano nuove associazioni, comitati spontanei di “agricoltori”, appiano slogan e cartelli. In Italia non appaiono le bandiere delle “organizzazione di categoria maggioritarie”, ma nella protesta di Bruxelles la bandiera gialla di Coldiretti sommerge tutte le altre. I giornali riempiono le loro pagine di cronache e le televisioni fanno servizi, magari torcendo la presentazione delle rivendicazioni in modo da accontentare qualche potentato politico o l’orientamento del giornale. Si dice che protestano contro “Bruxelles”, contro la PAC (Politica Agricola Comune), dimenticando di sottolineare che quello che stanno applicando gli Stati membri è prima di tutto il risultato della scelta fatta dagli stessi Stati membri di rinazionalizzare la politica agricola comune; infatti ogni Paese si è cucinato il proprio Piano Strategico Nazionale discutendo con le cosiddette “organizzazioni di agricoltori maggiormente rappresentative”. Pochi dicono che le proteste sono anche contro le organizzazioni professionali (chiamate anche “sindacati degli agricoltori”) ma non fanno riferimento al fatto che la quasi totalità di quelli che sono su quei trattori sono iscritti a quelle stesse organizzazioni. E quale è il senso di quel grande sventolio di bandiere italiane nei cortei di trattori? A molti fa piacere immaginare che queste proteste siano – finalmente – il ritorno delle lotte contadine, ma non è così. Nel comunicato stampa del 5 febbraio del Comitato Agricoltori Riuniti (CRA). si legge “…NON È UN EVENTO DI DESTRA, O DI CENTRO O DI SINISTRA, ma sarà fieramente accettata la bandiera tricolore per chi la volesse esporre… Che Dio ci BENEDICA TUTTI”. Non ci sono elenchi di rivendicazioni.

Al momento la spontaneità delle marce dei trattori si sta traducendo in un confronto tra la Lega, che la sostiene apertamente e Fratelli d’Italia che, schiacciata dalla sudditanza del Ministro dell’Agricoltura alla Coldiretti, aspetta a muoversi in attesa, appunto, delle mosse di Coldiretti. I tempi elettorali si impongono; intanto il Governo aggiunge altri tre miliardi di euro alla dotazione per l’agricoltura. Per fare che cosa? Per compensare chi e che cosa?

Chi c’è nelle autostrade?

Ricordato che in Italia ci sono poco più di 1,1 milioni di aziende agricole, dice la Coldiretti di se stessa “Con un milione e mezzo di associati, la Coldiretti è la principale Organizzazione degli imprenditori agricoli a livello nazionale ed europeo. La sua diffusione è capillare su tutto il territorio nazionale: 20 federazioni regionali, 95 federazioni interprovinciali e provinciali, 869 Uffici di Zona e 3.576 sezioni comunali…” Non saremo presenti a Fieragricola non per timori di proteste ma perché saremo a Bruxelles in mille”. Lo dice Ettore Prandini, presidente Coldiretti (Imprenditore agricolo dell’azienda zootecnica di bovini da latte a Lonato del Garda di 303 ettari con 1000 capi di cui 470 in lattazione, e anche imprenditore agricolo della cantina vitivinicola “Perla del Garda” produttrice di Lugana DOP.) in diretta a Focus economia su Radio 24 della Confindustria. Coldiretti aveva annunciato che giovedì 1° febbraio sarebbe stata Bruxelles con un migliaio di agricoltori della penisola per denunciare “la follia che minaccia l’agricoltura”. E continua “Mai come in questo momento noi dobbiamo stare a Bruxelles perché è lì che le scelte e le decisioni in questa fase vengono prese. Io penso che tutto quello che potevamo fare in termini di confronto con il Governo italiano lo abbiamo già fatto durante la Finanziaria e durante il Milleproroghe”. In effetti il Governo aveva già aggiunto ai soldi della PAC un primo finanziamento specifico sotto la voce “Fondo per la sovranità alimentare” distribuendo – per il 2023 – 35 milioni di euro, di cui 10 milioni per i maiscoltori, 9 milioni per produrre proteine, cioè soia, 7 milioni a sostegno degli allevamenti da carne di bovini, 5 milioni per il sostenere la produzione di grano tenero, molto usato nell’alimentazione animale e 4 milioni per la produzione di orzo. In altre parole, tutti soldi per la zootecnia industriale che consuma acqua, inquina ed è prigioniera del circolo vizioso: diventare sempre più grandi per affrontare l’indebitamento ed indebitarsi per diventare più grandi.

Poi ci sono i francesi. La Fédération Nationale des Syndicats des Exploitants Agricoles (FNSEA) è al centro delle notizie e della rabbia degli agricoltori francesi. La FNSEA conta 212.000 iscritti, 20.000 sindacati locali, 12 federazioni regionali e 95 federazioni dipartimentali. Dal 13 aprile 2023, Arnaud Rousseau è presidente della FNSEA. Sindaco del piccolo comune di Trocy-en-Multien (Seine-et-Marne), questo cerealicoltore è anche vicepresidente della Camera d’Agricoltura dell’Ile-de-France e presidente del Consiglio di amministrazione del gruppo industriale e finanziario Avril dal 2017. Il Gruppo Avril opera in 19 Paesi e impiega 7.367 persone con un fatturato di 9 miliardi di euro. Ha un portafoglio di marchi leader in diversi mercati, in particolare in Europa e in Africa.
La Coordination Rurale è il secondo più grande sindacato agricolo francese, molto presente nel movimento di protesta degli agricoltori francesi. La Coordination Rurale si è costituita nel 1991 in opposizione alla PAC, insoddisfatta delle posizioni della FNSEA. Conta 15.000 membri. Con l’iniziativa del corteo verso Rungis e Parigi, l’attuale movimento di protesta gli ha dato nuova linfa. Sono note le posizioni della sua presidente – un passato nel sistema bancario – favorevole ad un voto per Marine Le Pen.
Già mercoledì 24 gennaio, la Confédération Paysanne, il terzo sindacato agricolo francese, aveva invitato tutti i suoi membri a “mobilitarsi”, sottolineando però di non essere d’accordo con le “soluzioni proposte” dai sindacati di maggioranza.

In Germania la confusione è stata ed è grande. Da una parte il movimento etnonazionalista (völkisch), ora in parte fuso con i “pensatori laterali” anti-vax, è tornato nelle strade, e tenta di usare gli agricoltori per gonfiare artificialmente il suo apparente consenso. L’AfD è diventato il suo braccio parlamentare.
La DBV è l’organizzazione professionale agricola maggioritaria che rappresenta gli interessi degli agricoltori tedeschi, delle loro famiglie e delle aree rurali. Oltre il 90% delle circa 300.000 aziende agricole tedesche sono rappresentate nella DBV. Ha iniziato le proteste e guidato il negoziato con il governo tedesco in particolare sulla questione del prezzo del gasolio.
Ma anche l’organizzazione decisamente collocata nel campo progressista, la Arbeitsgemeinschaft bäuerliche Landwirtschaft (AbL) critica il fatto che gli agricoltori si trovino ad affrontare un onere finanziario sproporzionato nel tentativo di rendere il bilancio del governo federale più solido a breve termine. AbL respinge quindi l’abolizione del sussidio per il gasolio agricolo e dell’esenzione dall’imposta sui veicoli a motore agricoli.

E poi ci sono le organizzazioni europee. Già detto del COPA le cui posizioni sono ben espresse da FNSA e Coldiretti; resta l’opposizione. Il Coordinamento europeo Via Campesina (ECVC) nell’invito alla mobilitazione europea del 1° febbraio 2024 a Bruxelles, dichiarava: “Ci mobiliteremo per dare voce al nostro malcontento e chiedere un cambiamento di paradigma… Le politiche neoliberali dell’Europa sono la causa principale del disagio degli agricoltori: Accordi di Libero Scambio (FTA), deregolamentazione del mercato, sussidi della PAC distribuiti in modo del tutto iniquo, sovraccarico amministrativo, false soluzioni come il sostegno insensato alla digitalizzazione, agli OGM e ai mercati del carbonio, e la mancanza di una visione complessiva per una transizione verso modelli agricoli più sostenibili, per citarne solo alcuni….” . In sintesi, le richieste portate a Bruxelles – diverse da quelle che si sono viste nella maggior parte delle mobilitazioni – sono: “Interruzione immediata dei negoziati sugli Accordi di Libero Scambio e sospensione di quelli legati all’agricoltura…Prezzi equi per i prodotti agricoli! I prezzi agricoli devono essere garantiti a un livello superiore ai costi di produzione, che negli ultimi anni sono aumentati notevolmente. Anche il nostro tempo di lavoro deve essere preso in considerazione nel determinare un prezzo equo. L’UE deve ristabilire i prezzi d’intervento e i prezzi minimi per tutti i prodotti. La direttiva sulle pratiche commerciali sleali deve essere rafforzata, seguendo l’esempio positivo della legge spagnola sulla catena alimentare…. Garantire un reddito dignitoso (equo e stabile) ai produttori alimentari e a tutti i lavoratori dei settori alimentare e agroalimentare. … Abbiamo bisogno di un budget sufficiente e di una distribuzione equa degli aiuti della PAC per facilitare una giusta transizione verso l’agroecologia e le pratiche sostenibili! Una riduzione degli oneri amministrativi! Siamo agricoltori, non burocrati. Abbiamo bisogno di procedure amministrative semplici e di persone che rispondano alle nostre domande e ci aiutino nel processo, non di algoritmi.” Tutti temi contenuti nella piattaforma rivendicativa definita qualche mese fa da ECVC.

Chi c’è nei campi

Una utile premessa: il capitale produce profitto, il lavoro produce valore. Il lavoro produce reddito (sotto forma di salario o di qualunque altro tipo di remunerazione), il capitale espropria una parte del valore prodotto dal lavoro. Quindi l’imprenditore agricolo investe capitali in attività agricole per ottenere un profitto, il contadino investe il suo lavoro in attività agricole per ottenere un reddito. L’agricoltura è plurima, in Europa come in Italia: da una parte un’agricoltura a forte capitalizzazione e dall’altra un’agricoltura intensiva in lavoro e con scarsa capitalizzazione. In mezzo sfumature dell’una o dell’altra.
Ricordo come utile riferimento, quello che scrive l’ISTAT a commento dei dati del censimento 2020. “Aziende agricole di maggiori dimensioni più colpite dalla crisi pandemica. La dimensione aziendale ha rappresentato un fattore discriminante per la resilienza delle aziende agricole. Considerando la dimensione in termini di manodopera, la percentuale di aziende con almeno 10 ULA (Unità di Lavoro per Anno) che hanno dichiarato effetti dalla pandemia è stata del 58,8%, cinque volte più alta rispetto a quella rilevata per le aziende più piccole, fino a 1 ULA (11,6%)…”.  Certo le piccole aziende resistono meglio alle emergenze impreviste, ma queste debbono confrontarsi con un sistema concorrenziale che le penalizzano pesantemente, aumentando il carico di autosfruttamento di chi ci lavora.

La riduzione delle piccole aziende negli ultimi 38 anni è stata drammatica ma le 900.000 che restano sono ancora circa l’80% del totale delle aziende. Queste sopravvivono e resistono riorganizzando la produzione (diversificazione degli assetti produttivi) ed il legame con la società (costruzione di forme alternative di commercio dei beni alimentari) in modo da aumentare la propria autonomia. Elementi di questa costruzione sono: “lavorare con la natura e non contro di lei”, centralità del lavoro e scarsa capitalizzazione, gestione dinamica della biodiversità coltivata e sistemi sementieri contadini (case delle sementi e nuovi quadri normativi), resistenza e adattamento ai cambiamenti climatici, dignità del lavoro. La svolta ecologica dell’agricoltura italiana passa necessariamente attraverso l’azione delle aziende contadine che – resistendo alla concorrenza “sleale” delle politiche pubbliche e delle grandi aziende e di chi le rappresenta – hanno strutturalmente gli elementi per una svolta radicale verso la sostenibilità agroecologica.

Nel 2020, il 93,5% delle aziende agricole è gestito nella forma di azienda individuale o familiare. Tale quota è in leggera diminuzione rispetto al 2010 (96,1%) mentre nel decennio aumenta l’incidenza relativa delle società di persone (da 2,9% a 4,8%), delle società di capitali (da 0,5% a 1%) e in misura lieve anche delle “altre” forme giuridiche (da 0,1% a 0,2%). Le aziende individuali o familiari, pur continuando a rappresentare il profilo giuridico ampiamente più diffuso nell’agricoltura italiana, sono le uniche in chiara flessione rispetto al 2010 mentre crescono tutte le altre forme giuridiche. L’agricoltura italiana si finanziarizza lentamente ma con continuità.
La dimensione fisica aziendale è una gravissima limitazione. Infatti, a fronte della diminuzione generale del 30% di aziende agricole riscontrato tra il 2010 e il 2020, la tendenza alla riduzione decresce al crescere della classe di SAU (Superficie Agricola Utilizzata), passando dal -51,2% per le aziende agricole con meno di un ettaro al -3,4% per le aziende con superficie tra 20 e 30 ettari. Aumentano, invece, le aziende agricole con almeno 30 ettari di SAU, in particolare quelle più grandi (almeno 100 ettari, +17,7%). In sintesi: le aziende che fatturano meno di 15.000 € all’ anno occupano un terzo degli addetti, realizzano il 10% della produzione (cioè tra 5 e 7 miliardi di €) ma pagano il 23% dei contributi sociali a carico di conduttore e familiari.
Le grandi aziende che occupano più di 10 ULA sono solo circa 3.500 (3.473 per l’ISTAT) (pari allo 0,3% del totale delle aziende italiane), occupano solo il 2,7% degli addetti e producono il 5,4% della produzione, mentre le aziende fino a 10 ULA producono il restante 94,6%;  il 25,5% della produzione nazionale –  cioè un valore di circa  15 miliardi di € – è prodotto dalle aziende con meno di 1 ULA (912.938 per l’ISTAT), cioè  le cosiddette  “aziende che difficilmente possono essere classificate come imprese”(ISTAT, 2020) , che, in realtà, non sono di sussistenza e autoconsumo ma lavorano essenzialmente per il mercato locale e danno anche da lavorare.
Anche i numeri della manodopera familiare sono diminuiti tra il 2010 ed il 2020 ma aumenta significativamente il tempo di lavoro dedicato: il numero di giornate di lavoro standard pro-capite è passato da 69 nel 2010 a 100 nel 2020. Aumenta l’intensità di lavoro di chi lavora nell’agricoltura contadina.

Le aziende agricole di piccola dimensione economica (entro i 15.000 euro di fatturato) pur subendo la crisi generale che ha ridotto all’osso il reddito del lavoro del conduttore/trice, hanno saputo e sanno ammortizzare meglio ed in modo più duraturo la volatilità del mercato e dell’economia rispetto alle società agricole e alle aziende di grande o grandissima dimensione, come hanno ben dimostrato nel periodo in cui la crisi COVID è stata più grave. Secondo i dati di EUROSTAT – anche se vecchi – le aziende agricole italiane con un valore della produzione inferiore ai 25.000€ occupavano, in Italia oltre 726.000 ULA. Solo per un confronto, le aziende con un valore della produzione superiore ai 500.000€ sono poco più di 10.000 in Italia su un totale di 1.145.000 aziende (EUROSTAT) ed occupano poco più di 60.000 ULA. Le aziende di piccola dimensione – grazie al modello produttivo ed economico che le contraddistingue – producono proporzionalmente maggior valore aggiunto e, quindi, offrono un baluardo all’erosione delle forze di lavoro in agricoltura e nei territori rurali malgrado l’assenza di appropriate e specifiche politiche si sostegno.

In questo quadro un elemento fondamentale di distorsione dei rapporti di forza economica, prima che sociale, è rappresentato dalla ingiusta ripartizione del sostegno pubblico all’agricoltura, in particolare quello garantito dalle risorse della PAC. In Italia (dati dell’anno finanziario 2021)1:

  1. Le aziende che ricevono fino a 5.000 € sono l’83% e ricevono il 23% dei finanziamenti. Il 17% delle aziende ricevono 77% dei fondi
  2. Le aziende che ricevono tra 250.000€ e oltre 500.000€, ricevono 14% dei fondi e sono lo 0,03% delle aziende
  3. Le aziende che ricevono oltre 500.000€, ricevono 12,25% dei fondi e sono lo 0,01 % di tutte le aziend eche ricevono fondi della pac –pagamenti diretti
  4. Le aziende che ricevono pagamenti fino a 5.000€, ricevono un versamento media per azienda di 1.326€
  5. Le aziende che ricevono oltre 250.000€, ricevono un versamento medio per azienda di 1.967.411€

Non abbiamo dati recenti sul peso che il sostegno europeo ha sul reddito aziendale in Italia, ma – come esempio – possiamo citare la Francia, primo paese agricolo dell’UE  “…109%. Questa è la percentuale del reddito corrente al lordo delle imposte rappresentato dagli aiuti diretti per le aziende agricole di oltre 200 ettari, rispetto al 64% per quelle di dimensioni comprese tra 30 e 60 ettari…”. Almeno fare chiarezza sulle “follie della PAC” come dice la Coldiretti. L’Italia nel corso degli anni si è sempre rifiutata di mettere un tetto massimo ai contributi assegnate alle singole aziende. L’attuale applicazione della PAC (il cosiddetto PSN – Piano Strategico Nazionale) ha – di fatto – annullato le poche disposizioni che potevano essere a sostegno dell’agricoltura contadina e di qualche iniziativa di transizione ecologica, tanto da essere richiamata dalla Commissione su questi punti in un lungo documento di più di 40 pagine che criticava la prima proposta di PSN presentata dall’Italia.

Ricordiamo che oggi, nel nostro quotidiano, il lavoro dei campi (come si diceva una volta) occupa ancora più di tre milioni di persone che vivono nel nostro paese. Donne e uomini che investono il proprio lavoro per produrre il reddito che dà loro da vivere; così facendo riempiono i nostri e gli altrui piatti di “cibo”. Certo, c’è anche una parte di “imprenditori agricoli” che investono il loro capitale in agricoltura per ottenerne profitto, ma questi non vanno confusi con chi investe solo il proprio lavoro e quello dei propri familiari.

Torniamo alle mobilitazioni dei trattori. Sotto la pressione della crisi dell’agricoltura industriale che ha bisogno di continui interventi di supporto finanziario, e con l’accresciuta attenzione alla qualità degli alimenti, anche il mercato usa il termine “contadino” per accreditare un’immagine positiva dei prodotti agricoli.  Così come sta facendo molta comunicazione, magari in buona fede, chi continua a parlare di “mobilitazione dei contadini”. Ma le mobilitazioni dei contadini – e ce ne sono in tutto il paese – sono puntuali, durature (si veda la resistenza al consumo di suolo agricolo o la lotta contro gli OGM o le recenti iniziative per combattere la peste suina o ancora le iniziative prese nei confronti dei prefetti per tenere aperti i mercati contadini – quelli veri – anche durante il covid). In ogni regione ci sono piccoli gruppi locali di contadini – cioè coltivatori diretti, come descritti dal Codice civile – che si organizzano. Certo con estrema difficoltà, non incontrando sostegno o dialogo con controparti politiche disposte ad accettare proposte per una svolta radicale di politica agricola, una politica agricola basata sul lavoro, sull’accesso alla terra, sulla gestione dei mercati. In definitiva su aziende capaci di sviluppare un’autonomia crescente dalle forze di mercato e dalle rappresentanze agricole che le vengono imposte.

Accedere al cibo non ha niente di scontato nel nostro Paese. Un tema questo presente in modo capovolto nelle rivendicazioni dei molti comitati di “agricoltori” che si vanno formando, come se mancasse il cibo mentre mancano i soldi per comprarlo. L’insistenza quasi ossessiva sul rifiuto del “4% di terreni a riposo” motivato dalla necessità di “produrre di più per garantire la sicurezza alimentare del paese” rasenta il ridicolo. L’obbligo di destinare ogni anno il 4% della Sau aziendale all’incolto riguarda solo le aziende seminative e solo chi vuole accedere al pagamento di base. “La norma specifica poi che il 4% può essere raggiunto anche mediante il mantenimento di elementi caratteristici del paesaggio. Valgono quindi stagni, boschetti, fasce alberate, siepi, muretti a secco, fossati, canali artificiali, margini dei campi e simili. Ma anche i terreni a riposo, le fasce tampone lungo i corsi d’acqua, (previste dalla BCAA 4) e le fasce inerbite su terreni in pendenza (BCAA 5)…” (vedi PSN). Detto diversamente: per ottemperare a questa misura – che è una sana misura di buone pratiche agronomiche, basta che sommi quello che di norma non coltivi e sei a posto.

Il cibo

È facile constatare come l’alimentazione stia assumendo sempre più alcune caratteristiche di un “bene di lusso”. Nella realtà, quello che sta succedendo è che – in mancanza di una ripresa effettiva dell’economia e quindi della capacità di spesa della parte della popolazione che più soffre dell’impatto della crisi prolungata – c’è un continuo spostamento nel mercato dell’alimentazione verso una concorrenza basata sulla riduzione dei prezzi (offerte d’acquisto tutte basate su forti sconti o sulla riduzione dei contenuti  delle confezioni mantenendo invariato il prezzo) e quindi sulla riduzione della qualità degli alimenti. Il cibo di qualità resta appannaggio quasi esclusivo delle classi alte della società mentre il mercato degli alimenti riceve continue spinte ad una sua sempre più ampia segmentazione basata – appunto – sull’immaginario, in particolar modo sostituendo le qualità intrinseche di materie prime alimentari prodotte in modo agroecologico con qualità dichiarate “salutistiche” o “senza “qualcosa o “del contadino”. Un immaginario interamente dominato dal potere di mercato.

Da quello che si trova sui social queste tematiche non stanno emergendo in questi giorni. Senza vanteria, solo ARI (Associazione Rurale Italiana, la mia organizzazione contadina) fa un riferimento continuo alla necessità di garantire l’accesso al cibo di qualità anche alle fasce più povere della popolazione.

In conclusione

Quello che si muove sulle autostrade, con i trattori, è un insieme di “operatori” dell’agricoltura con interessi spesso contrapposti, che pagano il prezzo di politiche pubbliche che alcuni hanno fortemente voluto attraverso le loro rappresentanze molto presenti nei corridoi di Bruxelles e dei Ministeri, altri hanno pesantemente subito, spesso senza nessuna possibilità di far sentire la propria voce in autonomia. Soldi che puntellano l’agricoltura industriale che va in crisi ad ogni evento imprevisto e provoca danni al paese.

Elementi di prova del funzionamento – economicamente, oltre che socialmente ed ecologicamente insostenibile – dell’agricoltura industriale ce li offrono i dati pubblicati nel 2017 da EUROSTAT – gli aggiornamenti rispettano le stesse proporzioni.
Più le aziende agricole sono industrializzate, con forte capitalizzazione, più dipendono dalle forniture degli input industriali. Questi per la UE (a 28) pesano per il 60,2% del valore totale della produzione agricola, per la Francia il 63,6 %, per la Germania il 73,5 %, per l’Italia il 43,2 %, per la Spagna il 45,5 %, per il Regno Unito il 65,2 %, per i Paesi Bassi il 61,8 %.  Detto diversamente per 100 euro di grano prodotto in Germania, 75€ servono per pagare le industrie che hanno fornito gli input per la produzione. Confrontiamo questi dati con il valore dell’aiuto pubblico fornito alle aziende agricole. I contributi alla produzione del settore agricolo vengono sia dalle amministrazioni pubbliche nazionali che dalla Ue.  Considerando gli importi assoluti, la Francia è al primo posto, seguita dalla Germania e dalla Spagna; segue l’Italia.  Tali contributi rappresentano quasi il 50% del valore aggiunto del settore in Germania, il 40,4% nel Regno Unito, il 32,4% in Francia e solo il 16% in Italia.  Cioè, per un’azienda agricola tedesca, la metà del compenso per i fattori produttivi, cioè il reddito dell’agricoltore, è pagato da fondi pubblici. Se venisse meno questo fondamentale apporto di denaro pubblico, questo modello di aziende crollerebbe e non si accontenterebbero di scendere in strada con il trattore.
Allo stesso tempo l’agricoltura che va in una direzione diversa da quella industriale non viene intercettata né dalle risorse pubbliche né dalla comunicazione – e tanto meno dalle leggi (vedi il blocco al Parlamento sulla legge per l’agricoltura contadina) – ed emerge solo come caso individuale di riuscita di neo-rurali giovani che provengono da altri sistemi sociali. Viene così cancellato il valore della storia corale, dell’azione e della condizione collettiva.

L’agricoltura contadina, con la sua propria struttura e la difesa di un suo autonomo spazio economico, sociale e culturale deve affrontare la finanza pubblica e privata, le difficoltà legate all’accesso alla terra, all’accesso al mercato, all’organizzazione del lavoro, alla tecnologia e alla continua evoluzione dell’agroalimentare nazionale. L’agricoltura contadina rafforza l’economia locale dove – per noi – “locale” può significare cose diverse in contesti diversi. A volte si riferisce alla gamma di attività quotidiane, in altre si riferisce all’economia nazionale, in contrasto con l’internazionale, spesso significa l’economia regionale con collegamenti urbano-rurali. “Locale” non è semplicemente un concetto geografico, ma è un concetto che combina le dimensioni geografiche, economiche, sociali e culturali in una matrice complessa, matrice che è alla base dell’innovazione necessaria all’interno delle aziende contadine.

Alla domanda “i contadini oggi sono mobilitati” la risposta è sì, lo erano anche prima dei trattori nelle autostrade ma hanno rivendicazioni diverse da quelle delle grandi aziende e dei contoterzisti (che ormai lavorano più di 1,2 milioni di ettari di terra in affidamento completo) che sfilano con i loro trattori fiammanti. La democratizzazione della rappresentanza è irrinunciabile per dar voce alle diverse agricolture presenti nel nostro paese. Sarà difficile se nelle strade di Bruxelles dove il coordinamento europeo Via campesina (ECVC) è presente con una sua delegazione, la Coldiretti ha imposto con forza  che il suo gigantesco striscione fosse posto proprio davanti alla postazione occupata dai compagni/e di ECVC.

Antonio Onorati

  1. Cfr. Commissione Europea. Agriculture and rural development, INDICATIVE FIGURES ON THE DISTRIBUTION OF AID, BY SIZE-CLASS OF AID, RECEIVED IN THE CONTEXT OF DIRECT AID PAID TO THE PRODUCERS ACCORDING TO REGULATION (EU) NO 1307/2013 (FINANCIAL YEAR 2021) – EU COMMISSION[]
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1 Commento. Nuovo commento

  • Carlo D'Ascenzi
    09/02/2024 8:36

    Complimenti per l’analisi, ma anche per l’amore che emerge per i contadini. Grazie di cuore.

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