intersezioni femministe

Agnès Varda: A joyful feminist

Presentiamo oggi un articolo sul cinema di Agnès Varda, tratto dalla newsletter femminista “L’imprevista n. 3: I nutrimenti dell’anima”. Invitando a una “Magnifica Mulieritas”, buona lettura.

Le curatrici 

A joyful feminist. Agnès Varda e il bisogno di utopia
di Sara Gandini

Quanto mi piace il suo «I’m a joyful feminist»!
Agnès Varda è una femminista gioiosa e aperta al mondo. Nelle sue opere c’è sì rabbia, verso discriminazioni e ingiustizie, ma anche la felicità di vedere che il femminismo è vivo ed è pratica dello sguardo. Il suo era un femminismo ironico, sagace, e felice perché libero di giocare e di inventare forme dell’arte sfuggendo alle categorie perché sempre in ricerca. Nessuna traccia di quel femminismo accademico, didascalico o censore che spesso troviamo sui media mainstream. È un femminismo che non parla delle donne, ma racconta a partire dallo sguardo delle donne, perché Varda sa che essere donne conta: «La questione è che lo sguardo delle donne è diverso. Non migliore, non più puro. Diverso. E proprio per questo necessario.»
Per entrare nel mondo magico di Varda la mostra a lei dedicata: Viva Varda! Il cinema è donna, ospitata dalla Cineteca di Bologna, è perfetta. È una mostra, aperta fino a Gennaio 2027, in cui si entra come se fosse un cinema: buio e luci, lotta e gioia. È un percorso che ci invita a seguirla nel suo lungo viaggio e a vedere con lei come il mondo cambia se si cambia posizione, se si modifica lo sguardo. Varda mostra che guardare non è un atto neutro, ma una presa di responsabilità. Perché, come suggerisce Varda, non si tratta di emancipare le donne ma di emancipare lo sguardo.
Come accade in Cléo dalle 5 alle 7, il film che racconta come la protagonista procede progressivamente a cambiare postura per non essere più oggetto ma a riconoscersi e percepirsi come soggetto. Lo fa attraverso un intreccio di sguardi, riflessi e giochi di specchi, grazie al quale si avvia un percorso di presa di coscienza di sé e dell’immagine che viene rimandata dallo sguardo maschile.
In un’epoca in cui le nostre vite sono invase per ore, dai social ai cellulari, da immagini spesso svuotate di senso, spesso artificiali, Varda ci ricorda che guardare è un gesto politico: è necessario svelare chi sta dietro le immagini, chi le ha costruite, chi ce le sta proponendo e perché. Varda sa mostrare che ogni inquadratura è un racconto che implica una scelta.
«I personaggi che preferisco rappresentare sono i solitari, ribelli e marginali… che camminano: realmente (nelle campagne) o mentalmente (nella loro angoscia)» racconta Varda. Così, in Senza tetto né legge, Leone d’oro a Venezia, la giovane donna protagonista del film rifiuta ogni integrazione, ogni regola rassicurante, in una società che non è preparata alla libertà femminile e vuole solo omologazione. Varda non giudica ma racconta con una curiosità infinita aperta all’umanità. E qui si vede come l’arte diventi una chiara esigenza dell’anima: un bisogno radicale di libertà, di rispetto e di ascolto dell’alterità.

Come le sue protagoniste, anche Varda non si lascia contenere, definire. Fotografa, cineasta, installatrice, è una artista a tutto tondo che attraversa linguaggi diversi continuando a sperimentare tutta la vita. Fino all’ultimo film, quando a quasi 90 anni viaggia per il documentario Visages Villages (2017) sul furgone-laboratorio fotografico con l’artista JR, che ha 50 anni in meno, a raccontare i visi della Francia rurale.
Giocando e sperimentando strade sempre nuove, diventa la prima regista donna a ricevere l’Oscar alla carriera e una figura unica del cinema mondiale, premiata nei grandi festival internazionali da Cannes a Venezia, da Berlino a Locarno.

Concludo con le sue parole in occasione della Biennale d’arte contemporanea di Venezia del 2003, quando Agnès Varda partecipa con Patatutopia. Un’installazione video-sonora «omaggio alle patate abbandonate, raggrinzite e germogliate di nuovo». «Mi auguro che coloro che entrano in questa installazione siano pieni di emozioni e di sorrisi di fronte al più banale e modesto vegetale, alla patata, e condividano la mia utopia nel credere che la bellezza del mondo si riassuma in quella delle vecchie patate e che queste ci aiutino a vivere e a riconciliarci con il caos».

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