articoli

A proposito del bel film di Segre su Berlinguer

di Leopoldo
Tartaglia

Fin da quando – nell’estate scorsa – ho letto che era in uscita un film di Andrea Segre su Berlinguer mi sono chiesto, con sincera curiosità, cosa un regista come Andrea, che non aveva vissuto quegli anni, cercasse e volesse dire di quel dirigente politico e di quella stagione politica.
In chi, come me, è in qualche modo “reduce” di quegli anni c’è sempre l’ansia di andare a trovare qualche cosa della propria “storia” collettiva.
Un’attesa aumentata, se possibile, dall’ipotetica “vicinanza” con le vicende e i protagonisti di allora e di oggi (regista, sceneggiatore, diversi degli attori).

Sono nato e cresciuto, anche politicamente, a Padova. Non sono mai stato del Pci, sempre “gruppettaro”, nel Manifesto, Pdup e fin dalla sua fondazione, nel fatidico ’77, in Democrazia Proletaria, quando appunto divenne “partito” da lista ed aggregazione elettorale che era stata nel 1975 e ’76.
A Padova si è svolta la tragedia finale della vita di Berlinguer e ho avuto la sorte di accompagnare l’allora deputato di Dp, Franco Calamida, all’indomani del malore e dell’ictus del segretario del PCI, all’ospedale civile dove abbiamo potuto incontrare il dottor Lenci per portare la solidarietà del nostro partito e conoscere le condizioni di salute di Berlinguer.
E a Padova, alla fine degli anni ’90, ho conosciuto Andrea Segre, quando insieme ad Andrea Pennacchi animavano un festival estivo di cinema e teatro, Itaca.
Anche il co-sceneggiatore Marco Pettenello mi è in qualche modo “familiare” per la lunga conoscenza e comune militanza del padre Roberto, dirigente della Cgil scuola patavina, regionale e nazionale e poi della Cgil nazionale, e tra gli animatori della sinistra sindacale dell’allora “terza componente”.

Devo confessare che – uscito dalla visione del film – il mio sentimento principale è stato di “delusione”.
Sia chiaro, il film è bellissimo. La “formazione” documentaristica di Andrea, l’enorme lavoro di studio e ricerca che ha preceduto la scrittura e realizzazione del film, la bravura ed empatia degli attori con i personaggi interpretati, l’interpretazione magistrale di Elio Germano nei panni di Enrico Berlinguer, la capacità di mixare fiction e documentazione d’archivio e, soprattutto, di inserire la vicenda personale – e la delicatezza e tenerezza della vita familiare – nel contesto di una vicenda corale e collettiva ne fanno un film “storico” di grande impatto, grande comunicatività, di “facile” e coerente lettura, non particolarmente agiografico o didascalico.
Soprattutto, mi è parso una restituzione puntuale e corretta della vicenda politica di quegli anni, così cruciali, sui quali c’è stata e c’è una enorme rimozione. Una scelta quindi altrettanto coraggiosa.

In un commento che riprendeva il titolo di un film di un altro grande e compianto regista padovano, Carlo Mazzacurati, ho letto che Andrea, Marco, Elio Germano e buona parte degli altri attori, per ragioni anagrafiche, hanno tutti la “giusta distanza” da quegli avvenimenti per poter realizzare un film asciutto e rigoroso come questo.
Perché allora la “delusione”?

Non voglio attribuire agli autori “tesi” che probabilmente non gli appartengono, ma la scelta di delimitare la biografia di Berlinguer al periodo del “compromesso storico” e dell’“unità nazionale” mi va stretta, perché, pur non essendo mai stato del PCI e avendo in particolare contestato proprio le scelte di quel periodo, mi sembra fortemente riduttiva del significato e del portato di quella storia. Allo stesso tempo, non potendo e non volendo “rivendicare” il “secondo” Berlinguer – emblematico il comizio ai cancelli della Fiat nel 1980 – mi sembra che consapevolmente o meno questa scelta – certamente, ripeto, coraggiosa – risponda direttamente o indirettamente alla mia curiosità.
Cosa cercavano, dunque, Segre e Pettenello, in quella figura e in quella vicenda storica?
Da un lato, certamente, il senso di una politica alta, di una militanza che era impegno, coerenza, dedizione (anche sacrificando gli affetti più cari) e capacità di sentirsi parte di “un popolo”, di sentire fino in fondo, sulla propria pelle, la responsabilità e il dovere di rappresentarlo.
Ma dall’altro, mi sembra che il film colga – cerchi forse – con precisione quasi chirurgica l’obiettivo e il nodo politico: portare il PCI al governo anche a costo di compromessi non sempre “storici” e non sempre all’altezza dei rapporti di forza, certamente – anche se questo rimane un po’ sullo sfondo – non delle aspettative delle “masse”, non solo giovanili.
E l’impresa, “l’ambizione”, “il sogno” consisteva nel farlo nonostante un quadro internazionale in cui la collocazione dell’Italia era definita e chi comandava i due blocchi contrapposti, gli Stati Uniti e l’Unione sovietica, non accettavano – per quanto per opposti motivi – la politica del PCI e il suo ingresso al governo. Tanto che il film – e il periodo storico – si apre con il golpe in Cile e l’attentato “fraterno” a Berlinguer a Sofia e si chiude con l’assassinio di Moro, ad opera delle Brigate Rosse, ma dove pesano ruoli e trame di servizi segreti di vari paesi.

Insomma, voluto o no che sia, io ho letto così, se non la trama, il filo conduttore del film: non c’era alternativa alla politica del PCI del compromesso storico e, anzi, le forze internazionali contrapposte hanno avuto la meglio nel bloccare anche quel tentativo che, almeno nelle intenzioni di Berlinguer (mi pare ben tratteggiata la figura e la posizione, quantomeno ambigua, di Moro) sarebbe dovuto essere il primo passo di una evoluzione del paese verso una “democrazia progressiva” e verso un socialismo democratico di natura nazionale.
Per inciso, la “tesi” della ineluttabilità di un certo percorso politico in Italia l’ho ritrovata – o mi è parso di ritrovarla – anche in persone-compagni “insospettabili” in commenti sui mai sufficientemente apprezzati e diffusi volumi di ricostruzione dello stragismo fascista nel nostro paese: Usa e Nato, o settori dei loro apparati, e settori deviati dello Stato hanno usato tutti i mezzi per fermare l’avanzata dei movimenti sociali e la crescita politico-elettorale del PCI e una sua piena affermazione, un eventuale governo delle sinistre. Ci sarebbe stata in quel caso una soluzione alla greca o alla cilena.
Nessuna sottovalutazione, ovviamente, di questo scenario, del resto tragicamente evidente nella strategia della tensione, nelle stragi, nei tentativi di golpe, nei depistaggi, nella P2, negli intrecci mafia-politica, in tutte le torbide vicende di cui abbiamo (sempre avuto) la certezza politica, ma di cui spesso non abbiamo ancora la verità giudiziaria.

Forse, allora, la delusione sta nel vedere quanto noi che contestavamo quella linea eravamo fuori dal quadro? Non avevamo capito niente, avevamo sbagliato tutto?
Probabilmente scopro l’acqua calda dicendo che certamente la “nuova sinistra” o la “sinistra rivoluzionaria” o “i gruppi” non avevano, non avevamo, una strategia politica – cosa che certamente aveva il PCI, appunto. Ma è altrettanto vero che la spinta che veniva dalla società, dal movimento operaio, dagli studenti e dai giovani (che allora erano una fetta numericamente ben più consistente della società) – ben al di là del peso e del ruolo dei “gruppi” – mal si riconosceva nelle maglie dell’accordo con la Democrazia Cristiana, partito iper-atlantista, corrotto, implicato in diversi dei suoi leader nelle trame citate.
Anche la questione della “fermezza”, l’inossidabile adesione alla ragion di stato contro ogni ipotesi “trattativista” nel rapimento Moro, la sostanziale adesione alle leggi “di polizia”, la lettura prevalente dei movimenti, certamente spesso “violenti”, solo come “eversivi” e fiancheggiatori delle Br, il rifiuto del garantismo fanno parte di quelle posizioni politiche che hanno contribuito, per la loro parte, a mantenere lontane e “antagonistiche” le posizioni e le pratiche tra il PCI e la “nuova sinistra”, ma ancor di più con settori consistenti del proletariato giovanile, rifluiti poi nella violenza o nell’isolamento individualistico.

Il film non poteva certo dire tutto, ma forse una sua lacuna è la scomparsa di qualsiasi altra soggettività a sinistra, sia “l’estrema”, che il PSI, che, soprattutto nella fase del rapimento Moro, ha provato a giocare un ruolo, certo motivato anche da ragioni opportunistiche, ma che poteva forse essere utile per un’uscita diversa da quella tragedia personale e politica.
Infine, il film e la realtà di quel periodo e di quella politica, rimandano a domande, forse provocatorie, anche per l’oggi – tantopiù provocatorie, magari, perché fatte da chi non ha appartenuto a quella comunità e non ha “seguito il dibattito”: il Pd, con tutti i suoi travagli e quelli ancora maggiori delle vicende politiche che hanno portato alla sua nascita, è alla fine un approdo “coerente” di quella politica dell’incontro tra le grandi masse comuniste e quelle cattoliche?
Il “governismo” di cui è certamente afflitto – anche per le profonde involuzioni del sistema politico-elettorale – affonda le radici in quel “sogno” di portare il PCI al governo con i necessari compromessi? L’adesione, dopo Berlinguer, ovviamente, dei principali partiti della sinistra – nelle loro diverse versioni – alla cultura della globalizzazione neoliberista ha qualcosa a che fare con l’allora forzosa (?) accettazione del quadro internazionale dato?

Va certamente ringraziato Segre per il bel film e per averci dato una rinnovata occasione di dibattito.
Anche se forse non abbiamo ancora “la giusta distanza” (almeno io …).

Leopoldo Tartaglia

Articolo precedente
Si vota negli USA, la New Roma di Coppola
Articolo successivo
La grande ambizione di Berlinguer

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.