Tra luglio e agosto del 1935 si tenne a Mosca il VII Congresso dell’Internazionale Comunista, fondata nel 1919 e poi sciolta nel 1943. Questo appuntamento ha segnato la storia del movimento comunista tra le due guerre mondiali oltre che per essere stata l’ultima assise dell’organizzazione anche per avere sancito la politica dei “fronti popolari”.
Dal “fronte unico” alla “classe contro classe”
Benché non esplicitamente proclamata come tale fu a tutti gli effetti una svolta rispetto alla politica che si era andata consolidando tra il 1927 e il 1929. In quell’arco di tempo si era imposta una svolta a sinistra del Comintern che aveva progressivamente archiviato la strategia del “fronte unico” con la quale si era cercato di indicare ai partiti comunisti, da poco costituiti, la strada della politica di massa.
Il “fronte unico” presupponeva la ricerca della collaborazione tra i partiti che avevano la loro base sociale nella classe operaia e che si erano divisi dopo la guerra mondiale e per aver assunto un diverso atteggiamento nei confronti della rivoluzione russa dell’ottobre del 1917. Una possibilità di convergenza che non escludeva momenti di contrapposizione e la persistente polemica politica ed ideologica ma che comunque consentiva momenti di intesa, almeno tattica, a sinistra.
Il Comintern, e di conseguenza anche i singoli partiti comunisti, ridusse la portata delle possibili iniziative di “fronte unico” limitandola a tentativi di strappare la base dei partiti socialdemocratici ai loro vertici denunciati come traditori.
Dal 1929 lo slittamento politico si consolida attorno ad una serie di concetti e parole d’ordine che si collegano tra loro in modo sempre più stretto. Il VI congresso, che si tiene nel 1928, elabora un’analisi che è quella della fine della stabilizzazione capitalistica. Si parla pertanto di un “terzo periodo” dopo quello dell’offensiva rivoluzionaria seguito immediatamente alla guerra che, dopo una serie di sconfitte, aveva portato ad allontanare nel tempo la prospettiva della fine del capitalismo. Fase di “stabilizzazione” dunque, di cui nella seconda metà degli anni ’20 si cominciavano ad intravedere elementi di crescente difficoltà. La prospettiva comunista restava sempre ottimista in quanto, secondo la formula leniniana, si era entrati ormai nell’epoca delle guerre e delle rivoluzioni, in cui il capitalismo, raggiunta la fase imperialistica, non sembrava più avere di fronte a sé un luminoso futuro.
La svolta del Comintern si intrecciava con l’apertura di un nuovo conflitto interno al partito sovietico. Definitivamente sconfitte, nel 1927, le opposizioni unite di Trotsky e di Zinoviev, lo scontro, rimasto sotterraneo al VI congresso del, contrapponeva ora Stalin a Bucharin. La prevalenza del primo divenne rapidamente evidente e produsse l’avvio della politica di industrializzazione accelerata e di collettivizzazione dell’agricoltura, che venne realizzata attraverso il ricorso ad una violenza brutale quanto indiscriminata.
Con l’affermazione di Stalin alcune delle sue tesi diventano concetti condivisi nel movimento comunista e orientano in modo sempre più vincolante le politiche comuniste. La prima tesi consiste nel considerare socialdemocrazia e fascismo come “gemelli” e la seconda nell’individuare nelle componenti di sinistra della socialdemocrazia il “nemico principale”.
La previsione dell’avvento di un “terzo periodo” nel quale si riaprono prospettive rivoluzionarie verranno confermate dalla crisi aperta dal crollo di Wall Street del 1929, benché le formule generiche utilizzate al VI Congresso non si configurassero come una previsione puntuale della successiva crisi economica.
La ricostruzione storiografica ha elaborato diverse interpretazioni della svolta a sinistra. Per gli storici anticomunisti che analizzano il Comintern e i partiti comunisti come una semplice proiezione della politica sovietica, la svolta a sinistra era il puro prodotto della vittoria di Stalin e della rottura con Bucharin che sosteneva una uscita molto più graduale dalla politica economica adottata sotto la direzione di Lenin.
In realtà vanno considerati anche altri fattori, tra i quali lo spostamento a destra della socialdemocrazia e l’emergere del timore dell’avvicinarsi di una possibile nuovo grande conflitto che avrebbe coinvolto un’Unione Sovietica ancora indebolita dalla lunga guerra civile.
Alcuni partiti comunisti diventano essi stessi promotori di una politica settaria. In particolare è il caso del partito tedesco, che era allora il maggior partito comunista in Europa e che aveva sempre avuto una forte componente estremista, che individuò nella socialdemocrazia il nemico principale anche quando ormai si stava delineando l’ascesa del nazismo. Un giudizio che veniva alimentato da una corrispondente politica anticomunista della SPD. Il primo maggio del 1929 il ministro socialdemocratico dell’interno in Prussia, Zorgiebel, vietava la manifestazione comunista e, di fronte al rifiuto della KPD di rispettare il divieto, ordinava alla polizia il ricorso alle armi da fuoco. Ci furono 32 morti e questa strage lasciò per molti anni un solco difficile da superare. In alcuni paesi settori socialdemocratici si adattavano al fascismo come in Polonia o in Italia, con i dirigenti riformisti del sindacato (non quelli politici) che vennero a patti col regime.
La socialdemocrazia come “socialfascismo”
Si cominciò ad utilizzare in modo ricorrente il termine di “socialfascismo” per indicare la socialdemocrazia che veniva indicata come il principale sostegno della borghesia e tutta la strategia di questi anni venne sintetizzata nella definizione di “classe contro classe”. La schematica polarizzazione della contrapposizione politica e sociale aveva come corollario che proprio i settori intermedi, come la sinistra socialdemocratica, venissero considerati i più pericolosi perché confondevano agli occhi degli operai la nettezza della contrapposizione di interessi.
Un progressivo ripensamento si realizza a partire dal 1932 ma occorrerà diverso tempo affinché si cominci a delineare una nuova strategia. Ancora in quell’anno, nella conferenza nazionale tenuta in ottobre, la KPD confermava di considerare la socialdemocrazia il “nemico principale”. Nonostante fossero oramai quotidiani, a partire dall’anno precedente, gli scontri di strada dei militanti comunisti con i reparti d’assalto della destra nazista. L’estremismo della KPD è fatto risalire, da storici come Milos Haiek, tra altre cause, al mutamento di composizione sociale che per effetto della crisi lo aveva trasformato in un partito di disoccupati. I licenziamenti avevano colpito soprattutto i militanti comunisti attivi nelle fabbriche.
Il 30 gennaio 1933, Hitler veniva nominato cancelliere del Reich. Ai primi del marzo successivo, l’Esecutivo del Comintern approvava un documento nel quale chiamava “tutti i partiti comunisti a compiere ancora almeno un tentativo per la creazione di un fronte unico di lotta con le masse socialdemocratiche tramite i partiti socialdemocratici”. Viene spezzato il principio che escludeva la possibilità di rivolgersi ai vertici socialdemocratici, sempre identificati come “traditori”.
Con l’incendio del Reichstag si scatena la repressione che nel giro di pochi mesi infligge colpissi durissimi al Partito Comunista. Il gruppo parlamentare socialdemocratico dopo aver votato contro i pieni poteri ad Hitler il 23 marzo, nel tentativo di evitare la messa fuori legge compì una serie di atti che Milos Hajek ha qualificato come una “capitolazione indegna”. In parlamento votò per la politica estera hitleriana, i dirigenti sindacali invitarono a manifestare con i nazisti il 1° maggio e il 19 giugno espulse dal partito i suoi membri di origine ebraica.
L’entità della sconfitta sofferta dai partiti operai in Germania, anche a causa della loro divisione, condusse a riflessioni autocritiche e ripensamenti che però si affermarono lentamente. Tra la fine del 1933 e l’inizio del 1934 nuovi eventi spinsero per un cambiamento di strategia politica che coinvolgeva i partiti comunisti e una parte della socialdemocrazia. Negli ultimi mesi dell’anno, in Germania, si svolse il processo che a Lipsia, vide sul banco degli imputati il comunista bulgaro Dimitrov (che a Berlino dirigeva un ufficio del Comintern) e i suoi presunti complici nell’incendio del Reichstag. Il processo ebbe una risonanza eccezionale ma per i nazisti fu uno smacco perché non riuscirono a dimostrare le loro accuse e il loro controllo del potere non era ancora così saldo da imporre alla magistratura una condanna sulla base di ragioni esclusivamente politiche.
A fine febbraio del 1934, Dimitrov venne consegnato dai nazisti all’Unione Sovietica che nel frattempo gli aveva riconosciuto la cittadinanza. Il leader comunista verrà posto a capo del Comintern, un ruolo che era rimasto scoperto dopo l’allontanamento di Bucharin, e svolgerà un ruolo importante nell’apertura di una nuova fase politica.
In Francia la destra viene fermata, in Austria cade “Vienna la rossa”
Nello stesso mese due eventi importanti segnano il clima politico in Europa. In Francia l’estrema destra tenta l’assalto al potere facendo convergere le proprie forze per una importante manifestazione a Parigi. Immediata è la reazione della sinistra (SFIO e Partito Comunista) che seppure all’ultimo momento riescono a convergere in uno sciopero generale e in un’unica manifestazione unitaria nella capitale. Il 12 febbraio sono decine di migliaia di persone ad animare la reazione antifascista imponendo a gruppi dirigenti ancora riluttanti una unità che avrà ulteriori e decisivi sviluppi.
La Francia diventò, come successivamente accadrà alla Spagna, il cuore di quella eccezionale esperienza politica rappresentata dai “fronti popolari”. Il 27 luglio del 1934, dopo oscillazioni che attraversarono sia la direzione del PCF che il Comintern, venne siglato un patto d’unità d’azione tra comunisti e socialisti che diventò in qualche modo un modello di ripresa della politica di “fronte unico” che i comunisti avevano abbandonato negli anni della “classe contro classe” e della lotta al “socialfascismo”.
L’elemento di vera novità era però dato dall’allargamento del fronte unico dai partiti operai a settori politici che rappresentavano strati sociali non operai. Venne percepito con sempre maggiore chiarezza che l’ascesa del fascismo si basava sulla conquista dell’adesione dei ceti medi che erano stati anch’essi colpiti dalla crisi economica scoppiata nel 1929. Per questa, secondo i comunisti occorreva allargare l’unità antifascista ad altre forze come erano i Francia i radicali, partito a direzione borghese, nel quale erano presenti sia settori progressisti (guidati dai cosiddetti “giovani turchi”) che elementi conservatori. Questi ostacolavano l’alleanza a sinistra e spingevano invece per mantenere rapporti privilegiati con la destra.
Nella nascita del fronte popolare in Francia si è spesso sottolineata la coincidenza con le esigenze della diplomazia sovietica che cercavano un’intesa nel contesto di una politica che individuava nella Germania nazista il maggiore pericolo di guerra. Certamente questo aspetto aveva una sua influenza ma sarebbe estremamente riduttivo considerarlo l’unico fattore o anche solo quello determinante in assoluto.
Mentre in Francia l’estrema destra veniva fermata, in Austria il movimento operaio subiva un’altra sconfitta drammatica, dopo quella tedesca. A metà febbraio cadde, dopo aver combattuto, “Vienna la rossa”, roccaforte della socialdemocrazia austriaca che aveva anche espresso una sua autonomia teorica (l’austromarxismo) che l’aveva collocata a sinistra della consorella tedesca. A combattere sulle barricate c’erano gli operai socialdemocratici come quelli comunisti.
Se la vicenda tedesca poteva essere attribuita alle responsabilità condivise di socialdemocratici e comunisti, troppo legalitari i primi, troppo settari i secondi, la sconfitta austriaca ricadeva interamente sulle spalle della socialdemocrazia, che aveva l’incontrastata egemonia sul movimento operaio e sulla sinistra austriaca. Il Partito comunista era rimasto un piccolo partito, anche se indubbiamente combattivo.
La preparazione del VII Congresso e il ruolo di Dimitrov
Nel maggio del 1934, nel contesto delineato da tutte queste vicende, iniziava il percorso che porta al VII congresso del Comintern, inizialmente previsto per la fine di quell’anno ma che, poi, slitterà all’estate del 1935. L’Esecutivo dell’Internazionale fissò il programma e stabilì i relatori che saranno il tedesco Pieck, Dimitrov, Togliatti e il sovietico Manuilskij. All’interno del Comintern si delineò un conflitto, non sempre esplicito, tra fautori dell’innovazione strategica e difensori della vecchia linea di sinistra. La scelta dei relatori era decisamente sbilanciata verso i primi.
Il 1° luglio, Dimitrov inviò una lettera alla commissione che doveva preparare i documenti da discutere ed approvare al Congresso e il giorno successivo intervenne alla riunione della commissione. Ha scritto in proposito Milos Hajek che Dimitrov “si spingeva più avanti della prassi del partito francese, e parlò apertamente del bisogno di rivedere la tattica”. Questa revisione riguardava “la tattica del fronte unico e l’applicazione della stessa tattica nei diversi paesi”. Lo storico cecoslovacco sintetizza così la posizione di Dimitrov: “nella lettera ai membri della commissione sollevava dubbi a proposito dell’uso del termine ‘socialfascismo’, della caratterizzazione della socialdemocrazia, sempre, come il maggior sostegno sociale della borghesia, di tutti i suoi capi come traditori coscienti della classe operaia e dei gruppi di sinistra come il pericolo maggiore”.
Questo atteggiamento, seppure in forma più prudente, venne espresso anche da Manuilskij a fine dicembre dichiarando: “abbiamo nei diversi paesi, tutta una serie di situazioni originali diverse. E a questo proposito, compagni, non possiamo porci di fronte alla soluzione dei compiti che ne derivano con queste formulazioni consacrate, elaborate da una serie di anni…”.
Contemporaneamente all’avvio della discussione, Dimitrov il 1° luglio del 1934 interpellava Stalin con una lettera nella quale sintetizzava i punti di quella che sarà la sua relazione al Congresso. Confermando quanto espresso nella commissione congressuale, il comunista bulgaro sintetizzava la sua ide di revisione della politica di “fronte unico” scrivendo: “necessità di modificare la nostra tattica di fronte unico in risposta alle condizioni modificate. Piuttosto che utilizzarla esclusivamente come una manovra per denunciare la socialdemocrazia senza tentare seriamente di forgiare una reale unità dei lavoratori, noi dobbiamo trasformarla in un effettivo fattore di sviluppo della lotta di massa contro l’offensiva del fascismo”.
Lo scetticismo di Stalin
Stalin si limitò a formulare dei brevi commenti a fianco del testo, per lo più tesi a ridurre la portata della svolta suggerita da Dimitrov. Se fosse corretto riferirsi “indiscriminatamente” alla socialdemocrazia come socialfascismo, Stalin sottolineava la parola “indiscriminatamente” e commentava: “alla dirigenza sì; ma non indiscriminatamente”. Se fosse corretto considerare i gruppi socialdemocratici di sinistra come “la maggiore minaccia in ogni condizione”, Stalin rispondeva: “nei maggiori paesi capitalisti – sì”. Se non si dovesse ecludere la possibilità di costruire il fronte unico dall’alto, coinvolgendo le direzioni dei partiti socialdemocratici, Stalin precisava: “tuttavia il fronte unico dal basso è il fondamentale”.
È stato discusso a lungo dalla storiografia se Stalin condividesse realmente la politica emersa dal VII Congresso che ampliava la concezione del “fronte unico” trasmutandola nei “fronti popolari”. Certamente non si sarebbe potuta realizzare senza il suo consenso, ma essa non compare mai nelle sue prese di posizione pubbliche. Per rintracciare un giudizio favorevole bisogna rifarsi ad una nota riservata inviata a Molotov. In larga parte le posizioni espresse da Dimitrov e che Stalin esaminava con qualche riserva verranno mantenute nel Congresso.
L’ampliamento del “fronte unico” al di fuori del rapporto tra i partiti operai si concretizzò nell’ottobre del 1934 quando, il leader del PCF in un discorso pubblico formulò la seguente proposta: “Lanciamo l’idea di un ampio schieramento (ndr: Thorez usa la parola rassemblement) popolare per il pane, la libertà e per la pace. Per sconfiggere il fascismo: creiamo a ogni costo un largo fronte popolare”. Con questa formulazione, i comunisti francesi aprivano all’alleanza con i radicali.
Il VII Congresso si riunisce a Mosca
Il VII Congresso si tenne a Mosca dal 25 luglio al 20 agosto del 1935. La relazione principale, svolta da Dimitrov, affrontava il tema: “L’offensiva del fascismo e i compiti dell’Internazionale comunista nella lotta per l’unità della classe operaia contro il fascismo”. Rispetto al passato venivano rimosse molte delle formulazioni settarie impiegate nel periodo della strategia della “classe contro classe”, anche se ci fu una certa oscillazione tra il sottolineare gli elementi di novità e i tentativi invece di sostenere che fondamentalmente si trattava solo di aggiustamenti tattici.
Il fascismo veniva individuato come la minaccia principale superando una certa sottovalutazione che si accompagnava anche all’uso indiscriminato del termine. “I comunisti vedevano sovente la dittatura fascista là dove non esisteva ancora”, hanno scritto gli storici Leibzon e Sirinja, i quali aggiungono che “il fascismo era il principale e maggiore pericolo, perché tentava di distruggere le forze del socialismo, della democrazia e del progresso, di perpetuare il dominio di aperto terrorismo della reazione imperialista, di far compiere a tutta la storia umana ‘un balzo indietro’”.
Al VII Congresso “fu rilevato che l’ideologia fascista si adattava in modo duttile ad ogni psicologia nazionale, ma che vi erano forme comuni a tutto il movimento fascista”. Nella risoluzione del Congresso si sottolineava che “la forma più pericolosa dell’ideologia fascista è lo sciovinismo”. Questo si traduce in una serie di slogan come “assicurare gli interessi della nazione e i suoi diritti”, “tutelare la purezza della razza”, calpestare e annientare i diritti degli altri popoli erano il perno dell’ideologia fascista.
Intrecciato al tema dell’azione politica contro il fascismo era quello della lotta contro la guerra, che venne affidato alla relazione di Togliatti (alias “M. Ercoli”). La sintesi della posizione assunta dal Congresso può essere ripresa dal libro che i già citati Leibzon e Sirinja vi hanno espressamente dedicato: “Il VII Congresso del Comintern affermò che i comunisti dovevano lottare con tutte le loro forze per contribuire allo sviluppo del movimento contro la guerra in tutti i suoi aspetti. Esso rilevò che l’ampiezza del fronte unico contro la guerra non corrispondeva ancora al rafforzamento dei preparativi di guerra ed all’acutizzarsi del pericolo di guerra. Ai partiti comunisti si poneva il compito di conquistare alla lotta per la pace tutti coloro che erano contro la guerra, la odiavano, erano pronti a lottare per la pace: gli operai socialdemocratici, le masse femminili pacifiste, la gioventù, le minoranze nazionali minacciate dalla guerra.
Il congresso criticò le posizioni settarie nell’azione contro la guerra. Ad esempio, i comunisti giapponesi, in nome di una cosiddetta direzione autonoma della lotta contro la guerra, avevano rifiutato il fronte unico con le organizzazioni di massa e limitavano la loro partecipazione al movimento contro la guerra al quadro del lavoro illegale. In altri paesi si verificarono casi in cui i comunisti ponevano alle organizzazioni della pace condizioni per collaborare con esse”.
Non è questa la sede per approfondire i molti temi che il VII congresso dell’Internazionale Comunista e tutto il lungo processo che portò alla sua preparazione, offrono sia in sede di riflessione storiografica che di attualità politica. Le analogie storiche sono sempre un’arma a doppio taglio. Se le si forza rischiano di portare a riproporre schemi e processi che in realtà non si ripresentano mai come tali. Ma la stessa lettura di queste brevi note avrà evidenziato come alcuni spunti di riflessione e di analisi non siano del tutto scollegati dai problemi che si pone oggi la sinistra a livello globale: l’ascesa di un’estrema destra sciovinista, il riproporsi della possibilità della guerra, la restrizione degli spazi democratici.
Un bilancio contrastato
Il bilancio della politica dei “fronti popolari” è naturalmente contrastato. Vi è chi sottolinea gli importanti momenti di avanzamento per le classi popolari e chi le sconfitte a partire dall’incapacità, di nuovo dopo il 1914, di impedire lo scoppio del conflitto mondiale. Si rileva l’effetto negativo che ebbe su questa strategia il terrore staliniano che si scatenò dalla primavera del 1937 e che colpì anche i quadri del Comintern.
In che misura quella politica fosse troppo difensiva o contenesse invece una capacità di spostamento dei rapporti di forza tra lavoro e capitale a favore del primo tale da costituire un utile punto di riferimento anche in momenti storici successivi è stato oggetto in più occasioni di dibattito. Come nel caso della discussione che su Critica Marxista negli anni sessanta coinvolse Sereni, Amendola, Basso, Magri e altri. Ma non è un caso che in Francia la recente coalizione delle sinistre sia stata battezzata “nuovo fronte popolare”, segno di una perdurante capacità di valore simbolico ed emotivo di quell’esperienza.
Non fu solo una strategia politica ma anche un modo di intendere un rapporto nuovo tra la classe operaia, le forze popolari e la propria quotidiana condizione di esistenza. “La vita è nostra” si intitolava il documentario del 1936, opera collettiva coordinata da Jean Renoir, che doveva diffondere il messaggio della politica frontista. Un messaggio che allora ebbe una indubbia forza di mobilitazione.
Franco Ferrari
Riferimenti bibliografici
Della vasta bibliografia segnalo solo alcuni testi:
Agosti, A. La Terza Internazionale. Storia documentaria, Volume terzo, tomo secondo, Editori riuniti, 1979.
Dallin, A. and Firsov, F. I. (eds), Dimitrov & Stalin 1934-1943. Letters from the soviet archives, Yale University Press, 2000.
De Felice, F., Fascismo, democrazia, fronte popolare. Il movimento comunista alla svolta del VII Congresso dell’Internazionale, De Donato, 1973.
Graham, H. and Preston, P. (eds), The Popular Front in Europe, St. Matin’s Press, 1987.
Hajek, M., Storia dell’Internazionale Comunista (1921-1935), Editori riuniti, 1975.
Lejbzon, V.M. e Sirinja, K.K, Il VII Congresso dell’Internazionale Comunista, Editori riuniti, 1975