Abbiamo partecipato alla giornata di mobilitazione “Sfratti zero” organizzata dall’Unione Inquilini, è stata l’occasione per rimettere al centro delle comuni rivendicazioni le problematiche dell’abitare.
La prima considerazione riguarda l’arretratezza del movimento per l’abitare in Italia legato alla esperienza delle occupazioni e alla difesa delle stesse. Tutto bene ma forse qualche esempio da altri paesi dovrebbe indurre a qualche riflessione e apertura, ad esempio l’impatto sulle città derivanti dall’esplosione dei B&B e degli affitti brevi, una visione critica dell’urbanistica, una idea della città, sono questioni dirimenti che mettono in relazione la casa ad altre rivendicazioni. Manca una visione di insieme che sappia coniugare la difesa delle occupazioni a una pratica sociale e urbanistica che permetta di intravedere anche una città alternativa a quella della speculazione.
Poi se chiedete quale rivendicazione spicciola portare noi non abbiamo dubbi di sorta nel chiedere la presenza di spazi verdi, di aree a uso sociale, affermare il principio che una casa popolare resti sfitta al massimo 99 giorni e al centesimo subito assegnata chiedendo all’inquilino di farsi carico di eventuali lavori non pagando per alcuni anni il canone. Dovrebbe esistere poi una proposta radicale che impone agli Enti locali di ristrutturare ogni anno una certa percentuale di case popolari e di costruirne di nuove con somme statali appositamente destinate a tale uso. Sono rivendicazioni spicciole che tuttavia necessitano di rapporti di forza che oggi non abbiamo
Il momento storico attuale vede spese folle sostenute per l’albergazione mentre il diritto all’abitare, al lavoro e alla dignità delle persone tarda a diventare centrale nelle politiche pubbliche. Le città sono divenute un terreno di conquista per la finanza immobiliare internazionale e per processi speculativi che a loro volta condizionano anche i piani regolatori e le norme urbanistiche.
Esiste un’emergenza strutturale che attraversa l’Europa, entra nelle case, spezza le famiglie, allontana i giovani dalle città in cui sono nati e costringe migliaia di lavoratrici e lavoratori a destinare una parte insostenibile del proprio reddito all’affitto o a cercare una residenza a una ora di distanza dai luoghi di lavoro nelle estreme periferie delle Province. È la crisi abitativa, una delle manifestazioni più evidenti delle disuguaglianze sociali del nostro tempo, chi non ha casa spesso e volentieri non riuscirà a trovare un lavoro e a mantenere unito un nucleo familiare. Le soluzioni prospettate da tanti enti locali non risolvono le problematiche dell’abitare, pensiamo agli studentati costruiti e affidati alla gestione privata, pensiamo al numero dei bisognosi di casa. Il Governo, invece di rilanciare l’edilizia popolare sta lavorando a una nuova legge per accelerare gli sfratti che poi sono quasi sempre legati a una morosità incolpevole trasformando in problema sociale le occupazioni proprio per tacere sulla realtà sociale ed abitativa.
Ma a chi devono appartenere le città? A chi le abita, ci lavora e contribuisce alla loro vita quotidiana, oppure a chi le considera soltanto un’opportunità per accumulare profitti?
È su questa contraddizione che abbiamo aderito alla giornata No sfratti per chiedere impegni precisi ai governi locali e nazionali, alle istituzioni europee e trasformare un disagio diffuso in una vertenza collettiva per ottenere risposte concrete e misurabili.
La casa è un diritto. Il lavoro è un diritto. Le città sono un bene comune. Serve tuttavia un programma politico, sindacale e sociale che metta al centro queste tre problematiche. Ne va della nostra credibilità e del nostro futuro.
CUB Pisa
