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Totale è incompleta per definizione

di Marcello
Pesarini

L’istituzione totale è per definizione un luogo di residenza e di lavoro con un grande numero di individui che svolgono le stesse mansioni in maniera slegata e indipendente dal resto della società.
E’ evidente che questa affermazione sia un ossimoro, perché nessun essere o organizzazione esiste senza il resto della società, mentre ci sono luoghi costruiti ad arte per staccare, far seccare e marcire rami della società.
Si pretende che essi siano autosufficienti, si diano leggi, abbiano mezzi per potere esistere da soli. Visto che siamo in tema di etimologia, pretendere ha un vocabolo omofono (un false friend) in inglese, “ to pretend”, il cui significato è “fingere”.
Qui sta il punto: le istituzioni totali sono una grande finzione e un luogo di costrizione e corruzione dei corpi e delle menti, e come tali vanno abolite.
Alcuni fatti recenti lo dimostrano, nonostante l’esperienza dovrebbe insegnare.
Il 12 ottobre 2026 la Corte di Cassazione ha annullato, con rinvio ad un nuovo giudizio del tribunale del Riesame di Bologna, il provvedimento sulle misure cautelari che interdicevano dall’esercizio della funzione di medico le tre dottoresse indagate dalla Procura di Ravenna nell’inchiesta sui certificati per evitare il Cpr.
Venerdì c’era stata l’udienza, in seguito ai ricorsi dei difensori, avvocati Salvatore Tesoriero e Francesca Cancellaro. Molti altri medici sono sotto accusa, e dovranno rispondere delle accuse che vedremo e di certo non svolgono serenamente la loro già difficile professione.
Le tre indagate erano state interdette dalla professione, con sospensione dell’attività per dieci mesi. L’inchiesta è per falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio.
La difesa ha sostenuto che i medici sono garanti della cura di ogni essere umano.
Si legge nella loro difesa: “La sproporzione delle misure cautelari applicate dà conto della necessità di una rilettura della vicenda improntata ai valori che innervano il nostro ordinamento costituzionale: come abbiamo sempre sostenuto, i medici devono rimanere prima di tutto garanti della salute e della cura di ogni individuo, non in quanto partecipe di una determinata comunità, ma quale essere umano.
Alla perquisizione-denuncia a carico di 6 medici dell’ospedale di Ravenna avvenuta il 12 febbraio 2026, “colpevoli di curare” perché avevano dichiarato che l’invio di alcuni migranti in un Cpr, in attesa senza limiti di identificazione o di espulsione, avrebbe potuto nuocere fortemente alla loro salute (un primo inizio, perché i Cpr non fanno bene a nessuno/a) ha fatto seguito nel mese di agosto la perquisizione a 20 colleghi impiegati in 9 ospedali italiani:  Bari, Biella, Bologna, Firenze, Livorno, Milano, Rimini, Roma e Varese.
Con l’atto del 12 febbraio l’istituzione totale, che pensa di potersi servire di medici senza capacità di giudizio, di magistrati indirizzati a sigillare i medici non carcerieri e espellerli dal mondo del lavoro e se possibile dal mondo libero, e di raccontare l’avvenuto a senso unico attraverso la stampa.
Chi lavora in questi settori abitati da persone ingiustamente messe ai margini della società, come monito di quanto potrebbe avvenire per altri, hanno condannato l’accaduto come un attacco all’autonomia e al codice etico dei medici di agire secondo scienza e coscienza, come l’affermazione della patogenicità dei CPR, confermata dall’OMS.
Denunciare preventivamente i medici è una pratica illegale che, se definita “preventiva”, è degna di un governo che non risponde ai suoi cittadini. Un’istituzione totale.
Molti medici sostengono che la persona deve essere informata della visita pre-CPR. Le visite debbono avere il consenso del paziente, che può anche rifiutare di sottoporsi alle stesse, così sottraendosi al controllo e alle sue conseguenze. Ma non c’è troppo carico sul rifugiato, senza un’organizzazione che guarda caso viene criminalizzata?
La vicenda ha agitato le coscienze di tutti gli antirazzisti, della Società Italiana Medicina delle Migrazioni, e ha segnato la distanza, se ce ne fosse bisogno, dalla sudditanza del governo italiano mostrata nella vicenda del generale libico Almasri. Ricordiamo come il 19 gennaio l’ex capo della polizia giudiziaria libica e comandante della milizia Rada, era stato fatto fuggire dopo l’arresto a Torino, con tanto di volo di Stato, perché considerato pericoloso dai ministri Nordio e Piantedosi e il sottosegretario Mantovano. Esattamente il contrario del diritto repressivo adottato nei confronti degli studenti che manifestano.
In merito al caso del generale libico Osama Almasri non è stata pronunciata una sentenza definitiva dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) in data 9 ottobre 2026.
La CEDU ha invece dichiarato ammissibili i ricorsi contro l’Italia, aprendo il contraddittorio ufficiale con il governo, denunciato da un cittadino detenuto in Libia, Lam Magok, scappato più volte dai campi di concentramento libici; Lam ha denunciato il governo italiano per avere fatto fuggire e riaccompagnare in Libia con volo di Stato il capo torturatore Almasri.
E’ totale d’altra parte il concetto di 41 bis e quello di ergastolo ostativo, quest’ultimo nato nel 1991 per impedire ad alcuni detenuti particolarmente legati a capi in libertà di collegarsi con loro. “Benefici, salvacondotti e licenze di necessità diventano opportunità per i boss detenuti in regime di carcere duro. Occasioni per ricostituire i clan e continuare ad esercitare il potere”. Lo svela un’inchiesta de La Stampa e ora a più voci si chiedono chiarimenti. Il Partito democratico vuole che il guardasigilli Carlo Nordio riferisca in aula, Forza Italia chiamerà il ministro ed altri in commissione giustizia.
E’ pericolosa l’ignoranza delle leggi da parte di molti politici, e colpevole lo spirito con cui si cavalca il bisogno di sicurezza indotto.
La mafia, diceva Sciascia, si combatte davvero con il diritto e non con la terribilità. Se lo Stato decide di contrastare il male usando il suo linguaggio – l’annichilimento dell’uomo, la privazione di ogni speranza, la logica del terrore – finisce per somigliargli.
“Sicurezza, sicurezza, paura della libertà” cantava Alberto Camerini da Milano e Sao Paulo del Brasile, facente parte del gruppo di Eugenio Finardi, Claudio Rocchi, Area. Forse troppo alla leggera, ma a quei tempi pensavamo che anche l’esercito e il servizio militare di leva avessero la caratteristica di istituzione totale, mentre oggi, dopo anni di deriva autoritaria, la scuola, ad esempio, per molti governanti sembra debba essere “protetta” dalla contaminazione della società e, esattamente come nelle altre ondate, chi scende in piazza “sente” di essere non solo contro un provvedimento, ma contro una visione della vita che assomiglia al suo contrario. 

Marcello Pesarini

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