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I BRICS non verranno a salvarci

di Franco
Ferrari

L’ultimo incontro dei BRICS che si è tenuto a New Delhi a metà settembre ha partorito un consistente documento di 45 pagine diffuso dal Ministero degli Esteri indiano e intitolato “Costruire la resilienza, l’innovazione, la cooperazione e la sostenibilità”.

Sono 140 punti che toccano un ampio spettro di temi riguardanti l’assetto globale, i rapporti tra il cosiddetto “Sud globale” e il resto del mondo, alcuni minori ma di peculiare interesse per il paese ospitante, come la difesa dei “big cats”, ovvero dei grandi felini.

Il primo risultato positivo dell’incontro è il fatto stesso che abbia prodotto un documento finale dato che l’aggravarsi del conflitto militare in Medio Oriente/Asia occidentale ha messo in aperto contrasto due membri del gruppo: l’Iran e gli Emirati Arabi Uniti. Differenze di valutazione, anche se meno radicali, si registrano pure sull’altro conflitto armato che coinvolge uno degli Stati membri: la guerra in Ucraina. Quest’ultimo viene ignorato e sull’aggressione di USA e Israele si evita di prendere posizione a favore dell’Iran.

Nonostante queste difficoltà, restano vive alcune delle ragioni di fondo che avevano spinto alla formazione dei BRICS, coalizione iniziale di quattro Stati, i più importanti in termini di popolazione e di PIL al di fuori del mondo euroatlantico (Brasile, Russia, India, Cina) a cui venne poi aggiunto il Sud Africa. Successivamente si sono aggregati altri cinque Paesi di varia dimensione e importanza con l’obbiettivo di rappresentare tutte le aree geografiche di quello che in tempi lontani si sarebbe chiamato Terzo Mondo, in cui oggi si trova collocata pure la Russia che, in quanto URSS era alla guida di un proprio blocco di Stati. L’undicesimo, l’Arabia Saudita, è rimasto con un piede dentro e uno fuori. Altri vorrebbero aderire ma il rischio è che l’estensione geografica faccia perdere quella coincidenza di interessi che già oggi è abbastanza precaria.

All’origine dei BRICS c’era una necessità difensiva e un’altra più offensiva. Nel primo caso si trattava di potersi sottrarre alle crescenti iniziative unilaterali degli Stati Uniti, consentite dal controllo degli strumenti finanziari fondamentali vitali per il commercio internazionale. Le sanzioni dirette e secondarie, strumenti che vengono usati sempre più ampiamente dagli USA e, da un po’ di tempo, anche dall’Unione Europea e che sono del tutto illegittime sul piano del diritto internazionale, vengono apertamente condannate.

Uno degli obbiettivi dei BRICS è quello di sottrarsi a questo controllo degli Stati Uniti che ha nel ruolo del dollaro come strumento di scambio e moneta-rifugio internazionale, la base fondamentale, anche se nel documento di New Delhi non è dichiarato troppo apertamente. Questa predominanza del dollaro a sua volta si alimenta della potenza economica, finanziaria e tecnologica, oltre che militare, degli Stati Uniti. Si è parlato molto di declino della potenza nordamericana e certamente la fase del predominio unilaterale seguita al crollo dell’Unione Sovietica, sembra ormai chiusa, ma il peso degli Stati Uniti sugli equilibri globali del capitalismo resta comunque consistente.

Se questo era il momento della difesa, l’altro versante era quello di rivedere gli equilibri di potere tra i paesi a capitalismo avanzato (Nord America, Europa, Giappone) e quelli a capitalismo emergente. In concreto la parola d’ordine del “multipolarismo” implica una maggiore presenza di Stati del “Sud globale”, indicati nel Brasile e nell’India, come potenziali membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Attualmente il blocco euroatlantico conta tre membri su 5. Analogamente la richiesta è di aumentare il peso dei nuovi capitalismi negli organismi nati dalla logica di Bretton Woods. Quindi l’istituzionalizzazione di diversi rapporti di forza nel Fondo Monetario Internazionale e nella Banca Mondiale.

Queste rivendicazioni, portate avanti ormai da molti anni senza che abbiano portato a risultati, presuppongono la difesa del processo di globalizzazione basato sul mercato. Infatti c’è anche una difesa dell’Organizzazione Mondiale del Commercio che, a seguito del mutamento degli equilibri interni al capitalismo globale, dopo essere stata la punta di lancia della diffusione del neoliberismo, è stata accantonata dagli stessi che ne erano i principali difensori. Insomma, si propone più un riequilibrio tra gli Stati che guidano la globalizzazione capitalistica e una maggiore condivisione delle sue regole piuttosto che una sua radicale mesa in discussione.

Non è un caso che due Stati appartenenti ai BRICS abbiano sostenuto accordi di libero scambio con l’Unione Europea (Brasile e India) nel tentativo di mantenere in vita quei processi di integrazione economica che sono ritenuti vitali per il loro sviluppo (benché oggetto di forti critiche a sinistra sia tra le forze sociali che quelli politiche, oltreché da importanti settori economici come il mondo agricolo in Francia).

Da questo punto di vista l’azione dei BRICS è tesa più a riformare che a mettere in discussione il modello capitalistico globale espresso nel “Washington Consensus”, anche se non manca l’indicazione di utili elementi di correzione. In particolare nel funzionamento del Fondo Monetario Internazionale, rispetto al quale la Banca dei BRICS prova a rappresentare un modello, parzialmente, alternativo.

Molte formulazioni e rivendicazioni dei BRICS, considerate da un punto di vista progressista o alternativo al neoliberismo, sono condivisibili. La difesa del ruolo delle Nazioni Unite, degli accordi contro la proliferazione nucleare e, più in generale, per un assetto globale che punti più sulla “coesistenza pacifica” che sulla contrapposizione armata che è invece oggi l’opzione predominante degli Stati Uniti (che però questa centralità della guerra non l’ha mai abbandonata) e ormai anche di chi guida l’Unione Europea, articolano comunque una prospettiva diversa da quella oggi dominante nel mondo euratlantico.

Il documento assume in buona parte anche la visione cinese di un uso condiviso dell’Intelligenza Artificiale, vista comunque come uno strumento positivo anche se da sottoporre ad una qualche forma di controllo pubblico. È molto probabile che questo tema orienti la presidenza cinese dei BRICS, dato che Pechino ne assumerà la guida nel 2027.

L’unica crisi per la quale il documento entra un po’ nel dettaglio è quella mediorientale. Israele non viene quasi mai citato espressamente, d’altra parte almeno due Paesi come l’India e gli Emirati Arabi Uniti mantengono buoni rapporti. Prudenza diplomatica a parte, si esprime “preoccupazione” per qualsiasi politica che punti al trasferimento forzato dei palestinesi da Gaza. Più in generale si esprime anche “preoccupazione” per tutte quelle iniziative che mettano in pericolo gli inalienabili diritti dei palestinesi e legittimino il prolungamento dell’occupazione. Si riafferma la soluzione dei “due stati”, con l’istituzione di uno Stato palestinese nei confini del 1967 con Gerusalemme Est come capitale.

Viene richiamata l’iniziativa del Sud Africa nei confronti della Corte Internazionale di Giustizia con l’obbligo per Israele (unica citazione esplicita) di provvedere agli aiuti umanitari a Gaza. Tutto ciò resta però sul piano degli auspici e delle affermazioni di principio da cui non discendono proposte di atti concreti. E sappiamo ormai bene quanto il regime israeliano si preoccupi di queste preoccupazioni altrui.

Questa è in buona misura, il limite complessivo del documento che affronta molti temi, gran parte dei quali però sono ancora in una fase di definizione di gruppi lavoro, produzione di documenti preparatori e di confronto che devono tener conto di diverse e a volte contrastanti esigenze nazionali, piuttosto che di realizzazione pratica.

D’altra parte i BRICS nascono sì come voce del “Sud globale” ma, come la presidenza indiana ha teso a sottolineare, più per omissione che in modo esplicito, in una logica di interazione con l’Occidente, piuttosto che di aperto conflitto. Come hanno evidenziato molti analisti si è evitata qualsiasi formula che facesse sembrare questo gruppo di Stati come un blocco alternativo a quello euroatlantico, né vi sono indicazioni esplicite che si punti ad intervenire sulla crisi del rapporto USA-UE, per incunearsi in questa contraddizione e trovare nuovi spazi di iniziativa.

D’altra parte i BRICS sono difficilmente analizzabili secondo la logica dei blocchi costituitisi nel dopoguerra. Allora sia il blocco capitalistico, più o meno liberale, sia quello socialista, si basavano si alcuni riferimenti ideologici comuni e su una proposta universalistica. Sia il capitalismo liberale, sia il socialismo di Stato si proponevano come una soluzione giusta per il futuro di tutta l’umanità.

Il capitalismo occidentale, sempre meno liberale, vede oggi aprirsi una contraddizione tra la sua dimensione espansiva e universale e la sua ridefinizione come strumento della supremazia “bianca”. Dall’altra parte alcuni dei paesi che formano i BRICS tendono a porsi come rappresentanti di specifiche civilizzazioni, ognuna portatrice di una propria visione del mondo e come tali incomponibili in una costruzione universale. Lo fanno però in una prospettiva che ne vede la convivenza piuttosto che la contrapposizione e affidano questa convivenza soprattutto ad un comune sviluppo economico. L’assenza di una visione ideologica condivisa, anche solo su punti fondamentali, sembra un ostacolo alla capacità dei BRICS di tradurre almeno una parte dei propri obbiettivi, scritti nei documenti, in fatti concreti.

Quella che esprimono non è evidentemente la stessa prospettiva delle forze politiche e sociali che hanno una visione classista, internazionalista e anticapitalista (anche se qualcuno al giorno d’oggi fa un po’ di confusione sui fondamentali). D’altra parte diversi di questi Stati sono retti da forze reazionarie. Ma certamente una forza che non alimenti la conflittualità e la rilegittimazione della guerra e che lasci aperti spazi per sfuggire al dominio unilaterale degli Stati Uniti può svolgere una funzione positiva. Di cui però ancora non si sono visti molti risultati.

Franco Ferrari

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