Luigino Bruni, un colto economista con ampie conoscenze teologiche, ha scritto, sull’Avvenire del 2 settembre, un ampio editoriale su Gli interessi non bastano più per spiegare l’attuale caos del mondo mediante due categorie molto generali ma con una loro pregnante storia concettuale: gli interessi e le passioni. La tesi è esposta con molta chiarezza e con puntuali riferimenti culturali. Parte da Keynes. Questi, a proposito dello ‘spirito del capitalismo’ nell’ultimo 24° capitolo della sua Teoria generale, scrisse che le ‘tendenze umane più pericolose possono essere indirizzate verso sbocchi relativamente innocui grazie all’esistenza di opportunità per far denaro’, così gli interessi addomesticano le ‘passioni animali’ presenti negli esseri umani. Queste idee coniugate con quelle della ‘mano invisibile’ di Smith o con ‘la suprema mano’ di Galiani vogliono dar conto di come, nel moderno sistema degli interessi, i ‘vizi privati’ si trasformino in ‘virtù pubbliche’, secondo la celebre espressione di Mandeville. Per questo, conclude Luigino Bruni con ‘la nascita e lo sviluppo dello spirito del capitalismo, il gran peccato mortale dell’interesse economico … subisce una evoluzione epocale’, perché orienta ‘le energie profonde degli individui verso gli interessi economici, trasformando le passioni distruttive in quelle civili del far denaro’ e aprendo così la via alla costruzione di una ‘società pacifica e ordinata’. È quanto teorizzato da Smith e da Genovesi. Si badi che Luigino Bruni non è un sostenitore del capitalismo, di cui critica gli assetti economici, sociali e politici, ispirandosi proprio all’economia civile teorizzata nella Napoli del Settecento da Galiani, Filangeri, Pagano. Infatti, prosegue criticando l’illusione che gli interessi di un singolo siano in grado, come gli apologeti del capitalismo affermano, di ‘addomesticare’ le sue passioni distruttive rendendole innocue e calcolabili, dunque adattabili agli interessi di tutti gli altri soggetti partecipi del mercato; anzi polemizza apertamente anche con la ‘nuova religione’ del capitalismo, l’ideologia meritocratica, che mira a legittimare le disuguaglianze attribuendo il successo economico all’intraprendenza dei ricchi, e l’insuccesso alle scarse capacità imprenditoriali dei poveri.
Come spiega Luigino Bruni il caos economico-politico globale e le guerre del nostro tempo? Con un’altra categoria generale, con la natura dell’homo sapiens, la quale non viene addomesticata dagli ‘interessi’, infatti i conflitti di interessi, non essendo letali, non soddisfano i suoi impeti belluini: l’homo sapiens vuole ‘molto di più degli interessi economici’. Per questo cita Le passioni e gli interessi di Hirschman per sostenere che le ‘passioni non devono essere sottovalutate neppure quando sembra che il comportamento dettato dall’interesse costituisca la regola generale’. Per di più è necessario tener a mente che tutto questo ‒ il riemergere delle ‘passioni’ al di sopra degli interessi ‒ si accentua nei ‘popoli non occidentali, che sono eredi dei grandi imperi del passato’. Luigino Bruni conclude che la speranza consolatoria di mettere un freno alle passioni dando libero corso agli interessi nel mercato non si è realizzata, e ora occorre, per superare il caos e le guerre, includere nella gestione della cosa pubblica gli ‘interessi di tutti, quello del pianeta e delle future generazioni’.
In primo luogo, è doverosa una precisazione su Hirschman, perché questi non cerca nella generale natura umana una spiegazione del prevalere dell’ideologia degli interessi, ma fa una disamina storica di stampo culturale mettendo in luce come gli ideologi del capitalismo abbiano elaborato degli argomenti per giustificare l’assetto economico-sociale del capitalismo. Per essere chiari: le categorie ‘interessi’ e ‘passioni’ sono state utilizzate ideologicamente per legittimare moralmente il capitalismo, come fa Smith con la sua famosa Teoria dei sentimenti morali, dove prende in considerazioni le ‘virtù’ necessarie alla società di mercato, quali la giustizia, la prudenza, la laboriosità, l’affidabilità ecc., in modo che la ‘simpatia’, forte di esse, possa guidare gli scambi commerciali tra gli individui, così da contenerne e moderarne i conflitti.
In secondo luogo, riferendomi a una qualche traccia di ‘suprematismo occidentalista’ con quel cenno di Luigino Bruni ai ‘popoli non occidentali’ eredi dei grandi imperi, richiamo l’attenzione sul fatto che in Occidente vivono i popoli eredi dei grandi imperi coloniali ‒ Gran Bretagna, Francia, Spagna, Portogallo, Olanda, Germania ‒, le cui tradizioni di dominio sono ancora ben visibili e i cui effetti perversi sono ancora ben vivi e distruttivi in Medio-Oriente, Africa, America latina. Oggi, accanto alla volontà imperiale di Putin e di dominio politico-commerciale della Cina, persiste in tutta la sua prepotenza l’imperialismo degli USA, che conduce ininterrottamente guerre militari ed economiche dalla fine della Seconda guerra mondiale. Dunque occorre chiamare le ‘cose’ con il proprio nome, altrimenti si addebita alla ‘natura umana’, a tutti gli esseri umani, quelle che sono scelte delle classi dirigenti dei capitalismi globali che si affrontano, con tutti i mezzi, sulla scena mondiale per affermare la supremazia economica delle loro rispettive imprese.
In terzo luogo, occorre sottolineare che la storia del capitalismo è una storia non solo di sfruttamento interno, ma di dominio all’esterno: il militarismo e le guerre non si devono alla ‘natura delle umane incontrollabili passioni’, essi scaturiscono dalla natura predatoria del capitalismo, la cui nascita non a caso coincide con quella della grandi compagnie per il commercio con le Indie occidentali e orientali, che trattavano non solo merci ma anche schiavi. La civiltà capitalistica intreccia lo sviluppo economico e le sue permanenti innovazioni tecnologiche con una storia di orrori, quelli dello sfruttamento dei lavoratori, del colonialismo e dell’imperialismo che hanno oppresso e continuano ad opprimere intere popolazioni.
In quarto luogo, a proposito del carattere di rivoluzionamento tecnologico permanente proprio del capitalismo, non si può non vederne l’altra faccia: la distruzione dell’ambiente naturale, che significa annientamento delle basi della vita del Pianeta. Inutile richiamare l’immensa documentazione degli organismi ufficiali internazionali, a cominciare da quelli dell’ONU. Voglio solo, per la fonte di provenienza, citare un’anticipazione della traduzione italiana del volume di Pierre Charbonnier, Abbondanza e libertà. Una storia ambientale delle idee politiche, apparsa su Il Sole 24 Ore del 6 settembre (pag. II del Domenicale). Sulla base della tradizione culturale degli autori a cui si è riferito anche Luigino Bruni, Charbonnier, ripeto sul giornale della Confindustria, scrive: ‘Dopo la Seconda guerra mondiale, alla straordinaria espansione del produttivismo è corrisposto un ideale di pace e di interdipendenza che ha lasciato campo libero allo sfruttamento delle energie fossili in nome di una pace carbonica. L’Unione europea è figlia di questo ideale. Tuttavia, oggi il nostro compito è comprendere meglio questa eredità storica allo scopo di mettercela alle spalle. Sapremo costruire la pace senza distruggere il pianeta?’. Faccio notare che quelle che possono apparire delle parole retoriche quali ‘pace carbonica’ hanno un preciso senso storico, perché l’antenata dell’UE è stata la Comunità del carbone e dell’acciaio, dalla cui produzione sono emanate quantità di anidride carbonica e gas serra, cause prime dell’alterazione climatica e della distruzione ambientale. La vocazione alla pace dell’UE è inquinata al pari della sua antenata, essendo una ‘pace carbonica’.
L’ultimo punto, quello del permanente rivoluzionamento tecnologico del capitalismo, che oggi non solo comporta ulteriori devastazioni ambientali, ma richiede per le tecnologie informatiche e l’AI enormi quantità di acqua, di energia elettrica e di materie prime tradizionali e nuove (quali le terre rare, la cui lavorazione causa devastazioni ambientali pari se non maggiori di quelle dell’escavazione delle miniere). La distruzione ambientale è stato un fenomeno che ha accompagnato e accompagna il permanente rivoluzionamento tecnologico capitalistico, oggi però esso va di pari passo con un fenomeno di carattere eminentemente politico. E anche per caratterizzarlo ricorro ancora a Il Sole 24 Ore del 6 settembre (pag. VI del Domenicale), così da non essere tacciato di ‘pregiudizi ideologici’. Nel presentare il Festival di Modena, Carpi e Sassuolo dedicato al ‘Caos’, Daniele Francesconi spiega che torna utile il pensiero di Machiavelli per cercare di comprendere come dai ‘buoni ordini’ repubblicani possano nascere dittature personali e politiche imperiali. Oggi il sistema internazionale, ruotante finora intorno all’ONU, e le democrazie costituzionali, ruotanti intorno ai diritti umani universali, stanno crollando sotto l’urto delle potenze imperiali e delle autocrazie, a Occidente e a Oriente, e non ne individua le cause in generiche ‘passioni’ dell’essere umano; sono, infatti, le forze economiche che controllano le nuove tecnologie informatiche e dell’AI a demolire con la loro potenza economica le regole del diritto internazionale e gli istituti democratici, ed esse hanno nome cognome come quelli di Thiel, Musk, Ren Zhengfei, Zuckerberg …
Non le ‘passioni’ degli esseri umani, bensì la ‘volontà di potere’ spinge i capitalisti dei differenti Paesi, orientali e occidentali, a perseguire il dominio sui mercati globali e, con i loro ‘Stati’ nazionali o sovranazionali che siano, si servono di tutti i mezzi per stabilire la loro supremazia.
Franco Russo
7 settembre 2026
