Nel programma del partito Alternative für Deutschland (AFD) c’ è anche l’abolizione del programma europeo detto Green Deal, posizione allineata a quella di tutte le destre europee.
Questo dato lega l’emergenza dello spostamento a destra, anche verso posizioni radicali -di cui la vittoria schiacciante della AFD nelle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt è l’ultimo clamoroso episodio- della politica europea, con l’emergenza climatica. Del resto buona parte del mondo industriale europeo è critico verso il Green Deal che peraltro rispetto alle intenzioni iniziali è già stato abbondantemente annacquato. Con la sua specifica composizione sociale il land della Sassonia-Anhalt è coinvolto nella crisi del modello tedesco supportato dalla fornitura di energia a basso costo, ruolo trainante del ciclo dell’auto e delle esportazioni. L’incapacità di avviare la transizione energetica nel complesso dell’economia e del settore dell’auto in particolare, la chiusura delle forniture di gas da parte della Russia, assieme ad altri ritardi nell’innovazione tecnologica e nell’ammodernamento delle infrastrutture, hanno decretato la fine di un modello economico di successo e di un predominio indiscusso nella gestione delle istituzioni europee e dell’area dell’euro. Ciò accade nel contesto della guerra russo-ucraina e nella rottura del rapporto con gli Stati Uniti. Massimo è il disordine sotto il sole, la situazione in Germania ed in Europa volge al tragico. La scelta di avviare un programma straordinario di armamento attorno ai 100 miliardi di euro non è certo in grado di sostituire i settori in crisi, quello dell’auto in particolare.
La crisi dell’Europa nel contesto dell’instabilità globale, nell’intreccio dei processi di crisi che la alimentano è ormai un luogo comune delle analisi geostrategiche, della trasformazione complessiva della formazione sociale globale per definirne il contesto.
I sondaggi svolti in Sassonia-Anhalt mostrano una differenziazione per genere, età e collocazione sociale, ad esempio nei giovani sotto i 25 anni è maggioritario il voto per AFD nel voto maschile a differenza del voto femminile, 52 contro 32 e viceversa a sinistra.
Detto questo, stabilito il contesto di instabilità e incertezza verso il futuro a fronte del crescere del consenso a destra, anche estrema, in tutta Europa, vale la pena chiedersi quale sia la condizione esistenziale, il profilo soggettivo con cui si realizza questo spostamento a destra ed in generale una polarizzazione delle posizioni. Se in questi giorni si discute molto del voto nel land tedesco, per il risultato eclatante, nonostante le ridotte dimensioni della sua popolazione, la domanda che emerge è relativa alla capacità delle nostre società i processi di crisi, trasformazione radicale da cui sono investite, trasformazioni nelle quali ogni regione del globo non può avere un destino separato dalle altre, per quanto le differenze siano talvolta drammatiche. La crisi climatica ha il ruolo di grande unificatore entro un contesto nel quale è predominante la competizione sulla cooperazione, competizione nella quale la posta in gioco sono le risorse naturali sono in condizione di crescente scarsità a cause di riscaldamento globale, devastazione degli ecosistemi e crescita demografica; pensione solo al ‘land grabbing’ la corsa per l’accaparramento delle terre fertili. L’innovazione tecnologico-digitale si sviluppa lungo le linee che alimentano questa competizione, laddove nei campi di battaglia reali o potenziali si concentra l’innovazione dei dispositivi bellici, delle modalità con cui si esercita il conflitto.
La mancata transizione energetica -anche la Cina campione delle tecnologie fondate sulle fonti rinnovabili ha appena realizzato il superamento della produzione energetica da fonti rinnovabili rispetto a quella fondata sul carbone- produce una crisi e instabilità con il blocco dello stretto di Hormuz, mentre decollano i prezzi degli idrocarburi, gli USA si accaparrano gran parte delle riserve petrolifera venezuelane. Invece di un Green Deal globale, si realizza uno War Deal fondato sulle fonti fossili ed il nucleare.
Francesco Sylos Labini ha descritto la situzione corrente in un suo intervento Il filo energetico dei conflitti contemporanei1 “La conclusione principale è che la transizione energetica non costituisce soltanto una risposta alla crisi climatica: rappresenta uno dei terreni fondamentali sui quali si ridefiniranno la produzione industriale, l’autonomia strategica e i rapporti di potere del XXI secolo. Se l’economia del Novecento è stata organizzata intorno alla geografia del petrolio e del gas, il nuovo sistema dipenderà sempre più dal controllo delle tecnologie necessarie a produrre, accumulare e distribuire l’energia. Crisi climatica e competizione geopolitica sono quindi due aspetti dello stesso processo storico.”
In questo contesto globale che abbiamo descritto a più riprese e continuiamo ad analizzare nei suoi mutamenti e talvolta nelle sue rotture repentine e inaspettate, nel nostro particolare contesto europeo, ma non solo, si diceva che è necessario interrogarsi sul profilo soggettivo di chi assume posizioni reazionarie, estreme.
Un articolo di Leonardo Becchettini può aiutarci in una piccola riflessione, dal titolo ‘Chi vota a destra ha studiato meno? Il punto non è l’ignoranza, ma la domanda di protezione’2.
Nell’incipit lo spunto da cui parte la riflessione e nel seguito l’interpretazione dei fenomeni a cui assistiamo.
“Nei giorni scorsi Stefano Bonaccini ha innescato una forte polemica sostenendo, nel corso di un ragionamento sulle sconfitte della sinistra in Occidente, che il voto alla destra arriva in misura maggiore da chi ha studiato meno, da chi vive nelle aree interne e nelle periferie e da chi sta peggio economicamente (…) Bonaccini ha poi precisato che non intendeva affatto sostenere che gli elettori di destra fossero “ignoranti”, ma richiamare un dato sociologico e porre un problema alla sinistra: perché proprio le fasce che storicamente avrebbe dovuto rappresentare sembrano essersi spostate verso destra? (…)
È ormai abbastanza ben documentato che nelle democrazie occidentali gli elettori con livelli di istruzione più bassi votino proporzionalmente di più per la nuova destra radicale e nazional-conservatrice, mentre laureati e professioni ad alta qualificazione si sono progressivamente spostati verso partiti verdi, liberal e di centrosinistra. (…)
La spiegazione meno convincente è anche quella implicitamente suggerita dalla polemica politica: chi ha studiato di meno “capirebbe meno” e quindi voterebbe a destra. Non abbiamo bisogno di attribuire maggiore o minore intelligenza agli elettori per spiegare quello che è accaduto.
Una spiegazione assai più interessante passa attraverso la parola sicurezza
Avere meno istruzione nelle economie contemporanee significa mediamente trovarsi più esposti ad alcune delle grandi trasformazioni degli ultimi decenni: globalizzazione, automazione, concorrenza internazionale, trasformazione delle professioni, immigrazione, concentrazione della crescita nelle grandi città e crescente premio economico e sociale attribuito alle competenze più elevate. Ma il punto non è semplicemente il reddito.
Una parte importante della letteratura parla infatti di status. Si può avere ancora un reddito dignitoso e percepire che la propria posizione relativa nella società sta peggiorando. Thomas Kurer parla efficacemente di declining middle: lavoratori collocati non al fondo della società ma in posizioni intermedie, che vedono diminuire valore economico, sicurezza e riconoscimento delle proprie competenze. Gidron e Hall propongono per questo di superare la sterile contrapposizione tra spiegazioni “economiche” e “culturali” del voto alla destra populista. Le due cose possono agire insieme attraverso una perdita di status.
Una società che cambia rapidamente produce vincitori, ma anche persone che temono di perdere posizione.
Per decenni la sinistra aveva una risposta molto chiara alla domanda di protezione: welfare state, tutela del lavoro, assicurazione sociale, servizi pubblici, redistribuzione.
La nuova destra offre qualcosa di diverso. Potremmo chiamarla protezione multidimensionale.
- Protezione economica: difendere posti di lavoro e settori dalla concorrenza internazionale.
- Protezione sociale: riservare prioritariamente welfare e trasferimenti a chi appartiene alla comunità nazionale.
- Protezione territoriale: difendere chi vive lontano dalle grandi città e sente di beneficiare meno delle trasformazioni economiche.
- Protezione culturale: difendere identità, tradizioni e modi di vita percepiti come minacciati.
- Protezione fisica: maggiore enfasi su sicurezza, criminalità e ordine pubblico.
- Protezione politica: recuperare sovranità nei confronti di istituzioni sovranazionali ed élite considerate lontane.
Il messaggio implicito diventa molto potente: il mondo sta cambiando velocemente; noi vi proteggeremo dalle conseguenze di quel cambiamento. (…)
Una risposta possibile è che il grande conflitto politico del nostro tempo non riguardi più soltanto chi deve pagare più tasse e chi deve ricevere più trasferimenti. Riguarda anche chi si sente sicuro nel cambiamento e chi invece domanda di esserne protetto.
E l’innovazione politica della nuova destra potrebbe essere stata precisamente quella di avere intercettato questa seconda domanda prima e meglio della sinistra.”
Questa lunga citazione si è resa necessaria per rendere il senso della spiegazione che Becchettini propone, peraltro supportato da una corposa letteratura che negli ultimi 10-15 anni ha analizzato il fenomeno della polarizzazione e dello spostamento a destra nei comportamenti elettorali. Una soluzione di destra che ben conosciamo, che orienta la rabbia ed il rancore sociale con l’individuazione del nemico i migranti, che promette di difendere uno status quo in cui soggetti si sentono illusoriamente protetti e conferma i rapporti di potere nelle relazioni sociali.
Appare evidente la difficoltà di una posizione di sinistra moderata o di moderato conservatorismo che non offre l’immagine di muro da opporre ad un cambiamento minaccioso, che non propone cambiamenti radicali a chi sta al fondo della gerarchia sociale, mentre si è persa la memoria di un conflitto sociale in grado di ribaltare lo stato di cose presenti e di offrire un orizzonte di liberazione e riscatto. Il tutto entro una composizione sociale che non offre immediati terreni di riconoscimento reciproco, di comunanza di condizioni e di rivendicazioni entro una massa critica in grado di intaccare se non rovesciare i rapporti di forza entro la società.
Ogni paese e regione ha le proprie specificità entro questo contesto globale, nel land tedesco colpisce anche la profondità della mobilitazione al voto che si è realizzata, dove almeno 150.000 persone che si erano astenute nelle votazioni precedenti hanno votato per AFD. Il che ci avverte del fatto che i processi possono essere graduali, vedi la progressione di Fratelli d’Italia nelle successive tornate elettorali, ma anche repentini dopo le prime avvisaglie. Da qui all’anno prossimo avremo modo nel nostro continente di fare tutte le verifiche del caso.
Si può ragionare anche del formarsi di una condizione soggettiva nel contesto creato dalle tecnologie digitali, su questo si è esercitato in un articolo-saggio Alessandro Scassellati Tutto il resto è noia. Secessione del tempo vivo contro il ricatto delle Big Tech e la trappola della connessione perenne3 dove se l’accento è posto sulla ‘noia’, ciò che emerge anche nella sua trattazione è l’angoscia che si manifesta nei comportamenti umani nella società dell’iperconnessione digitale, compresi quelli che che stiamo analizzando. Peraltro rispetto alla profondità dei sentimenti prodotti dal contesto di instabilità, incertezza del futuro che evoca minacce sconosciute, conta la capacità di attrarre attraverso schemi, immagini, discorsi semplici e personalità seducenti il desiderio di superare, o quantomeno alleviare l’angoscia e orientare la rabbia. Becchetti a sua volta nel saggio ‘L’algoritmo del conflitto e i rischi per la democrazia’4 ci avvisa del ruolo del digitale nell’operare una polarizzazione che non è ‘lotta di classe’ tanto per semplificare.
“Perché negli ultimi decenni il confronto politico è diventato così conflittuale e la polarizzazione è aumentata?
La domanda non ha una risposta unica. La polarizzazione non è cresciuta allo stesso modo in tutte le democrazie: gli Stati Uniti rappresentano il caso più evidente, mentre in alcuni altri paesi occidentali la polarizzazione affettiva è cresciuta meno o è addirittura diminuita. Questo significa che contano anche la brace delle diseguaglianze crescenti che alimenta la rabbia sociale, storia politica dei singoli paesi, il sistema dei media, la composizione dei partiti e le fratture sociali.
Ma negli ultimi anni è entrato in gioco un nuovo e potentissimo meccanismo. Per capirlo non abbiamo bisogno di immaginare complotti né di supporre che il proprietario di un social network si svegli la mattina pensando a come rendere più radicali i cittadini.
Basta partire da una cosa molto più semplice: il modello di business.
Il social non vende contenuti. Vende la nostra attenzione. Per una piattaforma finanziata direttamente o indirettamente attraverso pubblicità e monetizzazione dell’attenzione, più tempo trascorriamo online, più interagiamo e più valore economico generiamo.”
La sinistra e la lotta di lunga durata
Al di là delle parole d’ordine e delle rivendicazioni si pone la domanda attraverso quale forma di conflitto possa emergere una prospettiva di sinistra, in grado di confrontarsi nel lungo periodo con le trasformazioni e le crisi che stiamo vivendo. Questa promessa di un lungo cammino, attraverso il quale operare cambiamenti radicali -ovvero governare e orientare cambiamenti radicali comunque già operanti- non viene mai evocata a sinistra, mentre nel breve periodo e negli orizzonti ristretti e mistificati la proposta delle destre è molto più seducente e rassicurante. Nel nostro paese l’appello ai valori costituzionali è legittimo quanto ai valori, ma è inutile se non parla del cambiamento radicale che dobbiamo comunque affrontare ed indirizzare se vogliamo riaffermarli, realizzarlo nelle nuove condizioni. La paura delle nuove forme di governo autoritario a cui si fa appello rischiamo di essere minoritarie rispetto all’angoscia che un futuro incerto e minaccioso provoca entro la gran parte delle persone pure in condizioni sociali molto differenziate. Angoscia che si esprime anche nell’astensione nel ritirarsi entro un ambito locale, se non privato, volando bassi per evitare di assumersi responsabilità pubblica in una condizione di massima incertezza, rinunciando così a priori alla pretesa di cambiare la realtà in cui si vive.
Roberto Rosso
- https://francescosyloslabini.info/2026/09/09/il-filo-energetico-dei-conflitti-contemporanei/ [↩]
- https://leonardobecchetti.substack.com/p/chi-vota-a-destra-ha-studiato-meno.[↩]
- https://transform-italia.it/tutto-il-resto-e-noia-secessione-del-tempo-vivo-contro-il-ricatto-delle-big-tech-e-la-trappola-della-connessione-perenne/ [↩]
- https://leonardobecchetti.substack.com/p/lalgoritmo-del-conflitto-e-i-rischi?.[↩]

