Ci sono alcuni luoghi di Roma conosciuti e che costituiscono una sorta di simbolo non solo per la città ma per un Paese e in parte per una civiltà. Il Colosseo, fra questi, è forse fra quelli che è impossibile non vedere, non archiviare nel proprio immaginario come archetipo di un mondo perduto, è insomma un luogo per il quale la parola “visibile” è limitata e limitante. Rimanda ad una città crocevia di gran parte del pianeta, così attraversata al punto da rendere normale il fatto che, al di là di differenze di classe e di genere, chi vi si fermava ne diveniva facilmente cittadino, con doveri e diritti, ovviamente se non era schiavo.
Beh, difficile non fare il raffronto col presente, con meccanismi di esclusione pervasivi e onnipresenti, discrezionali e razzisti, al punto tale da aver fatto divenire quasi di non ritorno quella dicotomia fra un “noi” e un “loro” che separa chi è a pieno titolo, sia formale che sostanziale cittadina/o del nuovo impero, quello occidentale, da chi ha una provenienza, magari anche di seconda o terza generazione, da altri luoghi. L’Europa è il continente che gerarchizza i diritti e le opportunità, sempre secondo gli antichi criteri: classe (gli schiavi ci sono anche oggi), genere e “razza” (termine che non ha alcun valore scientifico o culturale ma si è imposto a livello simbolico ed ideologico.
La premessa è importante. Non è solo per un carattere meramente logistico che sabato 28 marzo, alle ore 12.00 nei pressi del Colosseo si radunerà la marcia delle e degli invisibili. Sarà un corteo eterogeneo e che intende rappresentare la dimensione di un Paese profondamente cambiato, anche se le leggi che lo governano si rifiutano di ammetterlo, un Paese pluriculturale, variegato, ricco di odori, di sapori, di suggestioni culturali e sociali, in cui molte cose sono in fermento e in fase di accelerazione.
La “marcia degli invisibili” (c’è chi avrebbe voluta chiamarla dei fantasmi) è frutto di convergenze che confluiranno, in Piazza Esquilino, nel grande corteo “Together. No ai re, sì alla libertà” indetto da tempo e con dimensioni sovranazionali. Già nell’ultima assemblea nazionale preparatoria che si è svolta a Roma il primo marzo e, prima ancora nella due giorni di fine gennaio che si è tenuta a Bologna, le diverse tematiche connesse all’immigrazione erano divenute punto, quasi naturale, di coagulo. Dallo stop al riarmo e alle guerre, responsabili, come le catastrofi ambientali, ormai da anni di migrazioni forzate, ai provvedimenti autoritari che si vanno prendendo in tutta Europa, come negli USA che hanno potenziato l’ICE, soprattutto contro chi non solo non è cittadina/o non è considerato utile allo sfruttamento ma è utile capro espiatorio da additare da governi che non vogliono affrontare le emergenze sociali, a normative come il nuovo Patto e il “Regolamento rimpatri”, con cui si vogliono innalzare sempre più le mura della Fortezza Europa, tutto indica come la complessità dei temi accomunati dalla parola “immigrazione”, restino, ancora la cartina di tornasole per comprendere cosa sta avvenendo in Occidente.
Negli anni passati, va detto per onestà intellettuale, in numerose occasioni, movimenti antirazzisti, associazionismo migrante, persino mondo intellettuale e della cultura, insieme a chi, nella vita quotidiana pratica mutualismo solidale, hanno cercato e in alcuni momenti sono anche riusciti a convergere verso obiettivi comuni. Oggi questo è tanto più difficile in un clima di guerra diffusa e di affermazione delle destre estreme che oramai stanno sdoganando, a volte godendo anche di consenso popolare, ogni forma di razzismo e distruggendo ogni minimo riferimento alle conquiste minime ottenute nel campo dei diritti. Eppure tanto è difficile quanto è necessario. L’appello contiene una semplice, forse scontata affermazione che va ben oltre il cahier de doléance che ormai da decenni ci si trascina. “Il processo avviato dalla convergenza NoKings si fonda anche sull’apertura di uno spazio per le istanze di persone rifugiate e migranti”. Non quindi uno spazio da ritagliare ma una sussunzione di responsabilità e di impegni da condividere. Identificare un movimento plurale in obiettivi come la chiusura dei CPR, la regolarizzazione permanente per chi vive, lavora, ha sviluppato legami sociali e affettivi, rivendicare la libertà di movimento, la contrarietà alla militarizzazione delle frontiere, alla loro esternalizzazione è parte integrante del contrasto alle politiche di guerra. Pretendere una sicurezza sociale, basata su un condiviso accesso ai diritti fondamentali in primis quello alla cittadinanza (non come concessione), affrontare il tema di come si ha diritto a entrare e a restare in questo Paese e in questo continente, nel lavoro, costruendo una reale ricomposizione di classe, nella formazione, significa non solo contrastare il razzismo suprematista pervasivo ma e soprattutto, lavorare a costruzione di nuova società.
Non ci si può permettere il lusso di arrendersi a chi vorrebbe un ICE anche da noi, a chi blatera di invasioni e di presunte sostituzioni etniche per mantenere non una guerra fra poveri ma contro chi è in condizioni peggiori, non ci si può permettere una profilazione attuata nelle città in base alla quale si è fermati dalle forze dell’ordine in base al colore della propria pelle o ai propri tratti somatici. La “Marcia degli invisibili” all’interno di questo nuovo movimento potrebbe anche generare un salutare, tardivo e necessario processo di decolonizzazione della nostra cultura, anche di quella che si autodefinisce progressista, ma per farlo si deve mettere in condizione di definire un’altra agenda politica, non quella dettata ovunque da re e regine ma dalla volontà e dal sapere che assumono la collettività come valore fondante. I tempi sono bui ma, proprio per tale motivo, nessuna/o deve più restare invisibile, celato, pronto ad essere agitato unicamente come problema da contenere e da reprimere. Per queste ragioni, come transform!, insieme a tante altre realtà, sarà un dovere e una scelta logica essere con chi marcia. La strada è la stessa.
Stefano Galieni
