Una precaria stabilità fondata su molte debolezze

di Franco
Ferrari

L’effetto politico immediato del voto è di stabilizzare il governo e di rafforzare Zingaretti all’interno del PD, come rilevano più o meno tutti gli osservatori. Non è detto che questa stabilità regga agli effetti ancora non del tutto misurabili della crisi economica e sociale derivata dalla pandemia. Molti commentatori autorevoli chiedono ora al PD di alzare il prezzo della collaborazione con i 5 Stelle a partire dall’attivazione della richiesta del MES. Intanto le due scadenze principali che stanno di fronte all’alleanza di governo sono la formulazione del piano di recupero che deve essere finanziato dal Recovery Fund dell’Europa e l’approvazione della nuova legge elettorale.  Due passaggi tutt’altro che formali che possono scardinare molti equilibri esistenti.

L’effetto politico del risultato non è coincide necessariamente con le reali tendenze dell’elettorato che l’esito del referendum e il voto delle regionali esprimono. Occorre tener conto che la partecipazione elettorale è stata buona nel contesto del Covid19 ma comunque inferiore a quella che si registra abitualmente alle elezioni politiche. Gli elettori marginali, quelli che si mobilitano solo in alcune occasioni, non sempre si distribuiscono secondo le stesse proporzioni di coloro che hanno votato.

Sull’esito del voto influisce poi l’esistenza di sistemi elettorali maggioritari. Quelli regionali consentono coalizioni molto estese, la mobilitazione di centinaia di candidati, molti famelici di posti nelle istituzioni, in competizione tra loro. Il trasformismo gioca un ruolo importante. I passaggi di campo da un fronte all’altro sono frequenti, a volte giocati sul filo di lana del minuto di scadenza della presentazione delle liste. Questi meccanismi di aggregazione del consenso si perdono in un sistema elettorale proporzionale soprattutto se prevede liste bloccate e non basate sulle preferenze.

Ognuno dei campi politici ha qualche problema da risolvere. La destra resta probabilmente maggioritaria nel paese e dimostra anche di sapere mantenere un ampio consenso dove governa. Non lo dimostra solo il Veneto di Zaia, che ha ereditato e consolidato il vecchio blocco elettorale della DC e dei suoi alleati, ma anche, meno prevedibilmente, la Liguria di Toti, ex di Forza Italia, fondatore di un proprio movimento politico favorevole all’alleanza stretta con la Lega.

La destra ha un formato politico consolidato attorno a tre partiti, ognuno dotato di una propria identità, anche se Forza Italia risulta oggi più precaria per il declino fisico e politico di Berlusconi. In queste elezioni si è presentata con candidati appartenenti alle diverse formazioni che la compongono: due leghisti (Veneto e Toscana), due FdI (Marche e Puglie), un Forza Italia (Campania) e un FI dissidente (Liguria).

L’alleanza funziona per vasi comunicanti, per cui quando una forza politica cala il consenso si sposta su un’altra ma rimane all’interno della coalizione. Così è successo con gli elettori di Forza Italia e quando Salvini ha iniziato a perdere colpi una parte significativa dei suoi elettori delusi si è spostata sul partito della Meloni. Il punto debole dello schieramento è che manca di un leader che unisca una propria identità forte con la capacità di guidare una coalizione plurale.  Salvini ha dimostrato da questo punto di vista di avere molti limiti, ma al momento non ha alternative. E’ riuscito a radicalizzare a destra il suo elettorato, senza perdere la base elettorale del Nord che vota per la Lega “di governo”, ma ha anche polarizzato contro di se l’elettorato opposto favorendone la mobilitazione.

I 5 stelle scontano la difficoltà di aver voluto interpretare un populismo trasversale, mescolando becero qualunquismo, temi di destra anti-immigrazione ma anche un atteggiamento meno subalterno ai potentati economici di quello del centro-sinistra, riuscendo a pescare elettori anche in quest’area. Il problema di questa miscela è che ad ogni scelta in una direzione o nell’altra rischiano di perdere pezzi di consenso. Inoltre l’idea di partito-movimento alternativa ai partiti tradizionali nella pratica si è rivelata un disastro. Ha prodotto una formazione ancora meno democratica e trasparente di quelle dei “vecchi” partiti.

Può vantare il successo nel referendum sulla riduzione dei parlamentari, tema agitato con spirito qualunquista che cavalca sentimenti di rigetto della politica piuttosto che di sviluppo della democrazia. Ma è molto improbabile che ne raccolga i frutti. Se resta schiacciato in un atteggiamento troppo subalterno al PD rischia di trasformarsi nell’ennesimo cespuglio, un approccio troppo conflittuale, in mancanza di una strategia alternativa, li condurrebbe all’irrilevanza. L’unica opzione lasciata intravedere da Di Maio sembra di essere quella di collocarsi come ago della bilancia tra il PD e la destra, potendosi spostare volta per volta come supporto dell’uno e dell’altro campo. Ma non è detto che gli elettori “grillini” che inizialmente si erano mobilitati per sostenere una forza “anti-sistema” che si batteva contro tutta la “vecchia politica”, accetti di sostenere una formazione che ricorda i vecchi e opportunisti giochi di poltrone.

Quanto al PD può contare sul successo dei propri candidati in 3 Regioni su 6 (anche se Giani è più uomo di Renzi e De Luca ed Emiliano sono più dei “maverick”, per usare una definizione americana, figure politiche che giocano in proprio). Ma i dati delle liste del PD, confrontati a quelli di 5 anni fa, sono tutti in negativo: dal meno 2% di Puglia e Campania al meno 5 del Veneto e della Liguria, al meno 10 delle Marche, al meno 12 della Toscana. Col sistema elettorale maggioritario delle regionali questi voti vengono in gran parte recuperati da altre liste della coalizione. In un sistema proporzionale con elevata soglia di accesso come quello che sembra emergere dalla riduzione dei parlamentari e dalla futura legge elettorale, il PD potrà contare in parte sul voto coatto di chi si vuole turare il naso per fermare la destra, ma non potrà contare su una vera e solida coalizione plurale, come invece avverrà per Salvini o chi per lui. Il PD è nato con l’intenzione di rappresentare e inglobare in se tutto il campo del centro-sinistra, lasciando però per strada molta parte del consenso che conquistava una coalizione realmente plurale (anche se a trazione moderata)  com’era l’Ulivo. La stessa sconfitta di Italia Viva è un dato dalle conseguenze ambigue per il PD. Mette ai margini un concorrente fastidioso ma non consolida un possibile alleato nella conquista di settori di elettorato non disposti a votare PD. L’unico partner possibile restano i 5 Stelle, e qui però torniamo al punto di prima. Più cerca di trasformarlo in alleato subalterno e meno voti potrà portare  potrà portare ad una eventuale coalizione.

L’area della sinistra non offre molti elementi di novità. La frammentazione resta elevata. Le liste alleate del PD ottengono risultati mediamente modesti e quasi mai riescono ad entrare nei Consigli regionali. Contribuiscono a vittorie elettorali dalle quali traggono poche briciole. Né sembra aver fatto molta strada l’idea di espandere nazionalmente la lista dei “coraggiosi”, presente in Emilia-Romagna, fornendo ai vari raggruppamenti locali un’identità comune.

L’area della sinistra indipendente dal PD, ottiene anch’essa risultati insoddisfacenti e da nessuna parte si avvicina ad entrare nei Consigli. In alcune situazioni nei quali poteva contare in partenza su qualche chance in più, come Marche, Toscana, Campania, si è presentata divisa più liste. Al momento non si intravede una strategia in grado di farla uscire dalla marginalità elettorale e politica.

Preoccupante lettera a Gualtieri
MAI PIU’ COME PRIMA!

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