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Una guerra tira l’altra?

di Nicoletta
Pirotta

Cosa c’è di meglio dentro un quadro internazionale segnato dalla guerra che dichiararne un’altra?

Ci sta provando la maggioranza della Corte Suprema degli Stati Uniti che vorrebbe abolire in tutto il Paese il diritto all’interruzione volontaria della gravidanza dichiarando guerra al principio di autodeterminazione delle donne che sul loro corpo vogliono avere, com’è giusto che sia, la prima e l’ultima parola.
L’aborto negli Stati Uniti è diventato legale per la sentenza Roe vs. Wade del 1973, quando la Corte Suprema aveva riconosciuto il diritto ad una donna texana di interrompere la gravidanza. Da allora in poi questa decisione è stata oggetto di feroci attacchi, alimentati sia dal credo religioso che insiste a considerare la pratica abortiva alla stregua di un omicidio, sia in parte dalla dottrina politica e legale che rifiuta di affidare in questi casi a dei magistrati la capacità di fare giurisprudenza per delegare la scelta ai cittadini o ai loro rappresentanti.

Il tentativo della maggioranza della Corte Suprema di rovesciare la sentenza Roe vs. Wade che aveva riconosciuto il diritto all’aborto è stato reso pubblico con una fuga di notizie.
Una fuga di notizie quanto mai opportuna che ha fatto sì che le piazze di moltissime città statunitensi si siano riempite di moltissime donne che hanno manifestato il loro dissenso e la loro volontà a difendere i loro diritti.
Del resto negli USA abortire non è cosa facile.
Cinque stati – Georgia, Ohio, Kentucky, Mississippi e Louisiana – hanno approvato leggi che proibiscono l’aborto dopo sei settimane, un periodo in cui molte persone neanche scoprono di essere incinte e in Alabama nel 2019 il governatore ha firmato una durissima legge che potrebbe punire con l’ergastolo i medici che praticano l’aborto.

Va detto che diritto delle donne di scegliere se proseguire o no una gravidanza è un diritto che risulta insopportabile al sistema patriarcale. In ogni parte del mondo.
Il Congresso Mondiale delle famiglie (WCF), cioè il forte movimento globale antiabortista, antifemminista e anti-LGBTQI, su questi orientamenti di fondo ha saputo unire, anche in Europa, le destre fornendo loro “tematiche, linguaggi e iconografie ideali”.
Nell’ottobre del 2020 ben 32 Paesi con governi conservatori, hanno sottoscritto il “consensus di Ginevra” un testo anti-aborto sulla “Promozione della salute delle donne e sul rafforzamento della famiglia”. Una dichiarazione che lancia un chiaro avvertimento alle Nazioni Unite, le quali vengono addirittura diffidate dall’intromettersi nelle politiche dei singoli Stati in materia di tutela alla vita. Fra i firmatari del “consensus” si trovano, tanto per fare qualche esempio, gli Stati Uniti, il Brasile, l’Egitto, l’Ungheria, l’Uganda, la Bielorussia.

In Europa vi sono ancora Paesi dove il diritto all’aborto è negato (Malta, Stato del Vaticano, Liechtenstein, San Marino e nel Principato di Andorra) ed altri con una legislazione fortemente restrittiva, in particolare l’Ungheria e la Polonia dove sono stati sventati i numerosi tentativi del governo polacco di cancellare o peggiorare ulteriormente la legge vigente solo grazie alle straordinarie mobilitazione dei movimenti femministi.

Anche in Italia abortire è una corsa ad ostacoli. La 194/78, cioè la legge che consente l’interruzione volontaria della gravidanza e che pertanto va difesa e curata, ha in sé alcuni elementi di fragilità dovuti al compromesso politico che ne favorì l’approvazione. Mi riferisco agli articoli 2 e 9. Nel primo si dà la possibilità al volontariato di entrare nei consultori e negli ospedali, norma che ha consentito quindi l’ingresso alle associazioni anti-abortiste, mentre nel secondo si consente al personale sanitario la possibilità di utilizzare l’obiezione di coscienza, cioè il rifiuto di praticare aborti. L’ampiezza del ricorso a questa pratica (che ha ormai ha raggiunto una media del 70%, fino a toccare in alcune regioni, per esempio in Molise, punte del 90%) favorisce il ricorso agli aborti clandestini (il Ministero della Salute nella relazione al Parlamento del 2019 approssimava che ogni anno sono fra le 10mila e le 13mila donne che abortiscono in clandestinità).
Anche in Italia le lotte dei movimenti femministi e non solo hanno sin qui impedito che la legge 194 venisse cancellata o peggiorata.

In un quadro così preoccupante risulta evidente quanto la situazione peggiorerebbe se la Corte Suprema dovesse cancellare negli Stati Uniti il diritto all’aborto.
Le mobilitazioni che hanno riempito le strade e le piazze insieme alle dichiarazioni dello stesso Presidente Biden sul diritto di scelta delle donne sembrano allontanare per ora questo pericolo.

Ma è bene non abbassare la guardia perché da tempo siamo di fronte ad un attacco al diritto delle donne all’autodeterminazione che travalica confini e continenti.
Un attacco che ha fortissime ricadute non solo sulla salute delle donne ma anche sul piano della tenuta democratica, specie ora, in presenza di una guerra che sembra volere ridisegnare rapporti internazionali e poteri con l’uso delle armi e della violenza.

Nicoletta Pirotta

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