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Un ricordo… il 20 ottobre di tanti anni fa: il 1980

di Marino
Calcinari

(Alcune note a caldo dopo la conclusione dei 35 giorni di blocco della FIAT a Torino.)

Rimetto a posto queste note molti anni anni dopo, perchè e’ bene che, comunque , la memoria non vada perduta e, ancor più che si possa contestare la riscrittura di questa ed altre vicende. ‘

Ho partecipato coi compagni del PdUP di Torino alla fase terminale di quella coraggiosa, necessaria ma sfortunata mobilitazione popolare. Ricordo le espressioni tristi ed incazzate sul volto dei compagni Citriniti, Patanè, Scicchitano, iscritti e militanti della federazione di via Cavour. Rammento con simpatia il loro calore e la loro ospitalità in una Torino ormai pervasa da un’ umida nebbia, i pasti in fretta nelle piole, poi le riunioni nella polverosa e disadorna sede del partito: ma c’era sempre un continuo viavai di gente, volantini da fare ,e il lavoro non mancava. Sapevamo che avremmo dovuto perdere quella battaglia? Forse sì ma nessuno immaginava le modalità con cui essa si sarebbe consumata.

Qualcuno ironizzava su Benvenuto e su una sua apodittica frase, “ O la Fiat cede o cede la Fiat “, che comunque era sinistramente ambigua, e poi pero’ ci fu Berlinguer ai cancelli, nonostante la moderazione suggeritagli dalla Cgil, e Novelli aveva dato un autobus alla FLM da cui organizzare il servizio stampa ed informazioni.

Venne anche Lucio Magri, ed i compagni, a comizio concluso gli prepararono sul momento un piatto di spaghetti. Ci vennero in aiuto con il quotidiano invio di mezzi e di risorse, le federazioni del PCI. Che organizzarono anche pullmann di volontari, e poi la FIOM nazionale.

Infine venne il giorno in cui in una Torino semideserta, con i negozi chiusi, in un silenzio surreale inizio’ la marcia dei 20.000 della FIAT, contro i lavoratori e contro il sindacato. Di per sé un fatto squallido, e numericamente contenuto che però i media generosamente ( la “Stampa” in primis ), l’indomani, ingrandirono sino al raddoppio. Oggi si potrebbe definire, quel che accadde allora ,un banalissimo anche se ben riuscito esempio di fidelizzazione coatta di massa del dipendente privilegiato, del capetto e del dirigente sapientemente indirizzato contro i soggetti più deboli della catena di comando della Multinazionale torinese. E certamente fu così, ma allora quel fatto fece impressione. E però non riuscimmo a scorgerne la portata, l’avviso che qualcosa anche all’interno del movimento operaio stava mutando di segno. Pochi di noi avevano letto, nei mesi scorsi, il libro di Bocca sul sindacato e sull’ideologia che in esso vi dominava, a sentire quel saccente , una ideologia eccessivamente di sinistra.

Breve digressione: all’esplodere, non improvviso, della crisi Fiat, la federazione del PDUP di Torino ci mise sull’avviso di quello che stava per capitare, ed aveva dato la giusta interpretazione sui 61 licenziamenti che la Fiat aveva di fatto imposto poco tempo prima alla magistratura ed all’opinione pubblica veicolando il nesso o quantomeno la contiguità  tra conflittualità operaia/ vertenza sindacale/ e violenza/terrorismo e che non riguardava solo il sentire comune della cosiddetta maggioranza silenziosa.

Le finalità che quella iniziativa propagandistica si prefiggeva non mirava solo a dipingere o rappresentare gli operai come dei violenti ma a rappresentare le linee di produzione, umanizzate ed attraversate da un decennio di lotta operaia e sindacale, addirittura come luoghi di reclutamento di aspiranti e di manovalanza del partito armato, per invocarne -con presunta giustificazione dinanzi all’opinione pubblica- la loro completa destrutturazione e riconversione con ben altri criteri e filosofia.

La FIAT perseguiva infatti un obiettivo più fine ed ambizioso: la governabilità del sistema fabbrica e dei processi produttivi attraverso il ripristino assoluto di tutte le libertà d’ impresa, ad iniziare dal controllo della forza lavoro che presupponeva il profondo ribaltamento dei rapporti di forza in fabbrica e nella società conquistati dal movimento operaio nel biennio 68-69 e negli anni seguenti. Quindi meditava una ipotesi di rivincita politica, materiale e sociale sul cui orizzonte nessuna mediazione politica sarebbe stata possibile.

A noi del PDUP quella sfilata (corteo?) di signore in pelliccia, di colletti bianchi e cinquantenni incappottati fece pensare all’inizio di qualcosa, sì di spiacevole e funesto, che avrebbe compromesso l’esito della lotta, ma non di definitivo, e non ci azzardammo né in previsioni né in analisi politiche, solo -ma a ripensarci ora vengono i brividi- a qualcuno di noi ricordo’ la sfilata gollista , quella fiumana ininterrotta che convergendo da una sterminata periferia vandeana si ritrovò a Parigi e risali’ gli Champs Elysèes per stroncare il maggio francese nel ’68 senza colpo ferire… e che giunse, però, dopo la minaccia via etere , nemmeno dissimulata, di Pompidou di impiegare l’esercito, e le mitragliatrici , se fosse stato necessario “per far cessare il casino”.

Qui, in sedicesimo la vicenda si ripeteva. E si concluse come sappiamo. Da allora l’Italia non sarebbe più stata la stessa. E quella sconfitta, che ha segnato profondamente tantissime storie individuali , pesa ancora oggi, come un macigno sulle nostre spalle.

Così ho scritto quasi di getto , all’indomani di quella giornata triste e memorabile – la conclusione dei lavori del “Consiglione” FIAT, il cui scopo doveva essere anche quello di ribaltare l’accordo siglato a Roma, non aveva avuto esito positivo – alcune prime osservazioni sulle conclusioni di quella vicenda. (Si tratta d tre pagine di appunti su carta di ciclostile , ingiallita da un pezzo, che ho recuperato dall’oblio di un polveroso raccoglitore dall’ultimo scaffale della biblioteca della Federazione del PRC, una sera di gennaio , di quest’anno 2010, mentre cercavo altri appunti sulle politiche ambientali ed il nucleare per iniziative che devono ancora vedere la luce).

 

Alcune note sulla conclusione della lotta alla fiat

16 ottobre, giovedì.

Due brutte notizie arrivano a Torino. La prima e’ che è morto Luigi Longo, la seconda che a Roma le CGIL-CISL -UIL hanno firmato l’accordo con la Fiat. Un accordo pessimo: niente C.I. a rotazione, mobilità esterna, corsi di riqualificazione esterna, etc. Insomma licenziamenti mascherati e mano libera ai capi in fabbrica. Quel che voleva Agnelli sin dall’inizio.

17 ottobre, venerdi’

Assemblee operaie respingono l’accordo , ma c’è casino in V Lega. All’incertezza ed alla delusione si accumulano e si sovrappongono rassegnazione e fatalismo. Si va comunque a volantinare, e il titolo del nostro comunicato è eloquente. “ IL SINDACATO DEI CONSIGLI NON VA LIQUIDATO”, che denuncia come Cgil Cisl Uil siano arrivati all’accordo esautorando di fatto il Consiglione di Mirafiori. Di cui noi invece sollecitiamo l’immediata riconvocazione per entrare nel merito della vicenda, che riteniamo ancora aperta, e per decidere una nuova fase di lotta. Scrivevamo infatti, a conclusione di uno stringatissimo ragionamento:

“ Il movimento sindacale sceglie di snaturarsi se non sa accogliere e dirigere la volontà espressa dalle assemblee. Questa volontà, la coscienza dei delegati della portata dello scontro, la capacità di mobilitazione della lotta contro la Fiat vale di più dei cortei dei capi.”

Intanto pero’, TUTTO IL NOSTRO QUADRO MILITANTE VIENE ESPULSO DALLA FIAT.

Alcune considerazioni.

  1. Non v’è dubbio che l’esito della lotta portata avanti per 35 lunghi giorni dai lavoratori della FIAT contro l’ipotesi di Agnelli ( riportare l’ordine nella grande fabbrica con i licenziamenti, la cassa integrazione, la mobilità), dopo l’accordo Direzione- Sindacati, ha rappresentato e rappresenta per tutto il M.O. un secco arretramento del livello di potere operaio in fabbrica, e, di più, è una sconfitta che segna la chiusura di una lunga stagione di lotte.
  2. Agnelli è passato, vedi l’intervista al TG 1 e “Der Spiegel”: i licenziamenti avverranno, comunque mascherati. Blocco del turn/over, prepensionamenti, uscite volontarie incentivate, corsi di formazione (sic), scomposizione dei gruppi omogenei in fabbrica, denunce alla magistratura, non rinnovo per molti lavoratori della Cig, che NON a caso è a rotazione solo per due linee di produzione (131, 132). Viene riconfermata la gerarchia di fabbrica e l’attuale OdL, si ritorna agli straordinari e al cottimo – è il caso della manutenzione impianti- che del resto Agnelli ha gia’ richiesto subito all’indomani della firma dell’accordo: i vecchi concetti produttivistici vengono riesumati (parcellizzazione delle mansioni, intensificazione dei ritmi, etc) senza che a cio’ venga almeno conseguentemente collegato un piano di settore che affronti in maniera critica e propositiva i nodi e gli sbocchi dell’attuale crisi.
  3. Il nuovo governo di centro- sinistra è dunque nato sotto gli auspici di una sconfitta operaia ed il segnale che Agnelli ha lanciato ai padroni, grandi e piccoli , dell’industria, sarà presto raccolto. Si tratta ora, per questo governo, e per la grande borghesia, di gestire gli effetti della sconfitta operaia, del ridimensionamento della sua forza contrattuale, che è poi, per altri versi, ed in base ad altre considerazioni, anche sconfitta della strategia sindacale dall’EUR in poi, da un lato e sconfitta dell’opposizione berlingueriana, dall’altro; ulteriore segno di divisioni e fratture nella sinistra, storica e non. Inflazione e/o svalutazione della lira, carovita, taglio della spesa pubblica saranno argomenti all’OdG per il neonato governo Forlani . La crisi in casa PCI, stante lo spessore e il livello delle argomentazioni- accuse che la destra interna scaglia contro Berlinguer, – non avrà certo esito positivo.
  4. Con l’accordo FIAT- OO.SS. sono stati cosi’ espulsi dalla fabbrica delegati, membri di CdF, avanguardie, operai e donne che dal ’69 (ma alcuni anche dal ’62) ad oggi avevano coerentemente lottato contro l’attuale OdL, le gerarchie, lo strapotere padronale e che avevano nel contempo indicato al Sindacato stesso la via da seguire per rendersi effettivamente soggetto/ protagonista di un progetto di trasformazione, sapendosi in cio’ anche rinnovare al proprio interno, con gli strumenti della democrazia di base, della partecipazione, delle decisioni collettive. L’opposto di quello che, con l’accordo , i vertici sindacali hanno fatto , ratificando cosi’ un momento di rottura e di credibilità- interna ed esterna- non facilmente componibile. I quadri che non rimetteranno più piede in fabbrica sono quasi tutti FIM Cisl (DP, CpS) e FIOM- CGIL (PdUP, PCI, IV Internazionale).’
  5. La Uil non è stata toccata.
  6. Forse mai come nel corso di questi 35 giorni, gli operai della FIAT si sono sentiti cosi’ duramente attaccati. Da più parti. E forse fin dall’inizio di questa lunga, drammatica vertenza, ne presagivano l’esito finale. Erano contro di loro i partiti del Cossiga 2, con posizioni diverse e sfumate ma di comprensibile ostilità per la lotta che gli operai conducevano, era contro di loro il silenzio del Partito Radicale, solitamente per altre questioni più loquace, erano loro contro i mazzieri del MSI (è logico “storicamente “ ma è bene dirlo) che si univano ai capetti Fiat quelle mattine davanti ai cancelli per sfondare i presidii, erano contro di loro i più autorevoli organi di informazione del paese, e da Bocca a Montanelli, da Vespa a Scalfari, giornali e TV tutti a pompare il pericolo operaio e ad esorcizzare gli spettri del biennio rosso, spettri che Berlinguer inopinatamente aveva fatto balenare parlando ai cancelli, ed ipotizzando davanti al perdurare dell’intransigenza della Fiat la possibilità di occupare gli stabilimenti. Non a caso ora questi signori, ma è il caso di dire pennivendoli, (il liberale Gobetti 60 anni fa ebbe più coraggio ed autonomia di pensiero nell’affrontare un analogo discorso) parlano di “ sindacato responsabile” , che deve “ controllare” i lavoratori e cogestire le imprese”, e facendo il verso a quegli spezzoni di sindacato ufficiale che la lotta non hanno appoggiato fino in fondo, vedi Benvenuto, questi signori parlano pure di referendum e di “ eliminare i teppisti”, stravolgendo con ciò fatti e situazioni reali. Purtroppo però anche a sinistra c’è chi, con autocritiche fasulle che spostano a destra l’oggetto della discussione (operai- sindacato-democrazia), scivolando sull’opportunismo di maniera ( “si poteva firmare prima!”, o anche “lo sciopero non era necessario!” ) ripropone in modo sterile o strumentale i termini di un dibattito molto vecchio, quasi stantio, che non produce né vera riflessione, ne’ orientamenti politici nuovi, e/ma provoca nella maggioranza dei lavoratori fenomeni negativi che ben conosciamo.
  7. Il fronte di lotta era dunque cosi’ articolato e sostenuto : dalla prima presa di posizione della FLM, e successivamente di CGIL, CISL, UIL di Torino, erano scese in campo , con lo sciopero generale di Torino il 25 settembre, anche CGIL, CISL, UIL nazionali, e successivamente i giovani e gli studenti organizzati da PdUP, FGCI, DP, MLS, LCR,con la manifestazione dell’11 ottobre ed il grande comizio tenuto da Garavini (FIOM) e da Citriniti ( Pdup, sezione Lingotto). Dei partiti della sinistra solo PDUP e PCI sostenevano concretamente e quotidianamente quella lotta , con ogni iniziativa possibile. Berlinguer, anche scoprendosi politicamente nel partito, con il comizio a Torino e dichiarando l’appoggio alla lotta e quel che sappiamo, veicolo’ il contributo del Pci a sostenere col supporto organizzato delle strutture della federazione torinese il peso materiale che quella lotta comportava, quindi la presenza continua di compagni impegnati giorno e notte davanti a tutte le porte. Sostenevano infine le ragioni di quella lotta la Regione ed il Comune, retti da amministrazioni di sinistra, anche se fin dai primi giorni apparivano diverse incrinature, ad esempio tra le posizioni di aperto sostegno del sindaco Novelli e quelle più possibiliste del PSI . Perchè comunque c’ era uno stacco reale tra i presidii ai cancelli di Mirafiori e le trattative in corso a Roma , e tra Cgil, Cisl, Uil di Torino e Cgil, Cisl, Uil nazionali, ed anche tra FLM e Fiom- FIM provinciali, e tra FIOM- FIM e UILM in fabbrica. Questo stacco, con i relativi distinguo, implicava non solo una diversità di vedute “ tattiche “ nel condurre la lotta, ma anche di strategie per gli obiettivi finali che quella lotta di massa imponeva.
  8. Questa articolazione del fronte era saltata con la manifestazione dei capi il 14 ottobre. La Fiat, per quella giornata, riuscì a mobilitare capi, capetti, direttori di filiali e centri di vendita, impiegati, funzionari, anche con rispettive consorti al seguito, utilizzando per la riuscita della manifestazione i mezzi più disparati, dall’arma del ricatto, alla giornata ed al viaggio pagato, dalle telefonate “amichevoli” sino ai più subdoli mezzi di convinzione e coercizione , e gettò questi 20mila- che la stampa ubbidiente subito raddoppiò- sul tavolo della trattativa a Roma . Contemporaneamente , avvalendosi della magistratura , che con una sentenza emessa lo stesso giorno, dal Tribunale di Torino, aveva dichiarato “ illegittimo ed illegale il blocco dei cancelli”, la FIAT aveva i fatto ottenuto il solerte invio di PS e carabinieri davanti alle porte per sollecitare lo sblocco dei presidii. La resistenza operaia sembrava annichilita, e questa sensazione era certo già presente nell’animo di molti compagni. La maggioranza del vertice sindacale decise così di bruciare 35 giorni di lotta firmando e rinunciando, pur avendone le possibilità, a gettare su quello stesso tavolo la forza di 500mila lavoratori organizzati nello sciopero generale di 8 ore che aveva attraversato Roma.

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I miei appunti terminarono qui per quella sera.. ancora un giorno e poi il 20 avrei dovuto riprendere servizio all’ufficio postale di Opicina.

Resto dell’idea, in conclusione, dopo avere a lungo riflettuto su quanto si scambiarono in una accesa discussione, cui marginalmente presi parte, Campetti e Serafini, che qualcuno tirò un respiro di sollievo quando gli accessi a Mirafiori si resero liberi.

Sull’opportunità di dare seguito o meno, sempre che la cosa fosse stata possibile, ai blocchi dopo la firma dell’accordo e dopo la marcia dei 20mila le opinioni fra i due divergevano, forse riflettevano il dualismo partito/giornale, uno parlava di continuare , l’altro di gestire l’accordo, se spazi ce ne sarebbero stati. Sicuramente l’occupazione della Fiat da quel momento in poi diventava impraticabile, col sindacato dei consigli messo all’angolo, anche se il PCI aveva già cominciato a pianificare questa possibilità.. Ma si sapeva che c’era una minaccia reale nell’aria, l’impiego della forza da parte del governo e dunque l’utilizzo di esercito e CC per far sgombrare i blocchi e le barricate ( che non ci furono).

In caso di continuazione della vertenza sarebbero dunque entrate in azione le autoblindo, e la conclusione della vicenda avrebbe potuto avere un esito ancora più infelice, sanguinoso e drammatico .

Allora non lo sapevamo, ma sicuramente ANCHE un esito del genere, visto il contesto di allora, qualcuno aveva già calcolato e messo in conto.

Capimmo amaramente che mentre a Danzica la lotta operaia poteva vincere , a Torino questo era diventato ormai impossibile.

Sicuramente da quel giorno tutto per la sinistra cambio’.

Marino Calcinari

Trieste 16 gennaio/21 giugno 2010.

 

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