Il 29 giugno di quest’anno in una retata sono stati catturati tra 15 e 18 ragazzi che erano in fila per il cibo. Sono stati portati in prigione in Israele. Tutti bastonati e violentati per circa un mese (Australian Broadcasting Company). Le tracce delle torture erano ancora visibili sui loro corpi. Le bastonate sui piedi, non sulla pianta, ma sul dorso.
IDF risponde: “Gli abusi sui detenuti sono strettamente vietati”. Botte, torture e aggressioni sessuali. Elettrocuzione, insulti, torture fisiche e psichiche. Detenzione per una settimana in una cella di un metro quadrato. Senza finestre. Tutti avevano ancora ai polsi i segni delle manette, qualcuno ai polsi e alle caviglie. Non esistono perché sono strettamente vietati dal codice penale e non vengono prescritti dallo Spirito di Tsahal.
Gli interrogatori vertevano sull’attacco del 7 ottobre.
“Mi chiedevano cosa sapevo, cosa avevo visto. Chiunque arrivava voleva picchiarmi. I maschi giocavano con i miei genitali e mandavano a chiamare i soldati donna per prendermi in giro e toccarmi”. Il ragazzo voleva morire.
Come lui, tutti gli altri denunciano abusi sessuali sistematici nonostante debbano superare la vergogna che un’esperienza del genere comporta nella società palestinese.
Venivano spogliati per verificare che non nascondessero armi. Ogni giorno, in prigione, per un mese e passa. Gli interrogatori si facevano così.
Il dottor Khaled al-Sir, detenuto per 6 mesi nel 2024, conferma di aver subìto gli stessi abusi. Palpeggiavano i genitali, infilavano bastoni e spray al peperoncino nell’ano. Lo spray anche negli occhi. Una volta rilasciati, i ragazzini sono presi in giro da quegli stessi soldati che li hanno torturati o da quelli che non erano lì ma sanno cosa succede nei posti di polizia e nelle carceri e li chiamano checche, froci.
Tutti i prigionieri di Sde Teiman raccontano le stesse storie. Bastonature, manette, torture fisiche e psichiche, violenze sessuali.
In un rapporto del luglio 2025, le Nazioni Unite parlano di violenza sessuale perpetuata durante la detenzione sia in Israele che nello Stato di Palestina, anche come forma di tortura (oltreché di divertimento). Ci sono anche foto di questi abusi, ma i media occidentali non considerano conveniente pubblicarle.
Gli abusi vengono commessi per ordini espliciti o con l’implicito incoraggiamento di alti gradi civili e militari. È una politica intenzionale.
Tortura di stato
I torturatori sono stati denunciati dalle vittime come appartenenti all’esercito (IDF), all’ISA (Israeli Security Agency) all’IPS (Israeli Penitentiary Service), Aman (Military intelligence), Shin Bet (ISA, Israel Security Agency, Shabak) e Mossad (Israeli Secret Service).
Il libro edito da Zambon nel 2017, Torture in Israele, riporta le testimonianze di abusi e torture subite da 116 detenuti imprigionati da 3 a 58 giorni nel Centro di interrogatori di Shikmi (v. articolo pubblicato su Peacelink).
Benvenuti all’inferno presenta invece il rapporto di B’Tsalem “Sul trattamento dei prigionieri palestinesi e le condizioni disumane cui sono stati sottoposti nel corso degli ultimi mesi”. È la testimonianza di 55 palestinesi, 4 dei quali cittadini israeliani.
Cell N° 26, a cura del collettivo Addameer-Prisoner Support and human rights in Israel Association) presenta un’articolata indagine a partire da 205 casi di detenuti seguiti legalmente da Addameer tra gennaio 2019 e giugno 2020. Il Collettivo medici per Gaza ha pubblicato nell’ottobre 2025 l’opuscolo La tortura come strumento genocidario in Palestina. Focus sugli operatori sanitari.
Una avvocata ebrea israeliana che ha rappresentato molti detenuti palestinesi ha testimoniato che nella sua personale esperienza la tortura come pratica consolidata di massa era già presente nel 1971 e continua ancora oggi. Attorney Lea Tsemal, Notes on the history of torture in Israel1. Sulla sua esperienza è stato girato un documentario, Advocate (2019), presentato al Sundance Festival. Ha perso tutte le sue cause.
Lancet, forse a più prestigiosa rivista medica al giorno ha invece pubblicato Amnesty Report on the torture in Israel2.
I novantasette detenuti uccisi negli ultimi 10 mesi nelle carceri israeliane di cui ha scritto Gideon Levi su Haaretz non possono più testimoniare.
L’Alta Corte di Israele autorizza l’uso della tortura contro i prigionieri palestinesi a cominciare dalla spazio vitale: più di dieci anni fa aveva accettato che lo spazio vitale fosse aumentato fino a 2,5 metri per prigioniero (nei Paesi europei lo spazio vitale è stabilito in 6 metri quadri). La questione viene dibattuta dai magistrati, tutti rigorosamente ebrei perché il cittadino israeliano di religione musulmana o cristiana non può accedere alla magistratura. Se ne discute per dieci anni e, alla fine, la polizia penitenziaria e i servizi segreti ottengono un rinvio di dieci anni. Poi di altri dieci anni. Poi arriva il 7 ottobre e guai anche solo a parlarne. Di proroga in proroga nulla è stato fatto e le celle vanno da un metro quadrato per un detenuto a due e mezzo-tre per due detenuti. Questo significa stare seduti o sdraiati 24 ore al giorno, tutti i giorni.
Le linee guida per gli interrogatori del Servizio di sicurezza generale (Shin Bet o Shabak) autorizzano “una moderata pressione fisica”.
La Commissione Landau istituita nel 1987 per verificare la situazione accertò che la tortura era una pratica corrente per lo meno dal 1971. Gli agenti del Servizio di sicurezza generale mentivano sistematicamente di fronte ai tribunali sulle pratiche di tortura; e comunque la Commissione nel 1989 considerò legittima la tortura nella fattispecie di una moderata pressione fisica e allegò al suo rapporto delle linee guida.
Tali linee guida non sono mai state rese pubbliche per decisione del 1993 dell’Alta Corte di Giustizia.
Inoltre nel 1999 sono stati vietati dall’Alta Corte di Giustizia alcuni trattamenti di tortura. Tra questi: l’accovacciamento prolungato; gli ammanettamenti dolorosi; lo scuotimento3; l’incappucciamento; l’esposizione a musica a tutto volume.
Siamo di fronte a una sentenza giuridicamente aberrante: non solo la tortura viene “ammessa e giustificata in circostanze estreme”, escludendo la responsabilità penali per chi vi faccia ricorso, ma accettando il principio che la tortura sia ammissibile purché si limiti a una moderata pressione fisica. Tocca oltre tutto al giurista, non potendo decentemente elencare le torture consentite, fare una lista delle poche vietate. La cosa è assurda, ma anche stupida, perché colloca Israele automaticamente al di fuori del consesso delle nazioni civili.
Per avere le mani totalmente libere l’IDF e le forze di sicurezza invocano la “legge sui combattenti illegali” che nega ai palestinesi lo status di prigionieri di guerra, l’accesso alla difesa legale, l’habeas corpus.
Che cosa produrrà nella società israeliana, una volta lasciata la divisa, questo esercito di predatori sessuali, di abusatori violenti (uomini e donne) ritornerà nella società civile? Si tenga conto che alla violenza sessuale collettiva non ci si può sottrarre: coinvolgere tutti vuol dire non avere testimoni scomodi se non le vittime che in Israele nessuno vuole ascoltare. A cominciare dal procuratore militare capo.
Il codice morale dell’IDF
Secondo l’IDF Moral Code, che in realtà non è tale, né si chiama a quel modo, “La più alta priorità è minimizzare il danno alla vita dei combattenti dello Stato” rispetto “al danno alla vita di altre persone al di fuori dello Stato che non siano implicate nel terrore, quando non sono sotto il controllo effettivo dello Stato”. I civili palestinesi non detenuti, insomma.
In altre parole, la vita del soldati dell’IDF ha la precedenza sulla vita di civili innocenti non ebrei israeliani. Con questo si rifiuta la regola universale che i non-combattenti hanno la preferenza sui combattenti. Questo hanno scritto il professor Asa Kasher (1940), professore di filosofia morale all’Università di Tel Aviv e il maggior generale Yoram Yair nel loro articolo del 2005, Ethics of Fighting Terror: an Israeli Perspective4, che difendeva il Codice implementato sperimentalmente nel 1994 e lasciato cadere dall’IDF nel 2001 per motivi mai ufficialmente chiariti, anche se intuibili.
Dopo l’attacco a Gaza del 2008 e i 1.419 palestinesi uccisi (82% dei quali civili, secondo fonti israeliane), il colonnello Harzi Halevi aveva scritto: “Primo, completare la missione. Secondo, difendere l’incolumità dei soldati e, finalmente minimizzare il danno alla popolazione palestinese e un altro comandante”. E un suo collega aveva detto: “Io voglio l’aggressione! Se un edificio è sospetto, lo abbattiamo. Se c’è un sospetto in un piano dell’edificio, gli tiriamo un razzo. Nessun’altra opzione. Se c’è l’alternativa noi o loro, saranno loro. Nessun’altra opzione. Se qualcuno si avvicina disarmato e continua ad avvicinarsi nonostante l’ordine di arresto [in ebraico] è morto. Niente altre opzioni. Che gli errori si prendano la loro vita, non la nostra”.
Sono solo due tra le tante affermazioni, dichiarazioni, direttive e interviste di alti ufficiali dell’IDF che spiegano in concreto che cosa voglia dire codice morale per l’IDF e che sono state raccolte da Ali-Khalidi in un saggio pubblicato dopo la guerra di Gaza del 20085.
Asa Kasher (n. 1940, figlio di un talmudista) oltre che co-autore del codice etico dell’IDF del 1996, è autore di una versione emendata della Direttiva Hannibal. Nell’Università di Tel Aviv è stato professore di Etica professionale e Filosofia della pratica.
Per quanto nel 2000 sia stato insignito del Premio Israele per la Filosofia, su Academia ha 462 followers e 19.680 views. Una sua valutazione dello stato dell’etica nell’IDF ha avuto 23 lettori. Non sono molti per il divo della filosofia morale israeliana.
In realtà il codice etico dell’IDF di cui si sente spesso parlare è stato abbandonato nel 2001 e riscritto in forme meno vincolanti dal generale di brigata Elezar Stern col nuovo nome di Spirito dell’IDF: questo accadeva dopo l’inizio della Seconda Intifada “per rispondere alla crescita del movimento dei refusnik che si rifiutavano di servire a Gaza e in Cisgiordania”5, col rischio di essere abbattuti dai propri colleghi.
Tuttavia, per motivi propagandistici, sul sito di IDF viene ancora citato come Ethical Code of the IDF, una paginetta in tutto, cui è stata aggiunto il paragrafo “La purezza delle armi”, che recita: “I soldati di IDF non useranno le loro armi e la loro forza per fare del male a esseri umani che non siano combattenti o prigionieri di guerra e faranno ciò che è in loro potere, potere per evitare di causare danni alle loro vite, corpi, dignità e proprietà”.
Successivamente è stato aggiunto un altro breve paragrafo, “Dignità”, che dice: “IDF e i nostri soldati sono obbligati a tutelare la dignità umana. Ogni individuo ha un valore intrinseco, senza riguardo dell’etnicità, religione, nazionalità, genere e stato)”. “Dignità” è uno dei 4 valori fondamentali e chi l’ha scritto è stato ben attento a non dire che tutti gli individui sono uguali e hanno lo stesso valore: a ciascuno il suo valore.
Il testo del nuovo codice etico, se esiste, non è pubblicato nella sua integrità.
Preparazione teorica al genocidio
Giornalista di +972 e regista del documentario No other land (miglior documentario al Festival di Berlino del 2024), Yuvel Abraham si è iscritto a un corso introduttivo sul genocidio organizzato dalla Open University di Israele che, con 47.000 studenti, è una delle più grandi università di Israele e anche una di quelle che sostengono l’apartheid dei palestinesi con maggiore convinzione.
Lo scopo dichiarato del corso era spiegare ai 20 partecipanti israeliani che cosa è un genocidio e perché Israele non sta commettendo un genocidio. Il succo sarebbe stato questo. È vero, Israele sta distruggendo Gaza, ma non lo fa con l’intento di “distruggere un gruppo come tale”, ma per scopi militari.
Insomma, lo fa ma non con cattive intenzioni. Senza quell’intento, indicato dalla Convenzione sul genocidio, il genocidio non esiste. La definizione viene erosa fino al punto da non esistere più.
Il genocidio, come detto mille e mille volte, non sta solo nel numero delle vittime e nell’intenzionale sproporzione tra vittime civili e sospetti combattenti, ma sta nell’intenzionale cancellazione di quanti rappresentano il tessuto di collegamento di un popolo e la sua memoria storica. Gli imputati non dovranno rispondere solo del numero delle vittime la cui strage attribuiranno al perseguimento di obiettivi militari, ma delle campagne intenzionali per sopprimere giornalisti, medici, amministratori e insegnanti colpiti intenzionalmente in una percentuale assolutamente non comparabile alla restante popolazione. Questo è uno degli aspetti che permettono di parlare di genocidio e non di una indefinita strage.
Attualmente la maggioranza dei soldati e degli ufficiali dell’IDF si ripara dietro la scusa di aver perseguito obiettivi militari e questo anche se, per tener sgombra una strada riservata all’esclusivo passaggio di veicoli israeliani, uno stesso reparto ha ucciso oltre 100 persone inermi che cercavano di attraversarla perché non avevano altro modo di procurarsi acqua o cibo.
Erano nella quasi totalità donne e bambini e c’è una totale sproporzione tra i numeri di quel massacro e lo specifico obiettivo militare6.
Quei soldati e ufficiali che giustificano trecento e passa morti innocenti se l’obiettivo è fare giustizia sommaria di un dirigente di Hamas, sono disposti ad accettarli anche se le indicazioni dell’intelligence sono incerte e imprecise e questo perché l’obiettivo militare è in fondo irrilevante rispetto all’intenzionalità del genocidio che, come abbiamo più volte ripetuto, è crimine collettivo che richiede una partecipazione collettiva.
Del resto, le ammissioni in questo senso vengono proprio dal campo genocidario. L’ex capo dell’intelligence Aharon Aliva ha detto: “Per ciò che è accaduto il 7 ottobre, per ognuno di quelli che sono morti il 7 ottobre, 50 palestinesi devono morire. Bambini o no io non sto parlando di vendetta, ma di un messaggio per la futura generazione. Hanno bisogno di una Nakba adesso e devono provarne il costo”.
Non è un discorso nuovo, è un discorso che viene ripetuto da cento anni.
I soldati apertamente e dichiaratamente genocidari – e sono molti – non fanno alcuna fatica ad andare d’accordo con quelli che pensano di giustificare le loro azioni come operazioni contro obiettivi militari: li considerano solo un po’ fessi e troppo chiacchieroni, ma comunque utili: in fondo fanno la stessa cosa.
Ai tempi dell’invasione dell’Unione Sovietica, per giustificare l’impiccagione dei bambini le autorità di occupazione tedesche, non potendo dire che impiccavano partigiani di 3 anni, dicevano che erano saccheggiatori.
Se il raggiungimento dell’obiettivo militare è così importante, i soldati che accettano la morte di trecento persone per raggiungerlo, lo avrebbero fatto sapendo che tra quei trecento c’era anche un ostaggio israeliano? Sicuramente no, ti dicono tutti. I palestinesi non contano, sono disumanizzati. L’israeliano è una persona. Eppure in qualche caso anche il soldato e il civile israeliano possono essere sacrificati per la maggior gloria del sionismo
La direttiva Hannibal
Detto in breve, la direttiva Hannibal è quella che autorizza gli ufficiali dell’IDF a dare ordine di sparare su un militare israeliano che sta per essere catturato dal nemico. Il motivo è evidente, da quando il governo israeliano fu costretto a interminabili negoziati e al rilascio di oltre mille detenuti in cambio del soldato Gilad Shalit che era stato catturato nel 2006.
Come per gli ostaggi, la direttiva Hannibal e le singole applicazioni di essa hanno suscitato infinite discussioni in Israele ed è uno degli argomenti in cui si ha la maggior fuoriuscita di notizie dall’interno dell’esercito. I soldati semplici pensano che gli ufficiali si sottraggano a un rischio di cui sono consapevoli. Uno dei rari casi della cattura di un ufficiale avvenne il 1° agosto 2014 ai danni del tenente Hadar Goldin.
La direttiva Hannibal prevede che si spari ad ogni cosa sospetta, ad ogni veicolo in movimento, che è quanto è successo anche il 7 ottobre, quando la procedura fu dichiarata, non sappiamo a che ora.
In una video-intervista al quotidiano Haaretz, il colonnello della riserva Nof Erez sostiene che, in base alla Direttiva Hannibal, quel giorno aerei, elicotteri e missili bombardarono tutto ciò che si muoveva tra Kfar Aza e la Striscia di Gaza, ma bombardarono anche le case israeliane dell’insediamento. Nella situazione di risposta caotica e indiscriminata all’attacco di Hamas, gli equipaggi dei velivoli e i droni non distinguevano più tra ebrei e palestinesi, civili e militari.
Dopo qualche esitazione Erez ammette: “A un certo punto la direttiva Hannibal è stata apparentemente impartita. Un Hannibal di massa che non poteva che aumentare danni e confusione perché – spiega – per vent’anni eravamo stati addestrati a eseguire la Dottrina Hannibal7 (sic!) in un solo scenario: un veicolo palestinese che fugge dalla scena con un prigioniero israeliano. Ma qui era un Hannibal di massa, con un’infinità di aperture nella recinzione e migliaia di persone in veicoli di ogni tipo, con o senza ostaggi”. Anche se Erez non precisa l’ora, da altre fonti apprendiamo che la direttiva Hannibal è stata impartita verso le 12.30, sei ore dopo l’attacco iniziato alle 6.308.
La Direttiva Hannibal aderisce al principio che un soldato morto è meglio di un prigioniero.
Fu elaborata, a quanto pare, nel 1986, quando due soldati morirono, presumibilmente ma non sicuramente, dopo la cattura e i loro corpi furono restituiti da Hezbollah dieci anni più tardi e la cosa più probabile è che in quei dieci anni siano rimasti seppelliti in un cimitero.
Esistono diverse formulazioni della Direttiva. Maariv9 ha rilasciato le seguenti riferendole al 2014: “Durante un rapimento, il compito principale diventa salvare i nostri soldati dai rapitori, anche a costo di far male o ferire i nostri soldati”. “Se i rapitori e rapiti vengono identificati e le chiamate non vengono ascoltate è necessario sparare con un’arma da fuoco per abbattere i rapitori o arrestarli”. “Se il veicolo o i dirottatori non si fermano, si dovrebbe sparare intenzionalmente, individualmente per colpire i dirottatori, anche se ciò comporta di colpire i nostri soldati. Questa direttiva comporta un commento aggiuntivo “In ogni caso si dovrà fare di tutto per fermare il veicolo e non lasciarlo scappare”.
La Direttiva non è automatica e applicabile a discrezione, ma necessita di essere autorizzata dall’ufficiale sul campo, dove per officer s’intende qualsiasi graduato da caporale in su10.
Scomparsa nel 2001, per le preoccupazioni dei soldati riservisti ai tempi della prima Intifada in quanto evidentemente non avevano voglia di farsi sparare addosso dai commilitoni, era stata rivista e ripristinata da parte del capo di Stato Maggiore Benny Gantz nel 2006, dopo la cattura del soldato Gilad Shalit nel giugno di quell’anno. Shalit fu liberato solo nel 2011, in cambio di 1027 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri e nei campi di concentramento israeliane.
Ufficialmente revocata nel 2016 secondo quanto ha scritto il New York Times del 29 giugno 2016, è stata ripristinata nel 2017 e sostituita con tre direttive separate (True Test, Tourniquet e Guardian of Live).
La direttiva Hannibal in fondo non è poi così difficile da mettere d’accordo col codice morale dell’IDF.
Come disse nel 1999 il Capo di Stato Maggiore dell’IDF, Shaul Mofaz, in un’intervista a Yedoth Ahvonoth: “Un soldato rapito a differenza di uno che è stato ucciso è un problema nazionale”. Presumibilmente rispondeva a una domanda sul soldato Naoshon Wachsman, preso prigioniero e ucciso nel 1994 in un tentativo fallito di liberazione.
La Direttiva Hannibal peraltro non viene neanche giustificata dalle condizioni di estrema degradazione e violenza in cui vengono tenuti i prigionieri; quelle si trovano caso mai in Israele dove per lo meno dagli anni settanta si rinnova la polemica su quelle condizioni, che hanno registrato dopo il 7 ottobre un crudele peggioramento.
Dopo il caso di Naoshon Wachsman ci fu nell’anno 2.000 il caso cosiddetto delle Sheban Farms11 dove furono catturati 3 sergenti. Hannibal distrusse un convoglio di 26 veicoli che li trasportava e i tre “furono trovati morti”.
Un caso emblematico
Di recente la stampa e le televisioni israeliane sono state letteralmente sommerse da uno scandalo legato alla tortura dei detenuti, ma lo scandalo non era la tortura bensì il fatto che un generale dell’esercito israeliano, e più precisamente un generale donna, Yifat Tomer-Yerushalmi, fosse stato accusata e arrestata per aver fatto circolare un video che mostrava senza possibilità di equivoci una delle torture più feroci e brutali di cui ci sia memoria in Israele che pure può fornire sulla tortura una ricchissima silloge. Lo scandalo era reso più fragoroso in quanto Tomer-Yerushalmi era fino al 31 ottobre scorso il capo della Procura Militare, il Military Advocate General o MAG.
Che cosa è il MAG
Il Military Advocate General (MAG) è l’ufficio responsabile dell’applicazione della legge da parte dell’IDF. Prima della fondazione dello Stato di Israele era il Servizio Legale dell’Haganah. Inizialmente Military Prosecutors, divenne MAG nel 1950. Dal 2015 presiede il LOAC, Law of Armed Conflict, prestigiosa conferenza internazionale sugli aspetti legali dei conflitti armati.
Fornisce l’accusa e la difesa nei processi davanti ai tribunali militari12.
Ha la supervisione sui centri di detenzione dell’IDF.
Il capo del servizio è membro dello Stato Maggiore, ma non è professionalmente subordinato al Capo di Stato Maggiore.
Un articolo fondamentale sulle funzioni del MAG è stato pubblicato su Air Force Law Review (Vol. 5, 2002), a firma di Yifat Tomer-Yerushalmi, l’attuale capo del MAG, dimessasi il 31 ottobre 2025 e licenziata e arrestata il 2 novembre e del MAG di allora Benachem Frankestein. L’articolo s’intitola The Israeli Military Legal System, Overview of the present situation and glimpse into the future e fornisce tuttora il quadro più esaustivo della funzione e del ruolo del MAG.
Il capo del MAG è nominato dal Ministero della Difesa su suggerimento del Capo di Stato Maggiore e fa parte dello Stato Maggiore. E’ subordinato al Capo di Stato Maggiore in linea di principio, ma lui/lei e il suo staff sono completamente indipendenti nelle aree di loro pertinenza. Tuttavia, molti ufficiali del MAG sono nominati dal Capo di Stato Maggiore direttamente.
Ciò detto il MJL13 dice (Sez. 539) che il MAG può ordinare l’inizio di un’indagine della polizia militare investigativa a seguito delle risultanze di un’indagine militare solo dopo aver consultato un alto ufficiale con il grado di almeno di Maggiore Generale.
Il MAG può incriminare un militare per qualsiasi reato anche che non abbia a che fare col servizio militare. I procedimenti di disciplina in condizioni ordinarie, cioè gestite dal corpo di appartenenza sono circa 200.000 l’anno e danno luogo a richiami, consegne e consegne di rigore.
La consegna è una punizione per mancanze o colpe che turbano l’ordine e la disciplina. Il comandante di corpo può decidere di non procedere con l’azione penale anche per atti che costituiscono reato.
Nella sua lettera di dimissioni del 31 ottobre, Tomer-Yerushalmi ha scritto di aver reso pubbliche le prove dell’abuso del 5 luglio per rispondere all’idea che l’esercito stesse perseguitando i suoi propri soldati. Questo creava un pericolo, un rischio per i tentativi di applicare la legge militare, citando l’irruzione a Sde Teiman. La lettera pubblicata dal Times of Israel come “integrale” è viceversa stata purgata del passo in cui Tomer-Yerushalmi spiega le sue ragioni, sia pure edulcorandole.
La violenza
La violenza in sé ha interessato assai poco la stampa israeliana, ma, anche se orrenda ci pare giusto che il lettore se ne faccia un’idea.
E’ il 5 luglio 2024. Siamo nella base militare di Sde Teiman, conosciuta come l’inferno, dove vengono abitualmente detenuti i prigionieri palestinesi. Il video all’origine dell’arresto e del tentato suicidio del capo del MAG mostra i soldati che, tentando di nascondersi malamente dietro degli scudi della polizia, operano un’aggressione sessuale in una grande sala dove oltre 30 detenuti sono sdraiati a terra proni, ammanettati e incappucciati, guardati a vista da 3 militari incappucciati. Sono soldati della riserva, padri di famiglia, colleghi di ufficio.
Il prigioniero viene sodomizzato a turno con un coltello, causando molteplici ferite e lasciato a terra in una pozza di sangue. Fine del video.
Il detenuto è arrivato in ospedale in serio pericolo di vita, dice un infermiere che ha familiarità col caso ed è stato operato d’urgenza per lacerazione e perforazione del retto e rottura dell’intestino. Ha le costole rotte e serie lesioni al polmone.
E’ il 25 luglio quando la polizia militare arriva a Sde Teiman per procedere agli arresti dei sospetti responsabili, si scontra con la resistenza dei soldati e dei loro commilitoni. Poi una folla guidata da deputati e da un ministro fa irruzione nella base impedendo l’arresto. Avrebbe potuto essere l’inizio di quella guerra civile auspicata da Ilan Pappe, ma così non è stato.
In ottobre il detenuto viene rilasciato nel quadro dello scambio di prigionieri e rimandato a Gaza. Contro di lui non ci sono accuse, come non ce n’erano durante i 15 mesi di prigionia.
Cronaca di eventi poco gloriosi
5 luglio 2024: un’aggressione sessuale di estrema violenza a Sde Teiman viene ripresa da una telecamera di sorveglianza.
25 luglio 2024: interviene la polizia militare su mandato del MAG. I militari sospettati resistono all’arresto appoggiati da un intervento dall’esterno.
Agosto 2024: il video in questione viene consegnato da Tomer-Yerushalmi a Canale 21 che lo manda in onda.
I tre casi giudiziari aperti in conseguenza dei fatti14, restano tutti silenti fino alla fine di ottobre 2025 dopo che tutti i prigionieri ancora vivi sono riconsegnati a Israele. Il caso è chiuso (suppergiù).
29 ottobre 2025: il ministro della difesa Katz dice che, a seguito dell’indagine sulla fuga di notizie, Tomer-Yerushalmi è stata messa a riposo.
1° novembre: Eli Cohen, membro del gabinetto di protezione dei soldati dichiara “Tomer-Yerushalmi avrebbe dovuto essere il giubbetto di protezione dei soldati… invece li ha pugnalati alla schiena… prendendosela con dei soldati della riserva che hanno lasciato le loro case per difendere tutti noi… non ci sono parole per descrivere una cosa del genere”.
2 novembre: Netanyahu rincara la dose dicendo che “si tratta del più severo attacco propagandistico nella storia di Israele, un danno enorme alla sua reputazione, a quella dell’IDF e ai nostri soldati”.
2 novembre: il ministro della giustizia licenzia Tomer-Yerushalmi che scompare per essere ritrovata solo a tarda notte nei pressi della spiaggia di Tel Aviv dopo essere stata cercata anche con i droni. Il suo telefono è scomparso e lei viene portata in una prigione femminile di Central Israel.
2 novembre: Tomer-Yerushalmi trova modo di far circolare una lettera ai famigliari nella quale denuncia di essere stata sottoposta a pressioni e ricatti dopo la faccenda del video. Consapevole dei crimini che venivano ripetutamente commessi da membri dell’IDF a Gaza e non solo. non ha proceduto contro nessuno di essi per codardia.
3 novembre: Tomer-Yerushalmi viene portata davanti al magistrato ordinario che prolunga l’arresto fino al 5 novembre con l’accusa di frode, abuso di fiducia e ostruzione alla giustizia. Tutto questo lo pubblica ABC del 3 novembre, h. 10:24.
7 novembre: dopo una ricerca affannosa il telefono si ritrova e la Corte decide di accogliere la richiesta della polizia di prolungare l’arresto di Tomer-Yerushalmi sotto forma di arresti domiciliari per 10 giorni con divieto di comunicazione fino al 31 dicembre.
7 novembre: nel frattempo, il procuratore di stato fa in modo di avocare a sé il procedimento per la fuga di notizie che riguarda Tomer-Yerushalmi, dopo che il procuratore generale Baharav ha respinto la supervisione impostale dal ministro della giustizia Levin. Aspra polemica tra i due.
8 novembre: Tomer-Yerushalmi tenta il suicidio.
9 novembre: viene ricoverata in ospedale.
Cosa insegna questo caso
Per qualche giorno questa vicenda ha avuto largo spazio sui media israeliani. D’altra parte non è cosa di tutti i giorni che un alto ufficiale dell’IDF, addirittura un maggior generale, sia arrestato mentre il primo ministro e i suoi ministri ventilano l’accusa di alto tradimento, anche se quest’accusa non è stata ufficialmente formulata.
La prima riflessione è che l’opinione pubblica ebreo-israeliana dibatta accanitamente se la generale abbia fatto bene o male a rendere pubblica l’atroce violenza. Del fatto in sé, cioè della violenza e della sua vittima, sembra che non interessi niente a nessuno, anche perché tutti sanno che è un fatto di ordinaria amministrazione; e anzi la vittima dovrebbe essere grata di non essere stata uccisa come è successo a tanti. Grata di essere stata curata, a dimostrazione di quanto sia morale e umano il trattamento che Israele riservi ai propri prigionieri. Grata di essere stata liberata dopo oltre un anno di detenzione amministrativa, senza che nessuno abbia formulata alcuna accusa contro di essa.
Sappiamo che la vittima è scomparsa, ributtata nell’inferno di Gaza. La sua sorte in Israele non importa a nessuno.
Nessuno in Israele si sognerebbe di fare delle scuse a questa persona e tutto questo vale sia per gli estremisti più feroci che per i sedicenti liberali che odiano Netanyahu. D’altra parte, come ha scritto Gideon Levy su Haaretz, è proprio nel centrosinistra che si trovano i più fanatici sostenitori dell’IDF, quelli disposti a concedergli qualsiasi cosa e a ignorare anche i suoi atti più spregevoli.
Se Tomer-Yerushalmi pensava che, nella sua impari lotta con il governo e larga parte dell’opinione pubblica, avrebbe trovato una sponda da quella parte, ha sbagliato i suoi calcoli; mentre Netanyahu ancora una volta ha dimostrato di avere quell’abilità politica che da più di vent’anni lo mantiene al potere in Israele.
Non solo ha tratto il massimo vantaggio politico del caso in quanto, per oltre un anno ha congelato la procura militare e ottenendo che nessun caso venisse aperto dopo il caso in questione, mentre un genocidio era in corso. Si è destreggiato abilmente tenendosi apparentemente distaccato dal caso per evitare che le eventuali proteste per esso si associassero a quello dei parenti degli ostaggi; e solo quando il “caso ostaggi” è stato chiuso ha lanciato un attacco di estrema violenza contro Tomer-Yerushalmi e lo ha fatto perché conosce perfettamente l’opinione pubblica del suo paese.
Sa, meglio di ogni altro, quale profondo degrado morale fermenta in quell’esercito; e, d’altra parte, non si può chiedere a un esercito di sterminare un popolo, consentendogli ogni genere di crimine e aspettarsi che non ne venga fuori un esercito che sguazza nel crimine. La disciplina e l’ordine sono seriamente compromessi e la sua capacità bellica fortemente ridotta, ma finché questo esercito deve affrontare con un’enorme potenza bellica un’inerme popolazione e qualche centinaio di guerriglieri armati di armi leggere, la cosa non ha nessuna importanza.
Sa perfettamente che l’opinione pubblica israeliana, a cominciare da quella cosiddetta liberale, adora questo tipo di esercito ed è disposta a chiudere gli occhi di fronte a qualsiasi malefatta e a respingere con furore qualsiasi denuncia di comportamenti illeciti, proprio perché non li considera illeciti: gli israeliani ebrei hanno tutto il diritto di sterminare i palestinesi.
E così, a nessuno è venuto in mente di andare a intervistare la vittima, che in condizioni ordinarie dovrebbe essere il protagonista della vicenda. Per l’opinione pubblica israeliana semplicemente non esiste e, come detto, deve ringraziare la democrazia israeliana se è stata curata e se è ancora viva.
Per capire come funziona l’opinione pubblica israeliana, si provi a fare un confronto con vicende analoghe come quella di Black Lives Matter, dove la vittima è al centro dell’attenzione mediatica, per ipocrita e superficiale che possa essere; e insieme alla vittima i suoi aggressori, lo svolgimento dei fatti, la storia degli uni e degli altri. Qui nulla di tutto questo: l’unica cosa che interessa alla pubblica opinione israeliana è se la generale abbia tradito o meno quell’ente per tutti sacro che è l’esercito israeliano.
Nessuno della stampa israeliana si è interessato delle sue sofferenze, di quello che ha passato prima, durante e dopo la violenza. Se, com’è probabile dato il grado della lesione, gli è stato praticato un ano artificiale; e come riesce a gestire quella condizione in una situazione infernale come quella di Gaza, dove il primo problema è quello dell’acqua.
Se ha trovato un qualche tipo di struttura sanitaria che lo assiste. Se ha trovato al suo ritorno la famiglia. Se ha ancora una famiglia. Dove vive, come sopravvive. Tutto questo all’opinione pubblica israeliana sembra non interessi per niente, e non parliamo neanche del fatto che qualcuno si sia sentito in dovere di offrirgli un aiuto. La vittima non è una persona ed è, in questo senso, la rappresentazione plastica di ciò che sono i palestinesi per l’opinione pubblica israeliana: niente.
Non è una persona, non è un uomo. Non è una vittima. È, anzitutto e sempre, un terrorista.
Quattro dei cinque accusati della violenza hanno parlato ai davanti davanti al Palazzo dell’Alta corte: non per protestare la loro innocenza, ma per rivendicare la loro azione. Il paese dovrebbe ringraziarli e invece li attacca. Dopo averli ascoltati la giornalista ebrea israeliana Yona Cohen ha scritto su Haaretz: “Quei soldati sono il simbolo dell’Israele di oggi: una nazione segnata dalla vergogna e dal disonore”. La ringraziamo per averci suggerito il titolo per quest’articolo.
Luciano Beolchi
- https://www.adalah.org/uploads/oldfiles/Public/files/English/Publications/On-Torture/On-Torture-English-4-Tsemel-7-11.pdf.[↩]
- https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(05)65867-9/abstract.[↩]
- Lo scuotimento è una tortura di facile esecuzione che pochi per fortuna conoscono e che può portare a morte o lasciare sequele gravissime e permanenti. Non saremo certo noi a diffondere la conoscenza di questa pratica criminale.[↩]
- Ethics of Fighting Terror: an Israeli Perspective Journal of Military Ethics, 4(1), 205.[↩]
- Muhammad Ali-Khalidi, The New Ethical Code of the Israeli Military and the War of Gaza, Institute of Palestine Studies, 39(3), 2010.[↩][↩]
- In Occidente chi giustifica come obiettivi militari sono gli stessi che per decenni hanno deplorato i morti sul muro di Berlino, 136 in 40 anni.[↩]
- Dottrina è qualcosa di più di una semplice direttiva. Quasi un Comandamento.[↩]
- Nel gennaio 2024, il quotidiano israeliano Yedoth Ahrenoth, concluse che Israele aveva applicato la Direttiva Hannibal a partire dal mezzogiorno del 7 ottobre. Non sappiamo però a quale ora si siano mossi i droni e gli aerei.[↩]
- Maariv è un quotidiano popolare israeliano.[↩]
- Per “officer” in questo caso è da intendere un graduato, fosse anche un caporale.[↩]
- Territorio libanese (circa 30 km2) rimasto occupato da Israele anche dopo la ritirata dal Libano Meridionale nel 2000.[↩]
- Attraverso due distinti dipartimenti: Prosecution e Defence di fronte ai tribunali militari.[↩]
- MJL (Military Justice Law) è il codice militare.[↩]
- I tre casi riguardano la violenza sul detenuto palestinese, l’assalto alla base dell’esercito ela fuga di notizie.[↩]
