Il Primo Ministro israeliano sembra essere alle strette con Trump, a seguito dei bombardamenti dell’esercito israeliano sulle infrastrutture energetiche iraniane. Mercoledì 18 marzo Israele ha infatti colpito il giacimento di South Pars, uno dei più grandi giacimenti di gas naturale presente in Iran. In risposta, il governo di Teheran ha bombardato una centrale in Qatar. Questi attacchi hanno portato ad un aumento vertiginoso dei prezzi del petrolio, oltre a scatenare l’ira funesta di Donald J. Trump sul Premier Netanyahu.
Giovedì scorso, il Presidente Trump ha dichiarato pubblicamente di aver redarguito Netanyahu riguardo ai bombardamenti di Israele su uno dei più grandi giacimenti di gas naturale offshore dell’Iran. Questa frattura tra i due leader espone uno dei talloni d’Achille più evidenti di questa alleanza, ovvero la differenza abissale tra gli interessi dei due attori e le strategie che vogliono utilizzare al fine di portare il governo iraniano al collasso.
Quando gli è stato chiesto cosa ne pensasse dei bombardamenti dell’esercito israeliano sui giacimenti iraniani, Trump ha risposto: “Gli ho detto: non lo fare!”, e ha poi suggerito che Netanyahu non condurrà operazioni simili in futuro. In un post sul social Truth, il Presidente americano ha usato parole particolarmente forti contro l’attacco del giorno prima, affermando che Israele avrebbe perso il controllo e violentemente attaccato il giacimento. Nello stesso post, il Presidente ha sottolineato di non essere stato a conoscenza dei piani di Israele di colpire la preziosissima struttura di South Pars, smentendo così la stampa israeliana e gli ufficiali dell’IDF, i quali hanno più volte dichiarato che l’attacco fosse congiunto.
Tuttavia, in una guerra che è arrivata alla sua terza settimana, e che non sembra vicina alla sua conclusione, l’attacco di Israele e il pesante contrattacco su impianti energetici vitali per l’economia dei Paesi del Golfo sembrano rivelare che i due alleati non fossero affatto coordinati nel loro approccio. Diversi ufficiali europei, parlando in anonimato alla BBC, hanno spiegato che la strategia dell’esercito israeliano si basa chiaramente sulla convinzione che la distruzione di tutte le fonti di profitto dello Stato iraniano porterà alla resa dei leader iraniani rimasti in vita. Secondo gli ufficiali europei, il risultato sarà l’esatto opposto di quello a cui Israele auspica. A detta loro, è più probabile l’Iran contrattaccherà in maniera pesante, utilizzando droni e i missili che gli restano per distruggere le infrastrutture energetiche dei suoi vicini.
La strategia di Trump non combacia affatto con quella del suo alleato. L’imperativo per Washington è proprio quello di preservare i giacimenti di petrolio e gas naturale dell’Iran, in modo tale da poter usufruire delle strutture, raggiungendo un accordo con l’Iran al termine del conflitto per la gestione degli impianti, e prevenire attacchi alle riserve nei Paesi vicini alleati con gli USA. Ormai è chiaro che il conflitto non farà altro che intensificarsi nel prossimo futuro e che i prezzi del petrolio continueranno ad aumentare, e una delle priorità in cima all’agenda dell’amministrazione Trump è proprio quella di contenere le ripercussioni sull’economia di un conflitto sempre più impopolare agli occhi dell’elettorato statunitense.
Tutto ciò avviene in seguito a un’altra impresa bellicistica di Trump che non ha portato all’esito desiderato. Dopo che Trump ha rapito il presidente del Venezuela Maduro per poi sostituirlo con qualcuno in grado di assecondare gli interessi imperialistici statunitensi come Delcy Rodriguez, Trump ha consegnato i giacimenti di petrolio venezuelano nelle mani di aziende petrolifere made in USA. Tuttavia, i petrolieri non hanno trovato l’oro liquido che si aspettavano nel Paese più ricco di giacimenti al mondo. Quelle che si sono ritrovati davanti erano invece delle infrastrutture energetiche fatiscenti ed inutilizzabili. Le multinazionali del petrolio americane, le quali hanno dato un importante supporto alla campagna di Trump per il suo secondo mandato, ovviamente non hanno visto la cosa di buon occhio. Se l’attuale Presidente americano dovesse continuare a perdere il sostegno delle lobby del petrolio, mentre anche il suo elettorato si allontana sempre di più da lui, il tycoon non riuscirà mai ad arrivare al terzo mandato, e questo Trump lo sa bene.
Infatti, l’infrastruttura energetica venezuelana è in uno stato di decadimento avanzato che va avanti da decenni, con strutture non funzionanti, un impatto ambientale altissimo e una produzione di petrolio in perenne calo. Decadi di malagestione, scarsi investimenti e sanzioni degli Stati Uniti hanno lasciato l’azienda petrolifera del governo venezuelano, la PDVSA, con condotti per il gas danneggiati e serbatoi di stoccaggio del petrolio arrugginiti, nonché raffinerie completamente prive di manutenzione. Circa un terzo delle infrastrutture del petrolio venezuelane sono inagibili, come quelle di Amuay e Cardon, ora ridotte a magazzini di stoccaggio.
La principale causa del decadimento delle infrastrutture petrolifere venezuelane sono le sanzioni del governo americano. Le sanzioni del governo di Obama del 2015 hanno causato l’isolamento del Paese sudamericano nello scenario internazionale e l’impossibilità di ricevere investimenti esteri per lo sviluppo del settore petrolchimico, oltre a bloccare l’accesso al capitale straniero e ai prodotti d’importazione necessari per la catena di produzione del petrolio venezuelano, come i diluenti per il crudo pesante, inibendo così anche le possibilità di rinnovare le infrastrutture con i ricavi dall’export del petrolio. L’anno scorso, il Venezuela è riuscito a pompare circa 1 milione di barili al giorno, meno dell’1% della produzione globale.
Gli esperti hanno stimato che la ricostruzione delle infrastrutture energetiche del Venezuela richiederà da 100 a 200 miliardi di dollari nell’arco di un decennio. Molto dipende dalla volontà di investire delle Big Oil, ma molti dirigenti sono già diffidenti. In una riunione alla Casa Bianca del mese scorso, l’amministratore delegato di ExxonMobil, Darren Woods, ha definito il Venezuela come un Paese in cui non valeva la pena di investire. Dunque, visti i precedenti, non c’è da stupirsi se una priorità chiave per la politica estera di Trump sia quella di non danneggiare le infrastrutture petrolifere del nemico. Se il Premier di Israele non cessa il fuoco verso le centrali così care al Presidente americano, le tensioni tra i due potrebbero intaccare un’alleanza che va avanti da decenni.
Chiara Caria
