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Tanto tuonò che piovve. Ovvero l’ennesimo attacco alle legislazioni sull’aborto

di Nicoletta
Pirotta

Dopo averlo annunciato  la Corte Suprema Usa  ha abolito la sentenza Roe v. Wade con cui, nel 1973, veniva legalizzato l’aborto negli Usa.
“La Costituzione non garantisce un diritto all’aborto”, si legge nella sentenza appoggiata dalla maggioranza conservatrice della Corte, e quindi “l’autorità di regolare l’aborto torna al popolo ed ai rappresentanti eletti”. Si dà potere quindi ai singoli  Stati di limitarne la pratica o di vietarlo tout court.
Una scelta  alquanto pericolosa, perché, in particolare negli Stati governati dai conservatori, assisteremo ad ulteriori peggioramenti delle legislazione in atto, se non a vere e proprie cancellazioni.
Come ho già avuto modo di scrivere, negli USA abortire non era cosa facile anche prima di questa sentenza.  Cinque stati – Georgia, Ohio, Kentucky, Mississippi e Louisiana – hanno approvato leggi che proibiscono l’aborto dopo sei settimane, un periodo in cui molte persone neanche scoprono di essere incinte e in  Alabama nel 2019 il governatore ha firmato una durissima legge che potrebbe punire con l’ergastolo i medici che praticano l’aborto.
Ora però la sentenza della Corte Suprema darà la stura ad ulteriori oscenità.

In modo alquanto bizzarro qualche giorno prima la stessa  Corte Suprema aveva emanato un’altra sentenza,  che consente maggior libertà di circolazione e di possesso di armi, adducendo argomentazioni diametralmente speculari a quelle utilizzate per cancellare il diritto all’aborto.
Se si leggono le motivazioni dell’una e dell’altra sentenza pare, infatti,  di essere di fronte ad una Corte Suprema affetta da disturbo bipolare.
Si consente la libera circolazione delle armi in primo luogo perché viene riconosciuto il diritto individuale a possederle come un diritto acquisito da tempo e che fa “parte della tradizione storica” del Paese. Tradizione a cui non vanno posti limiti per evitare che le armi possano essere possedute solo da chi può dimostrare di averne bisogno.
In secondo luogo si preferisce non demandare ai singoli Stati la possibilità di legiferare sulla materia perché si potrebbe determinare una disomogeneità tale da non consentire l’esercizio di una libertà fondamentale, quella cioè di andarsene in giro armati!
È davvero singolare che si  riconosca come “parte della tradizione storica” un diritto, quello  a possedere armi,  acquisito nel 2008 mentre si nega questo riconoscimento al diritto all’aborto, che vige nel paese dal 1973.
Ci si preoccupa di garantire omogeneità al possesso di armi per non ledere un diritto individuale mentre non ci si preoccupa di creare disomogeneità sul diritto di interrompere volontariamente una gravidanza.
Per dare conto di questa, ideologica, incongruenza della Corte Suprema gira una vignetta, tremendamente realista nella sua ferocia, nella quale ad una giovane donna statunitense,  che ha subito uno stupro e a cui ora potrebbe essere negata la possibilità di abortire si ricorda che però potrà uccidere liberamente il padre di sui figlio….

Mala tempora currunt.
La decisione della Corte Suprema vanifica infatti una delle più importanti conquiste del movimento femminista, quella di riconoscere il diritto delle donne a decidere sul proprio corpo. E ancor più inquietante è constatare che quanto avvenuto negli Stati Uniti non è un fatto isolato.
Nel mondo è più attiva che mai la rete internazionale sessista e omofoba in forte sinergia con i movimenti suprematisti ed i fondamentalismi religiosi di varia natura.

Come ho già avuto modo di scrivere su queste pagine, una di queste reti è rappresentata dal  Congresso Mondiale delle famiglie (WCF), il forte movimento globale antiabortista, antifemminista e anti-LGBTQI, che su questi orientamenti di fondo, ha saputo unire le destre fornendo loro“tematiche, linguaggi e iconografie ideali. Anche in Europa.

Nell’ottobre del 2020 ben 34 Paesi con governi conservatori hanno sottoscritto il “Consensus di Ginevra” un testo anti-aborto sulla “Promozione della salute delle donne e sul rafforzamento della famiglia.” Una dichiarazione che lancia un chiaro avvertimento alle Nazioni Unite, le quali vengono addirittura diffidate dall’intromettersi nelle politiche dei singoli stati in materia di tutela alla vita. Fra i firmatari del “consensus” si trovano, tanto per fare qualche esempio gli Stati Uniti, il Brasile, l’Egitto, l’Ungheria, l’Uganda, la Bielorussia.
In Europa vi sono ancora Paesi dove il diritto all’aborto è negato (Malta, Stato del Vaticano, Liechtenstein, San Marino e nel Principato di Andorra) ed altri con una legislazione fortemente restrittiva, in particolare l’Ungheria e la Polonia dove sono stati sventati i numerosi tentativi del governo polacco di  cancellare o peggiorare ulteriormente la legge vigente solo grazie alle straordinarie mobilitazione dei movimenti femministi.

In Italia abortire è una corsa ad ostacoli. La 194/78, la legge che consente l’interruzione volontaria della gravidanza va difesa e curata ma ha in sé alcuni elementi di fragilità dovuti al compromesso politico che ne favorì l’approvazione. Mi riferisco agli articoli 2 e 9. Nel primo si dà la possibilità al volontariato di entrare nei consultori e negli ospedali, norma che ha consentendo quindi  l’ingresso alle associazioni anti-abortiste, mentre nel secondo si consente al personale sanitario la possibilità di utilizzare l’obiezione di coscienza, cioè il rifiuto di praticare aborti. L’ampiezza del ricorso a questa pratica ( che ha ormai ha raggiunto una media del 70%, fino a toccare in alcune regioni, per esempio in Molise, punte del 90%)  favorisce il ricorso agli aborti clandestini (il Ministero della Salute nella relazione al Parlamento del 2019 approssimava che ogni anno sono fra le 10mila e le 13mila donne che abortiscono in clandestinità). Forse, come scrive Giancarla Codrignani sulle pagine di Noi Donne  e come chiedono da tempo diverse reti femministe, è arrivato il momento di chiedere l’abolizione dell’articolo 9.

È del tutto evidente che in un quadro già così preoccupante la decisione della Corte Suprema statunitense potrà peggiorare ulteriormente le cose. E infatti, carpe diem, sulle pagine del quotidiano Avvenire l’arcivescovo Paglia della Pontificia Accademia per la Vita invita ad aprire un dibattito “non ideologico” (sic!) sulla generatività umana e sulle condizioni che la rendono possibile  aggiungendo che la difesa della vita umana non può “rimanere confinata nell’esercizio dei diritti individuali”.
Negli USA , come scrive Ingrid Colanicchia su Micromega del 28 giugno, il presidente della Conferenza espiscopale , Mons. José H. Gomez, ha definito storica la decisione della Corte Suprema, “Per quasi cinquant’anni”, ha affermato, “l’America ha applicato una legge ingiusta che ha permesso ad alcuni di decidere se altri possono vivere o morire; questa politica ha provocato la morte di decine di milioni di bambini non ancora nati, generazioni a cui è stato negato il diritto di nascere. […] Ringraziamo Dio che la Corte abbia oggi ribaltato questa decisione”.
Mentre America, la rivista dei gesuiti, pubblica un editoriale il cui titolo è tutto un programma: “Roe v. Wade era una parodia legale e morale. La sua fine può portare vera giustizia alle donne e ai non nati”.

Per fortuna però, secondo un sondaggio del Pew Research Center il 61% degli americani pensa che l’aborto debba essere legale in tutte o quasi le circostanze mentre le piazze e le strade di molte città statunitensi si sono riempiti di donne e d uomini che manifestano contro la decisione della Corte.

È un dato di fatto che la libertà di scelta delle donne sul proprio corpo non è tollerata da una cultura sessista e misogina ancora molto diffusa in ogni parte del mondo.
Lo riconosce apertamente Paul Preciado, filosofo spagnolo, in una interessante intervista sul Il Manifesto del 26 giugno scorso: “L’abolizione della legge sull’aborto (negli USA, ndr) si prepara da molto tempo. Prima che finisse il mandato di Trump, 34 paesi si sono riuniti nella Dichiarazione di Ginevra. Tra loro non c’era una frattura identitaria tra paesi occidentali o orientali, cristiani o musulmani. (…) Quella dichiarazione mostra che c’è un fronte patriarco-coloniale di natura trasversale”.
Proprio per questo credo che sarebbe miope e sbagliato considerare il diritto all’aborto come “questione di donne”. Al contrario questo diritto chiama in causa il modello di società e di relazioni umane (fra le quali la sessualità) cioè in sostanza il modo stesso con cui vogliamo stare al mondo.

Scrive lucidamente Lea Melandri in un post su FB: “Si parla ancora dell’aborto come ‘questione morale’ o ‘questione femminile’, come se le donne si mettessero incinte da sole, e per leggerezza o sadismo decidessero poi di sgravarsi di quel peso.  Che si chieda a gran voce la loro ribellione, che si pretenda il rispetto della loro sofferta decisione, che si sostenga il diritto all’autodeterminazione in fatto di maternità, si tratta pur sempre di proclami che parlano di un soggetto considerato di per se stesso debole, bisognoso di tutela e di rappresentanza e, soprattutto, di un soggetto che porta in solitudine quel potere e quella condanna che è la capacità biologica di fare figli.
La relazione tra i sessi stenta a togliersi di dosso il peso della ‘naturalizzazione’ e ‘privatizzazione’ che ha subito, e ad essere assunta per quello che è: un problema politico di primo piano, l’origine stessa della separazione tra il corpo e la polis, tra biologia e storia, individuo e società. Fin dagli anni Settanta, si è presa consapevolezza che maternità e aborto sono legate a un modello di sessualità penetrativa e generativa, contrassegnata, all’interno del dominio storico dell’uomo, da un carico di violenza materiale e psicologica che non accenna a diminuire neppure in presenza di culture altamente civilizzate”.

Sono questi i temi di fondo che andrebbero toccati, è questa la radice del problema che andrebbe riconosciuta ed affrontata. E non solo dalle donne.

Per intanto non resta che accontentarsi  del fatto che, come dicevo sopra,  negli USA la mobilitazione contro la sentenza della Corte Suprema è grande e partecipata.

Un segno politico importante che va sostenuto e amplificato.

Nicoletta Pirotta

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Diario dei buoni
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