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Struttura e sovrastruttura nella “capitolazione europea”

di Franco
Ferrari

In questo articolo, per il quale ho scelto un titolo in stile “Lotta comunista”, non entrerò nel dettaglio dell’accordo Trump-von der Leyen, sul quale il nostro sito ha pubblicato altri interventi autorevoli, sia la scorsa settimana che in questo numero.

Segnalo solo che al momento gran parte delle analisi si devono basare sul racconto che il Presidente statunitense ha fornito di quella intesa. La versione proposta da un comunicato della Commissione europea già differisce su aspetti non irrilevanti e per ora non conosciamo un testo definitivo sul quale, presumibilmente, si sta ancora trattando. In teoria, oggi 7 agosto, dovremmo conoscere quali dazi verranno applicati dagli Stati Uniti, dato che su questo dovranno operare le dogane nordamericane. Tutto il resto dell’accordo, spesa per gas e petrolio, investimenti europei in Usa e acquisto di armi, potrebbe essere oggetto di disputa per lungo tempo, dato che la Commissione europea su tutto ciò non ha poteri diretti.
Gli effetti economici che avrà tutto questo sono oggetto di valutazioni diverse tra gli economisti sia in Europa che negli Stati Uniti. Dall’altra parte dell’Atlantico si ipotizza aumento dell’inflazione e possibili difficoltà nelle catene di produzione. Ai dazi si aggiungono anche gli effetti della svalutazione del dollaro rispetto all’euro.
Esiste però un timore più forte sull’effetto che il protezionismo e la imprevedibilità trumpiana, che alcuni suoi sottoposti hanno apertamente teorizzato come utile a intimidire qualunque interlocutore, avranno sulle strategie economiche di lungo periodo di Paesi che già cercano di sottrarsi al predominio statunitense per i motivi più diversi.
Anche la presidenza Biden aveva corretto l’impostazione precedente che vedeva nella globalizzazione solo dei vantaggi, provando invece a rafforzare alcuni settori del capitalismo sia per affrontare gli effetti del cambiamento climatico, sia per recuperare il consenso di settori di ceto medio e di classe operaia che hanno subito gli effetti negativi della progressiva deindustrializzazione degli Stati Uniti.
Ma la presidenza Trump ha impresso una svolta significativa pur ponendosi in parte sullo stesso terreno (quello del ritorno delle industrie negli Stati Uniti) ma mettendo al bando qualsiasi politica che riconoscesse l’esistenza dei mutamenti climatici e ripristinando il dominio del fossile. Fino ad un certo punto è riuscito ad unire dietro di sé, più di quanto non fosse accaduto nella prima presidenza, i settori cruciali del capitalismo americano: Big Tech, fossile e Wall Street. Esistono dubbi e perplessità ma non c’è dubbio che sia largamente condivisa la necessità di ripensare il ruolo degli Stati Uniti nel contesto del capitalismo globale del modello che lo rendeva consumatore di ultima istanza garantito dall’afflusso di capitali dal resto del mondo e da un forte deficit di bilancio.
Se dagli Stati Uniti viene una prospettiva di cambiamento complessivo che, se non proprio coerente, ha alcuni elementi di chiarezza, lo stesso non si può dire per l’Europa.
È opinione largamente condivisa che la trattativa abbia rappresentato una sconfitta per l’Unione Europea. Di “capitolazione europea” ha parlato anche il Sole 24 ore e molti altri commentatori e analisti vari, pur esprimendosi in termini più cauti, ritengono che l’intesa risulti troppo sbilanciata a favore della parte statunitense. Si sostiene che mostrando debolezza si sia alimentata la prepotenza trumpiana che potrebbe chiedere ancora di più. In queste ore, da Washington, sono arrivate nuove minacce qualora non si materializzassero i 600 miliardi di investimenti europei oltre Atlantico la cui destinazione, sembra di capire, dovrebbe essere decisa direttamente da Trump. Ma sono fondi per i quali la Von der Leyen, almeno allo stato delle attuali normative europee, non ha alcun potere di decisione.
Ora se “capitolazione” c’è stata si tratta di capire quali siano le ragioni di fondo. Molte spiegazioni sono puramente “sovrastrutturali”. Intendo per sovrastrutturale tutto ciò che attiene all’azione di soggetti siano essi individuali o collettivi. Ad esempio vi è chi ha sostenuto che la Von der Leyen non fosse adeguata a gestire la trattativa e sarebbe stato meglio mandare Draghi. Altri hanno criticato la gestione precedente all’incontro finale in Scozia ritenendo che si dovesse assumere una linea più aggressiva (qualcuno porta la Cina ad esempio).
Una seconda linea di spiegazione è quella che attribuisce l’esito negativo ai limiti della struttura istituzionale europea. Mentre Trump è un Presidente eletto dal popolo e dotato di ampi poteri (anche più ampi ormai di quelli che gli riconoscerebbe la Costituzione Usa) e quindi può trattare su tutti i terreni contemporaneamente, la Von der Leyen è scelta dai Governi nazionali, approvata dal Parlamento, e ha poteri rilevanti solo in alcuni settori e le relazioni commerciali sono uno di questi.
La corrente europeista vede quindi la soluzione in un rafforzamento della natura sovranazionale dell’Unione Europea, una prospettiva che in questo momento non trova però un consenso sufficiente. La maggioranza reale che sostiene la Von der Leyen e la Commissione non è affatto quell’ipotetico schieramento europeista immaginato da una parte di coloro che l’hanno votata (tra cui socialdemocratici, verdi e liberali). La stessa decisione tedesca di prendere in mano la trattativa con gli Stati Uniti, sembrerebbe in aperta violazione dei trattati, per salvaguardare industria siderurgica e automobilistica già in crisi per conto loro, indica che non c’è tutto questo entusiasmo per accrescere il potere dell’Unione.
La von der Leyen, che pure dovrebbe garantire l’egemonia tedesca sul processo, ha assunto alcune iniziative che prefiguravano un’ulteriore europeizzazione delle decisioni prima presentando RearmEurope e poi con l’ipotesi di nuovo bilancio settennale. Una serie di forzature, non prive di riduzione degli spazi democratici, che volevano proprio andare verso il “più Europa” invocato da alcuni. In realtà la prospettiva di riarmo, che aveva anche una dimensione di rafforzamento dell’autonomia strategica europea, è stata riassorbita nel piano della NATO di aumento delle spese militari al 5%, quindi riportandolo interamente dentro lo schema atlantista. Una scelta che potrebbe avere un impatto pesante sulla situazione sociale di molti paesi europei ma che si traduce inevitabilmente in una corsa ad acquisti di materiale militare prodotto negli Usa. Quanto al nuovo bilancio europeo è stato immediatamente stoppato dal cancelliere tedesco che ha in mente un rafforzamento della Germania a partire dalla dimensione militare.
Altre correnti di pensiero hanno visto nell’accordo Trump-von der Leyen una scelta consapevole delle classi dominanti europee in termini di vassallizzazione nei confronti degli Stati Uniti. Un’Europa che sembrava destinata a costituire il “polo imperialista europeo” e in quanto tale andava fieramente avversata, improvvisamente si accontenterebbe di un ruolo totalmente subalterno nei confronti del “Impero” americano. E quindi “l’Europa” che prima era vista come il nemico principale da cui sottrarsi ora andrebbe invece difesa come strumento di salvaguardia per i popoli europei.
La “capitolazione” di cui parla il Sole 24 Ore sarebbe quindi una scelta intenzionale delle classi dominanti europee (o élite o borghesia a seconda degli interpreti di questi tesi). Non voglio qui discutere a fondo questa lettura che determina tutta una serie di conseguenze politiche rilevanti.
Vorrei solo segnalare che queste interpretazioni, in qualche caso volutamente, tendono a cancellare la relazione fra classi dominanti e il sistema o la formazione economico-sociale grazie alle quali esse sono dominanti, ovvero il capitalismo. Ora se si ritiene che il capitalismo tenda a produrre inevitabilmente delle contraddizioni sia interne al proprio meccanismo di funzionamento, sia esterne nel rapporto con il contesto sociale e con la natura, l’azione soggettiva delle classi dominanti va vista anche come tentativo di gestire le contraddizioni sistemiche continuando a salvaguardarne il meccanismo fondamentale: la valorizzazione del capitale.
Se si scollega l’agente sociale dalla struttura nella quale opera, la critica alle classi dominanti, che alcuni identificano ormai come élite, in quanto non adottano una lettura classista della società, tende a diventare moralistica e a scivolare spesso nel complottismo. Questo, al di là che venga usato a volte come strumento per denigrare polemicamente l’avversario, consiste nel vedere le élite come un corpo omogeneo, separato e contrapposto alla società, che si riunisce e decide in segreto utilizzando poi l’ideologia come puro strumento di inganno del popolo, nascondendo i propri obbiettivi e creando delle finte contrapposizioni.
La visione marxista invece colloca interamente le classi dominanti dentro il sistema in cui opera, ne evidenzia le contraddizioni e anche la natura dialettica. Se da un lato sono unite nell’interesse comune a far funzionare il sistema (quindi la valorizzazione del capitale) sono poi attraversate da differenze e divisioni sia strutturali, gli interessi diversi dei vari settori economici, sia ideologiche che politiche. E questo porta a reali contrapposizioni che le attraversano.
Sempre di più la visione complottista, più o meno esplicitata, va di concerto con l’esaltazione della “geopolitica” come strumento di interpretazione della realtà. La “geopolitica” è una ideologia che reinterpreta i rapporti internazionali come relazioni esclusivamente tra Stati dotati di interessi permanenti e tendenzialmente metastorici. Se il complottismo rappresenta una passerella tra l’anticapitalismo marxista e quello reazionario, la geopolitica consente a sinistra di riabilitare il “campismo” in un contesto di crisi della globalizzazione e in cui i “campi” non si presentano più come portatori di un diverso progetto sociale.
La pur necessaria analisi dell’accordo, delle sue ricadute, delle responsabilità politiche (e qui la richiesta di dimissioni della von der Leyen sono sacrosante) e di tutte le forme di iniziativa tese a contestare questa intesa, ritengo che servirebbe un’analisi più approfondita delle dinamiche interne alle classi dominanti europee. Questo senza pensare di proporre polarizzazioni fuori contesto come la contrapposizione tra una finanza cattiva perché globalista verso quella produttiva perché ancorata nazionalmente (tesi di derivazione fascista) sia quella tra borghesia compradora e borghesia nazionale che presupponeva l’alleanza con quest’ultima ma era legata ad un rapporto gerarchico tra capitalismo sviluppato e capitalismo arretrato improponibile nel contesto europeo.

Ma soprattutto servirebbe la ricostruzione di un nesso più diretto tra scelte delle classi dominanti (economiche, politiche, ideologiche) e le contraddizioni del capitalismo. Solo queste sono, marxianamente, la leva attorno alle quali si può costruire un blocco sociale che sia portatore di un’alternativa di società e di una strategia per perseguirla. Si può fare anche senza ricorrere al tardo-positivismo di “Lotta comunista”.

Franco Ferrari

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