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Sindrome da burnout, competitività europea e alcune domande

di Marino
Calcinari

Qual’è stato l’esito della riunione UE di Alden -Biesen?
Cosa hanno detto Mario Draghi e gli altri tecnocrati di una Europa sempre più divisa e subalterna ( o disorientata ?) dal nuovo corso trumpiano?
La presidente del Consiglio Meloni poco o nulla ha detto sulla competitività se non ribadire qualche affermazione generica, il problema dei costi dell’energia e la “speculazione finanziaria”.. per il resto nulla. Attende qualche segnale dal Presidente USA? Nel nostro paese, però, con terreni che franano, fabbriche che chiudono, inverno demografico, etc etc non esiste, forse, una “questione lavoro “irrisolta ? E in Europa?
Non preoccupa il crescente burnout che dilaga e mortifica le capacità di resistenza e rappresentanza sociale del/nel mondo del lavoro?

Intanto Mario Draghi ed Enrico Letta hanno stabilito e indicato l’iter per realizzare nel nostro paese i contenuti emersi dall’incontro di Alden Biesen il 12 febbraio scorso.
L’One Market Act, definendo il mercato unico “la miglior riposta possibile a Trump e il fondamento della sovranità europea” non è però alternativo, non ha una potenzialità necessaria per dimostrarsi tale e l’iniziativa che si articola su tre pilastri verticali: servizi finanziari, energia e connettività è poca cosa, ma è in continuità con le politiche liberiste imposte dieci anni fa in Grecia.

Le organizzazioni sindacali, ambientaliste e pacifiste hanno però l’occasione di rilanciare una battaglia che leghi assieme il No al Riarmo ed alle guerre con un altro No, quello del modello economico neoliberista e della Fortezza Europa che si riarma o passivamente accetta la perpetuazione dei massacri a Gaza, la guerra in Ucraina, i regimi autoritari in Ungheria, Israele, Turchia, Russia etc. Ricomporre la compagine Europea intorno ai principi fondativi del Patto di Roma potrebbe essere un punto di ripartenza.
Ma non può essere elusa la questione sociale, il problema del lavoro. La presidente del Consiglio Europeo Ursula von der Leyen ha detto che entro marzo presenterà una roadmap per il completamento del mercato unico, esplicitando però che qualora non tutti gli Stati membri fossero pronti ad aderire subito, ciò non sarà un problema. Bisognerà avere i bilanci in regola? Insomma verrà fatta prevalere la direzione di marcia neo e ordo liberista, a destra oltre e contro l’idea di Unità Europea prevista dal Trattato di Lisbona. Su 45 paesi europei solo 27 stanno dentro l’UE. Non è un bel segnale.

 

In Europa esiste una questione sociale? La principale organizzazione sindacale europea è la Confederazione Europea dei Sindacati fondata nel 1973, che comprende anche Cgil Cisl, Uil e rappresenta oltre 90 confederazioni nazionali in 39 Paesi.
La CES nel ribadire la continuità con tutte le precedenti organizzazioni sindacali, aderì ai principi del sindacalismo progressista e democratico esplicitando, pur nelle diversità di riferimento ideologico l’intenzione di promuovere in comune gli interessi sociali, economici e culturali dei lavoratori a livello europeo. L’affiliazione della Cgil avviene il 9. luglio. 1974. E per passi successivi prese forma l’Unità Sindacale. Oggi il quadro è mutato e la questione sociale sta diventando drammatica. Non parleremo di questioni note (disoccupazione, lavori poveri, precarietà) ma di quel quadro complessivo, quella “società della stanchezza” dove dilagano autosfruttamento, competizione, malessere.

 

Cominciamo quindi a (ri) conoscere il burnout come viene descritto da Byung Chul Han, filosofo sudcoreano che vive in Germania (è docente all’Università di Berlino) e che ha indagato i vari volti ed aspetti dell’alienazione e sfruttamento della forza lavoro.
Le pagine dei suoi libri descrivono la condizione umana oppressa dal burnout che egli intende come uno “stato di esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione lavorativa” e che però non si presenta come un evento improvviso, ma è il punto di arrivo di un processo graduale, le cui caratteristiche si evidenziano in più maniere ma che certo colpisce prevalentemente chi opera nel sociale.
Ad esempio insegnanti, infermieri, medici e paramedici, educatori sono le figure più colpite, basta leggere la cronaca dei quotidiani, ed è un fenomeno che nasce in primis dalla discrepanza tra le aspettative idealistiche e individuali e la realtà del lavoro che come sappiamo sta sempre più inclinando verso la povertà e l’alienazione.
Ed i cui sintomi includono tanti fattori: fatica cronica, mal di testa, abulia, insonnia, senso di colpa, irritabilità e assenteismo.
Chi lavora ad esempio in un ospedale o pronto soccorso o chi ha avuto modo, di essere accolto al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Cattinara a Trieste conosce benissimo l’attuale stato di cose, e come però -anche dopo decenni di smantellamento di presidi sociali come i consultori e perciò, di conseguenza, a vantaggio della sanità privata, – sia consolante sapere di poter continuare su strutture che funzionano grazie alle persone che vi lavorano.
Ma chi fa politica come interviene (e SE interviene) in questo ed in altri importanti settori sociali? Ad esempio nella ex municipalizzata società dei Trasporti? E nel comparto della Sanità di base? Nei Consultori? Servirebbe una mappatura delle emergenze e delle priorità, un lavoro d’inchiesta ed una presenza organizzata del sindacato, ma entrambi le condizioni subiscono, purtroppo, e patiscono, a parere di chi scrive, di quelle quattro fasi del burnout descritte dal filosofo coreano Byung Chul Han.

Si inizia con l’Entusiasmo Idealistico, poi si passa alla Stagnazione e alla Frustrazione, poi si finisce nel Disimpegno/Apatia.
La realtà attuale nel mondo del lavoro, oggi interconnessa con la rete e l’IA è infatti segnata da un graduale esaurimento emotivo, fisico e mentale delle persone che in essa operano, ed è caratterizzata da un eccessivo investimento lavorativo anche con forme di autosfruttamento e/o per aspettative non soddisfatte, con ricadute visibili nel contesto sociale, come nei fatti venne descritto molti anni fa ( negli anni ‘80) dagli psicologi Jerry Edelwich e Archie Brodsky, e che non contemplava però solo lo stress ( che persiste) ma tutta una serie di patologie correlate alle più diverse situazioni di lavoro.

Per essere più espliciti servirebbe (il condizionale è d’obbligo) una politica.. più umana, ma se il condizionamento della IA prevale, continuerà a prevalere l’eterodirezione robotica, in un contesto para-fantascientifico ma concretamente costrittivo di una molto più disumanizzante visione sociale, il che- del resto- sembra avvenire già da tempo.
Con che filosofia o visione della società (ideologia) si vogliono affrontare i problemi della società civile, è facilmente intuibile, è possibile certo dire come Bartleby, “preferirei di no”, ma non è così semplice. Comunque nel capoluogo del FVG funziona un “centro di ascolto” per il benessere lavorativo, per quel poco di tessuto industriale e di realtà occupazionali che ancora resistono ed è positivo, ma non è sufficiente a presidiare le tante necessità per quel tanto che si appalesa di precario, provvisorio, sottopagato, effimero e che non riguarda solo i rider o il terziario.
Infine ritroviamo, nelle pagine di Chul Han, l’affermazione che oggi non siamo più costretti da qualcuno dall’esterno, ma ci auto-adattiamo, cercando di performare nel modo migliore possibile, quindi accettando o introiettando nella nostra vita le stigmate ed aporie del comando capitalistico. “La società della prestazione è una società dell’autosfruttamento” scrive. Va bene così?

La riflessione di Byung Chul Han infine ha certo il merito di aver messo a fuoco concetti come la “Società della stanchezza” e la “Società della trasparenza” Ma egli è un filosofo, e come tale non ambisce a cambiare il mondo, per quello serve ancora la Politica, la sola arte del possibile che ci è rimasta.

 Marino Calcinari

18 febbraio 2026

 

 

 

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