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Le Brigate internazionali in Spagna

di Luciano
Beolchi

Corre il 90° anniversario della guerra civile spagnola. Madrid, affamata, disarmata aggredita di un esercito di fascisti traditori, chiedeva aiuto. Lo faceva per bocca di un governo democraticamente eletto, rivolgendosi alle altre democrazie parlamentari che risposero con la politica di non intervento che lasciava mano libera alla Germania e all’Italia e bloccava ogni iniziativa della Repubblica per difendersi.

Oggi è Cuba che chiede aiuto contro un altro esercito fascista che l’assedia. Cuba non chiede nulla, solo che sia tolto l’embargo che le vieta di comprare cibo, medicine e combustibili che pure potrebbe comprare. Oggi come allora i governi parlamentari europei si voltano all’altra parte. Oggi come allora sono gli incivili selvaggi russi che intervengono per salvare decine o centinaia di persone dalla morte per inedia. L’Europa sta a guardare perché così ha deciso un tiranno. Vergogna per tutta l’Europa, anche per quei falsi democratici dimentichi che Cuba mandò in Spagna il maggior contingente di volontari in rapporto alla popolazione. 

Origini e primi passi

La guerra di Spagna ebbe, sin dall’inizio, le caratteristiche di un conflitto internazionale. Da un colpo di stato mezzo fallito, un classico pronunciamento alla spagnola, si passò a una guerra civile con immediato sostegno di Germania e Italia ai ribelli. La difesa della Repubblica trovò immediata eco in gran parte dei popoli europei, al di là della posizione dei governi che si potevano considerare omologhi di quello repubblicano, nel contesto del confronto ideologico e politico tra fascismo e antifascismo. La partecipazione degli stranieri al conflitto ebbe luogo fin dal primo giorno della dichiarazione di guerra, in particolare in Catalogna, dove risiedeva da anni un nutrito contingente di esiliati politici – soprattutto tedeschi, austriaci e italiani – ai quali si aggiunsero i nuovi arrivati che partecipavano alle Olimpiadi popolari. Inizialmente si raggrupparono per affinità ideologiche e per nazionalità per integrarsi nelle colonne miliziane, costituendo in genere unità proprie. Fu il caso della Centuria Thälmann, composta da tedeschi e guidata dal deputato comunista Hans Beimler; della Centuria Gastone Sozzi, di origine italiana, entrambe integrate nelle colonne miliziane del Partit Socialista Unifìcat de Catalunya (Psuc); o della Legione Italiana, comandata dal socialista Carlo Rosselli, fondatore di Giustizia e Libertà integrata nella Colonna Durruti, anarchica: Rosselli fu giustiziato l’anno dopo a Parigi dai fascisti (maggio 1937).  Nella Centuria Lenin del Poum conversero diverse nazionalità, come l’italiano Russo, l’inglese Orwell o il belga Kopp. Questa prima presenza straniera nelle colonne miliziane si rafforzò con un afflusso, nel corso dell’estate, di persone che, individualmente o in piccoli gruppi, si mossero da diverse località dell’Europa occidentale per combattere a fianco dei repubblicani e delle organizzazioni antifasciste; non erano né spinti né inquadrati da alcuna organizzazione politica, ma erano incoraggiati, in primo luogo, dal Partito Comunista Francese e dalla sua piattaforma di aggregazione degli stranieri residenti in Francia, la Main d’Ouvre immigrée (MOI).
Nonostante tutto, queste iniziative, personali o collettive, non costituivano un unico corpo come lo furono invece le Brigate Internazionali. Queste ultime nacquero come conseguenza di una decisione politica dell’Internazionale Comunista (IC) e della massima dirigenza dell’Unione Sovietica. Questa decisione fu presa a fine di agosto, prima dall’Ufficio politico del PCUS e immediatamente dopo dall’Esecutivo del Comintern.

Successivamente, l’IC iniziò a prendere accordi per fornire aiuti di uomini e mezzi al governo repubblicano. L’IC avrebbe dovuto tradurre tali accordi nell’invio di un “corpo internazionale”, che fu formalmente concordato il 18 settembre col neonato Governo Caballero1. Entrambe le operazioni di aiuto, quella sovietica e quella della IC, furono intraprese in modo parallelo, al punto che l’arrivo dei primi carri armati sovietici nel porto di Cartagena e quello dei primi volontari delle Brigate ad Albacete avvennero quasi contemporaneamente, rispettivamente il 12 e la mattina presto del 14 ottobre 1936. Qualche giorno dopo, il 22 ottobre, il governo della Repubblica, presieduto da Largo Caballero — inizialmente riluttante — approvò il fatto compiuto dell’arrivo dei volontari e la costituzione delle Brigate Internazionali: tuttavia la loro piena configurazione giuridica non si realizzò fino all’emissione del decreto del 27 settembre 1937, che le riconobbe come alternativa repubblicana alla Legione Straniera. L’esistenza di una precedente mobilitazione solidale facilitò l’attuazione dell’accordo del 18 settembre e con una prima doppia spedizione, via ferrovia attraverso il confine franco-spagnolo in Catalogna e via mare da Marsiglia, a Toledo giunse un primo contingente di 1.500 volontari. Questa doppia via fu, fino alla fine, la rotta di ingresso nella Spagna repubblicana. Il reclutamento dei volontari avveniva tramite le organizzazioni comuniste locali e le associazioni e istituzioni di solidarietà come il Comitato di Mutua Assistenza alla Spagna repubblicana di Parigi, direttamente collegato al Partito Comunista Francese e elemento fondamentale della rete di selezione e arruolamento dei volontari e il Centro Culturale Spagnolo di Orano. O il Comitato Internazionale per la Pace e contro il fascismo noto come Comitê Amsterdam-Pleyel, dove svolgeva un ruolo fondamentale Willy Münzerberg, l’instancabile dirigente dell’IC impegnato fin dagli anni ’20 nella promozione del sostegno internazionale all’Unione Sovietica e ai movimenti rivoluzionari, nell’editoria, nella cinematografia e soprattutto nel Soccorso Rosso Internazionale. Il centro di accoglienza dei volontari provenienti dall’Europa e dall’America era situato a Parigi, da dove venivano inviati a Perpignan o a Marsiglia e a Lione e da lì in Spagna; lì lavoravano esuli importanti del movimento comunista, come l’italiano Luigi Longo, che in seguito partì per la Spagna per partecipare anche lui alle Brigate, o lo jugoslavo Josip Broz, alias Tito. Fu la strada che seguì Giovanni Pesce (Visone), diciotto anni, che lasciò Milano per arruolarsi nelle brigate internazionali dove ascoltò l’appello di Carlo Rosselli “oggi in Spagna, domani in Italia” e in Italia fu tra i primi a impugnare le armi nel 1943, meritandosi nella lotta la medaglia d’oro al valor militare; e con lui c’erano quei muratori più vicini ai quaranta che ai trenta, esuli a Parigi dove continuava a perseguirli il fascismo. Per noi, rivoluzionari professionisti –diceva Longo che li incontrò ad Albacete – era più facile, era quasi naturale essere in Spagna, ma il vero coraggio era di questi uomini non più giovani che lasciavano casa, figli e famiglia per accorrere in Spagna, a fare il loro dovere.

I primi contingenti provenivano dall’Europa occidentale e centrale ed erano per lo più francesi, tedeschi e italiani, mentre il movimento dei volontari nordamericani non prese slancio fino a dicembre, ma nel battaglione Lincoln confluirono oltre 2000 americani. Quest’ultimo gruppo apportò un importante elemento di novità, anche politica, alle Brigate Internazionali che alla fine dell’anno cominciavano a risentire dell’impatto delle gravi perdite subite sui fronti di combattimento e delle misure che i governi occidentali cominciarono ad adottare per ostacolare proibendo e punendo il flusso di volontari verso la Spagna, dopo che il 4 dicembre Francia e Regno Unito avevano presentato una proposta in tal senso al Comitato di non Intervento. I governi polacco e bulgaro arrivarono a privare i volontari internazionali della loro nazionalità; quello svizzero sottopose a processo i promotori e propagandisti dell’arruolamento, così come quello belga; il 10 gennaio 1937 il governo britannico lo dichiarò illegale; e persino la Camera dei deputati francese, nonostante il governo di Fronte Popolare, impose il 21 gennaio dello stesso anno al proprio governo di prendere misure contro l’arruolamento e il trasferimento di volontari in Spagna. Sebbene il ritmo di arrivo non diminuisse di molto il loro passaggio si dovette fare clandestinamente. Tuttavia continuò a contare sul sostegno delle organizzazioni della sinistra francese e persino su una certa tolleranza di una parte degli stessi elementi governativi, che facilitavano il transito di materiale bellico sovietico in contrasto con gli accordi formali del Comitato di non intervento. Nell’autunno del 1937 l’IC diede nuovo impulso alla campagna di reclutamento, che raggiunse la cifra di 1.300 solo nel mese di febbraio del 1938. Da quel momento in poi, l’ostilità dei governi occidentali e il peggioramento della situazione militare della Repubblica determinarono un nuovo calo dei reclutamenti, che tuttavia continuarono fino alla fine dell’estate di quell’anno. Il 15 aprile 1938, con lo sfondamento del fronte di Aragona e l’arrivo dei franchisti al Mediterraneo, Barcellona si trovò divisa da Madrid e da Valencia; e la parte centrale del suo territorio staccata dal confine francese. 

I combattenti

Qual fu il numero totale dei brigatisti? Le stime, generalmente influenzate da motivi di interesse politico, lo collocano tra un inverosimile massimo di 125.0002 e un minimo di 25.0003. Quelle che si basano non su stime o pregiudizi, ma su riferimenti documentati, lo collocano intorno ai 35.000/40000 brigatisti4 e, in ogni caso, al di sotto dei 40.000, per tutto il periodo; un contingente che non è mai stato presente nella sua totalità in terra spagnola, dove hanno coinciso, in media, solo circa 15.000 brigatisti in azione. Nel dicembre 1937 poté arrivare a un massimo di 20.000, comprendendo non solo i brigatisti presenti al fronte, ma anche quelli assegnati alla base di Albacete e alle delegazioni di Madrid, Valencia, Alicante e Barcellona, quelli ricoverati in ospedale e in attesa di una nuova destinazione dopo essere stati dimessi, e quelli che si trovavano in fase di addestramento; il numero dei non combattenti poteva raggiungere i quattromila. Nel marzo 1938 la cifra si era ridotta a circa 16.000, di cui solo poco più di 9.000 erano in unità combattenti. Tutto questo senza contare altri ventimila stranieri che collaborarono con altre strutture della repubblica e senza contare i volontari russi.

Le brigate internazionali. Numero e nazionalità5

MeshkeriakovMaidanikThomas
Francesi8500877810000
Polacchi50003034***
Tedeschi500021895000
Italiani400029083350
Statunitensi300022742800
Britannici200018962000
Australiani2000******
Canadesi***5101000
Belgi20001700***
Yugoslavi160020561200
Cecoslovacchi13001046***
Ungheresi10005101000
Cubani 850******
Svizzeri700406***
Scandinavi9006621000
Baltici/ Finlandesi***8621000
Altri***10725000

 

La maggior parte dei volontari erano francesi (28%), seguita dai polacchi e dagli italiani (tra il 9 e il 10%), dagli americani e dai tedeschi (circa il 7%), dai balcanici (6,5%) e dai britannici (poco meno del 6%). Le altre nazionalità, che erano una cinquantina, rappresentavano poco più di un quarto del totale. Qualcosa di simile, anche se in misura minore, si verificava con la loro militanza o affinità politica. Circa il 60% degli italiani e dei francesi erano comunisti, e tale affiliazione raggiungeva la percentuale massima nel caso degli americani, degli svizzeri e dei britannici, tra i quali i comunisti erano tra il 72 e il 75%. Una percentuale coerente con il fatto che l’IC ne era la promotrice, ma la presenza di socialisti come pure di persone che si identificavano semplicemente con l’ideologia repubblicana non era trascurabile. Quella dei socialisti corrispondeva agli esponenti dell’ala sinistra del socialismo europeo, rappresentati da figure come l’italiano Pietro Nenni o l’austriaco Julius Deutsch. La presenza comunista era maggioritaria anche nei vertici delle Brigate tra i successivi responsabili della base di Albacete: i francesi André Marty, François Billoux, Maurice Lampe o Vital Gayman; o i principali comandanti operativi: il tedesco Wilhelm Zaisser (1893-195(9, il rumeno della Bucovina Manfred Stern, alias Kléber, gli ungheresi Maté Zalka, alias Paul Lukacs, e Janos Galicz o il polacco Sierczewski, alias generale Walter. Tale presenza comunista era ridotta nei comandi intermedi e, nel caso degli ufficiali superiori di nazionalità francese, fino a un terzo di essi non aveva tale appartenenza. Al contrario, raggiungeva la sua massima espressione tra i commissari. In ogni caso si trattava di un esercito a chiara maggioranza proletaria, che superava il 90% nel caso dei francesi. Una considerazione particolare va riservata ai brigatisti di origine ebraica. Questi, oltre 7.000, parteciparono non in quanto tali, ma in base alla loro militanza politica e nazionalità, distribuiti in tutte le unità; solo nel dicembre 1937 fu costituita un’unità esclusivamente ebraica, la compagnia Naftali Botwin6, con circa 200 membri, per ragioni politiche specifiche, ma fu un’eccezione alla primordialità dell’identità nazionale e politica.

Brigate battaglioni e forze d’assalto

I volontari internazionali furono inizialmente organizzati in cinque brigate, costituite in successione tra l’ottobre 1936 e il gennaio 1937, con numerazione progressiva dall’XI alla XV; ogni brigata era composta da tre o quattro battaglioni, formati generalmente sulla base della nazionalità comune dei volontari. L’identità nazionale si rifletteva nel nome dato ai battaglioni: Thälmann o Liebknecht per le unità tedesche; La Commune de Paris o Louise Michel per quelle francesi; Garibaldi per quelle italiane; Dombrowski per quelle polacche. La prima delle Brigate, formata con i primi arrivati alla base di Albacete, fece il suo debutto sul fronte di Madrid nei primi giorni di novembre. L’urgenza della mobilitazione verso il combattimento si mantenne, con poche differenze, fin dalla fase iniziale. Nella primavera del 1937, dopo la battaglia del Jarama, iniziò una ristrutturazione delle Brigate, rendendole più omogenee per quanto riguardava la nazionalità dei volontari internazionali; in modo che l’XI divenne l’unità a maggioranza tedesca, la XIV fu a maggioranza francese, la XII rimase a maggioranza italiana e la XV, a predominanza anglosassone, fu inizialmente rafforzata con l’incorporazione di americani e canadesi. Allo stesso tempo, alle Brigate che continuavano a essere denominate Brigate Internazionali si aggiunsero effettivi e unità spagnole, formando le Brigate Miste. La XII Brigata, i cui battaglioni tedeschi e franco-belgi furono trasferiti ad altre unità, fu completata da battaglioni spagnoli. D’altra parte, fu creata una nuova Brigata, la LXXXVI, con un contributo minoritario di internazionali. Alla fine del 1937, quasi il 60% dei membri delle Brigate Internazionali presenti sui vari fronti erano spagnoli. All’inizio del 1938 si verificò l’ultima novità con la costituzione della CXXIX Brigata Internazionale, con elementi provenienti da unità precedenti, tra cui predominavano i volontari balcanici. La riorganizzazione delle Brigate comprese anche la loro collocazione nell’esercito popolare, in modo che fossero integrate nelle nuove unità divisionali che furono create: la XII e la XIII furono integrate nella XLV, comandata inizialmente da Kléber e poi da Hans Khale, che lo aveva già sostituito in precedenza alla guida della XI; successivamente, nell’aprile 1938, la XLV entrò a far parte, a sua volta, del V Corpo d’Armata, comandato da Enrique Lister. Le altre Brigate Internazionali seguirono percorsi simili.

Innumerevoli battaglie

Costituite nell’ottobre 1936, le brigate internazionali entrarono in combattimento in novembre.
La prima a partire, il 5 novembre in tutta fretta, fu XI Brigata Internazionale composta da tre Battaglioni: quello francese con commissario politico il comunista italiano Di Vittorio, quello tedesco e quello polacco. La XI Brigata ebbe il battesimo del fuoco nell’eroica difesa di Madrid dall’assedio di Franco nel novembre del 1936.
I combattenti italiani invece erano inquadrati nel Battaglione Garibaldi, comandato dal repubblicano Randolfo Pacciardi e composto in maggioranza da comunisti emigrati in Francia e Belgio, ma anche da tanti militanti di altre formazioni politiche. Longo e gli altri dirigenti delle Brigate Internazionali speravano di aver più tempo a disposizione per preparare la seconda Brigata alla battaglia, sebbene i soldati, sentendo gli avvenimenti di Madrid, erano impazienti di andare al fronte. Furono accontentati il 10 novembre, quando furono inquadrati nella XII Brigata internazionale – composta di gran fretta per l’esigenza di forze sul fronte e quindi incompleta – insieme a 7 compagnie suddivise per nazionalità. Il comando venne assegnato al generale ungherese Lukacs (Matei Jalka), mentre l’incarico di commissario politico fu assegnato a Luigi Longo. Il battesimo del fuoco avvenne il 13 novembre 1936 nella difesa di Madrid, quando la XII Brigata Internazionale venne inviata insieme ad altri tre reparti spagnoli a combattere al Cerro de los Angeles, una zona strategica per difendere la capitale e occupata dai fascisti; subito dopo fu inviata a difendere la Ciudad Universitaria insieme alla XI Brigata. Nei rapporti dell’epoca Longo racconta non solo l’audacia dei combattenti, ma anche il loro senso di disciplina nonostante le innumerevoli difficoltà e privazioni; enorme era la disorganizzazione dell’esercito popolare, mancavano risorse, mezzi, armi e spesso i combattenti dovevano adattarsi come potevano. Le avversità non fiaccarono il Battaglione Garibaldi, che si distinse nella difesa di Madrid e ottenne i complimenti dallo stesso Comando: «Grazie alle splendide azioni effettuate dal Battaglione Garibaldi noi possiamo dire che, dopo quattro giorni di resistenza, i violenti attacchi del nemico […] sono stati nettamente spezzati e le nostre linee sono più solide che mai [..]. Lo spirito d’iniziativa dimostrato dal battaglione Garibaldi, il quale ha saputo cementare intorno a sé tutte le altre forze di Pozuelo, comprova l’alta capacità rivoluzionaria delle masse popolari italiane» (da L. Longo, Le Brigate internazionali in Spagna). Il Battaglione Garibaldi si distinse in altre battaglie successive, come la presa di Mirabueno, nella quale quale morì il suo comandante, Guido Picelli (che aveva sostituito Picciardi), o la seconda difesa di Madrid dall’offensiva fascista.

Poi vennero le Battaglie del Jarama e di Guadalajara dove il Garibaldi sconfisse i fascisti del mussoliniano Corpo Truppe Volontarie. Di Brunete e di Belchite, Teruel e la lunga battaglia dell’Ebro. Una storia lunga e gloriosa.

L’impatto delle brigate internazionali

L’impatto militare delle brigate internazionali pur non essendo di per sé decisivo per l’esito della guerra – ma lo fu sicuramente per la difesa di Madrid – fu importante, soprattutto per l’effetto psicologico positivo che generò tra i difensori di Madrid e in generale nel campo repubblicano, quando nell’inverno del 1936 cominciarono a manifestarsi l’impreparazione e l’inefficienza delle milizie e non esisteva ancora un esercito popolare efficace. Composte da persone con esperienza militare, in gran parte veterani della Prima Guerra Mondiale e quadri militari e paramilitari del movimento comunista, fungevano da riferimento e da istruttori dei combattenti spagnoli. Ciò ebbe anche un importante effetto psicologico nelle retrovie repubblicane, poiché rappresentò un contributo di solidarietà internazionale e, soprattutto, svolse una funzione militare fondamentale: le Brigate Internazionali furono utilizzate sistematicamente come truppe d’assalto, adempiendo in modo soddisfacente al loro compito.  salvo alcune  sfortunate eccezioni,  come la disfatta di una parte della XIII Brigata nella battaglia di Brunete, nel luglio  1937.  Questa funzione di truppe d’assalto, che non potevano però contare sull’adeguato supporto dell’artiglieria e dell’aviazione repubblicana, comportò un costo elevato di vite umane. Frequentemente le loro operazioni di assalto furono concepite senza riguardo al bilancio delle perdite era spesso concepito come un’azione di shock e agli uomini decimati che si ritiravano dal fronte veniva concesso poco tempo per riprendersi prima di essere rimandati al combattimento.  La XI Brigata aveva già perso, il 15 novembre 1936, il 40% dei suoi uomini; la XII, all’inizio di dicembre, aveva il 50% dei suoi fuori combattimento: nella battaglia del Jarama morirono circa il 10% del totale dei brigatisti che combatterono in Spagna e più del 20% di tutti quelli di nazionalità francese. Alla fine della guerra era morto un terzo dei brigatisti. Tale durezza generò alcuni casi di diserzione, indisciplina o semplicemente richieste di abbandono e rimpatrio al luogo di origine; anche se questi conflitti non superarono mai le proporzioni che si verificavano abitualmente in qualsiasi conflitto bellico; i consolati francesi rimpatriarono il 2,5% dei brigatisti; la percentuale dei disertori statunitensi si attestò intorno al 4%; quella dei britannici fu più elevata, pari al 13%. Le diserzioni erano solitamente punite con l’assegnazione ai battaglioni di genieri. La punizione più severa, la fucilazione, era applicata alle infrazioni considerate più gravi come l’istigazione alla rivolta; gli abusi sui prigionieri, sui combattenti morti o sulla popolazione civile; e anche, soprattutto nella fase iniziale, contro gli accusati di spionaggio. Non ci furono purghe politiche di massa, anche se si verificarono casi isolati, che non furono comunque proporzionalmente superiori a quelli che si verificarono negli eserciti di entrambe le parti; il contingente che, eccezionalmente, ne soffrì maggiormente fu quello polacco, come riflesso dello scioglimento da parte della IC del Partito Comunista Polacco alla fine del 1937.  In ogni caso, il totale delle esecuzioni, qualunque fosse il motivo, si attestò intorno alla cinquantina7.

Oltre la Spagna

Nel 1938 la questione dei combattenti stranieri divenne oggetto di scambio all’interno del Comitato di non Intervento per il presunto impulso a un processo di cessate il fuoco e l’avvio di negoziati per porre fine alla guerra. Non ci fu mai una reale possibilità che ciò avvenisse, in particolare a causa dell’opposizione di Mussolini che voleva a tutti i costi una vittoria sul campo e dell’importanza del contributo straniero nella superiorità militare di Franco8. Tuttavia la nuova aggressione fascista nei Sudeti (ottobre 1938) sembrò aprire una pur minima possibilità di un nuovo scenario europeo in cui si potesse forzare un negoziato in Spagna e il Presidente del Consiglio Negrin decise di cogliere l’occasione anticipando con un annuncio unilaterale, il 21 settembre, il ritiro immediato delle Brigate Internazionali9. In quel momento, secondo un rapporto del generale Rojo10, i brigatisti erano esausti, non c’era più un ricambio sufficiente a causa della drastica riduzione del flusso di volontari e le unità spagnole dell’esercito popolare potevano combattere da sole, senza che la fine del contributo delle Internazionali comportasse una sostanziale diminuzione.  Il 23 settembre furono ritirate dal fronte e il 28 ottobre fecero la loro sfilata di addio a Barcellona. In quel momento il numero totale dei brigatisti presenti in Spagna era di 13.000, un quarto dei quali ricoverati in ospedale. Tuttavia, non tutti i brigatisti poterono essere rimpatriati, a seguito della decisione del governo francese di non accettare coloro i cui paesi d’origine non erano disposti a rimpatriarli e dunque tedeschi, italiani, polacchi, ungheresi, balcanici e di altre provenienze; in totale erano circa 6.000, che rimasero bloccati in Catalogna e non furono impiegati fino al 26 gennaio 1939, dopo la caduta di Barcellona in mano di Franco, quando furono reintegrati in una divisione dell’esercito popolare. Parteciparono agli ultimi combattimenti a copertura della ritirata di civili e militari ed entrarono in Francia con il resto dei rifugiati spagnoli, per essere internati nei campi improvvisati sulle spiagge prima e in quello di Gurs a partire dal maggio 1939.

L’accoglienza riservata ai brigatisti nei loro paesi d’origine fu segnata dal clima politico europeo degli accordi di Monaco e della crescente ostilità dei governi. A Parigi costituì l’ultimo atto di massa del Fronte Popolare, ormai in pieno processo di disgregazione; a Londra ebbe un’importante accoglienza popolare, con la partecipazione anche dei laburisti; a New York, al contrario, ad accoglierli c’erano solo familiari, amici e pochi simpatizzanti, con una schiacciante presenza di polizia. In Svizzera furono processati più di quattrocento di loro, con condanne da uno a sei mesi. In Francia furono sottoposti alla corte marziale coloro che avevano partecipato alle Brigate senza aver prestato servizio militare in Francia. Nei mesi successivi, con la sconfitta definitiva della Repubblica e lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, caddero nell’oblio, sostenuti esclusivamente dai loro compagni di partito, trascurati dai servizi di assistenza pubblica, costretti in Francia ad arruolarsi nella Legione straniera. Superata la prima fase della guerra, con il trionfo continentale delle potenze fasciste, gran parte degli ex brigatisti tornarono ad agire, speso spina dorsale della resistenza, in Francia e in Italia, Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia e Ungheria. Uno dei suoi membri più giovani, Pierre George, fu l’autore del primo attentato contro un militare tedesco a Parigi, il 21 agosto 1941, mentre Henry Rol Tanguy e Jules Dumond furono tra i principali capi militari della resistenza. In Italia Luigi Longo diresse l’organizzazione clandestina del Partito Comunista e fu il vece-comandante del Corpo Volontari della Libertà, e Felice Platone, capo di Stato Maggiore ad Albacete, fu uno dei principali quadri della resistenza armata, mentre in Jugoslavia Kurt Lohberger organizzò una centuria di antifascisti tedeschi e Tito fu il leader della resistenza comunista. Perché per tutti questi uomini la lotta contro il fascismo doveva continuare oltre la Spagna.

Luciano Beolchi

  1. Georgi Dimitrov, Diario. G/i anni di Mosca (1934-1945). Einaudi, Torino, 2002.[]
  2. José Manuel Martinez Bande, Las Brigadas Internacionales, Plaza y Janés, Barcellona, 1973.[]
  3. Pierre Brouè e Emile Témime, La Revolution et la Guerre d’£spagne, Editions du Minuit, Parigi, 1961.[]
  4. Rémi Skoutelsky, Novedad en el frente. Las Brìgadas ïnternacionalea en la Guerra Civil, Ediciones Temas de Hoy, Madrid, 2006.[]
  5. John Mc Cannon.. Soviet Intervention in the Spanish civil war 1936-1939., A Reexamination, Russian History, Summer 1995, Vol, 22, N° 2, p.163. Gli autori cui si riferisce Mc Cannon sono: Meshcheriakov, Ispanskaja Respublika .L Maidanik, Inspamsii proletariat c nazional’noevoliutsionnoi vine, Moskva 1960 e H, Thomas, Spanish civil war ,London, 1962,  p. 637.[]
  6. Naftali Botwin (1905-1925) era un comunista e attivista sindacale polacco giustiziato per l’omicidio di un informatore della polizia.[]
  7. Jacques Delperrié de Bayac, Les Brigades internationales, Fayard, Parigi, 1968.[]
  8. Ángel Viñas, La conspiración del general Franco y otras revelaciones acerca de una guerra civil olvidada, Crítica, Barcellona, 2011.[]
  9. Enrique Moradielos, Con Juan Negrín, Peninsula, Barcellona, 2006.[]
  10. Capo di Stato Maggiore dell’esercito popolare repubblicano che rispettò il giuramento di fedeltà alla repubblica pur definendosi personalmente cattolico apostolico romano.[]
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