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Qualcosa sta accadendo nel Rojava

di Stefano
Galieni

Già raramente l’interesse verso quanto accade fuori dall’Italia riesce a imporsi all’attenzione dei media mainstream ma, in un periodo come questo, in cui pandemia, crisi economica e sociale, necessità di offrire spazi di distrazione di massa, contribuiscono a chiudere qualsiasi spiraglio verso l’esterno. Il Rojava, le giovani combattenti kurde, la lotta per un modello di sviluppo e di vita diverso, potenze regionali e internazionali che cercavano di distruggere un “pericoloso esempio” di prospettiva rivoluzionaria, tutto dimenticato e rimosso. Ma cosa sta accadendo in questi giorni lì? Lo abbiamo chiesto a Yilmaz Orkan, Coordinatore dell’Ufficio Informazione Kurdistan in Italia (Uiki Onlus) e compagno di lunga data. «Almeno i compagni non ci hanno abbandonato – dice amaramente – ma la situazione è davvero terribile. Qui in Italia, in gran parte del mondo ricco si parla di vaccinazioni ma da noi c’è l’embargo da parte della Turchia e dei kurdi iracheni del partito di Barzani. Siamo soli». Due situazioni diverse e complesse eppure vicine. Nel campo profughi di Makhmur a 60 chilometri da Erbil, la città più grande del kurdistan iracheno, vivono almeno 12 mila rifugiati. Da un anno il campo è sotto embargo, non si può praticamente ne entrare ne uscire, le persone non vengono fatte passare neanche per andare a curarsi in ospedale. «Lo stesso avviene per chi prova ad andare a Sinjar – riprende Yilmaz – il sud del Kurdistan è isolato, hanno fatto il possibile per controllare il contagio e mantenere i distanziamenti ma non sono giunti respiratori, mascherine e medicinali. In più si è aggiunta quella che per noi è la vera pandemia mai cessata, i turchi. Sia in Iraq che nel Rojava utilizzano mercenari del daesh, di al qaeda, della fratellanza musulmana. Sono macellai che ricevono 1000 euro al mese per fare il lavoro sporco, hanno i droni per pianificare omicidi mirati e tutto avviene nel silenzio internazionale». In Rojava si è cercato di contenere il contagio ma in un anno ci sono sati almeno 300 morti e 10 mila contagiati. Le organizzazioni solidali hanno tentato di mettere in piedi una campagna perché in Rojava non arrivano ne respiratori, macchinari per controllare la saturazione del sangue, mascherine. Basti tener conto che dopo l’invasione turca dello scorso anno il 60% dei servizi, già carenti è andato distrutto e solo costruire spazi di cura è una impresa immane. Manca in alcune zone anche l’acqua potabile, immaginiamo come è difficile affrontare una pandemia «Si tratta di una popolazione di 5 milioni di persone ma siamo riusciti per ora solo ad aprire due ospedali che complessivamente possono accogliere 400 persone – riprende il coordinatore Uiki – Abbiamo organizzato una staffetta per mandare mascherine. Gli aiuti li abbiamo ricevuti dalla Mezzaluna Rossa di Livorno, da alcuni compagni in Germania, da quelli di Alessandria, ma nessuna ong internazionale sta intervenendo e non si parla di vaccinazioni. Forse ce ne arriveranno quando verranno diffuse a tutto il mondo. Gli Emirati Arabi Uniti hanno parlato di 2 milioni di dosi ai paesi poveri. Ma ad essere poveri e in guerra siamo in tanti. Non basteranno certo questi». Yilmaz dice che “il vaccino non è per i poveri” ma poi aggiunge che la Turchia è stata anche accusata di non fornire informazioni reali al resto del mondo. Hanno acquistato 50 milioni di dosi al mercato nero, di vaccini provenienti da Cina e Russia. «Alla comunità internazionale è stato detto che in Turchia ci sono stati solo un centinaio di morti ma il sindaco di Istanbul – da noi sono i municipi a fornire i dati dichiara Yilmaz Orkan – afferma che ci sono 250 morti al giorno nella sua città. Anche il Consiglio europeo dice che nell’area ci dà informazioni falsate. Sappiamo poco di quanto accade in Iran e in Iraq». E per kurdi e, le minoranze più perseguitate, non ci sono neanche alleati internazionali disposti ad intervenire. La Cina si mantiene distante dal conflitto mentre nell’area Russia e Turchia ormai collaborano per sconfiggere ogni resistenza.

Ma intanto i curdi di tutto il mondo stanno organizzando mobilitazioni in vista dell’anniversario del rapimento del Presidente Ocalan, catturato illegittimamente in Kenia dopo il tradimento italiano di D’Alema e detenuto dal 1999 nel carcere di Imrali nell’omonima isola. «Da settembre abbiamo tentato di coinvolgere le istituzioni europee e le Nazioni Unite perché intervengano sulla Turchia – racconta Yilmaz Orkan – abbiamo chiesto al Segretario generale dell’ONU Antonio Gutierres di intervenire come si fece in Sud Africa con Mandela per avviare la riconciliazione. E in Sud Africa stiamo lavorando con il Cosatu e con una nostra associazione per far partire una campagna che porti a farla finita col nostro apartheid. Ad appoggiarla ci sono i compagni dell’Arci, dei sindacati di base come Cobas e Cub ed è partita una lettera per una mobilitazione mondiale. Il 15 febbraio è la giornata in cui il nostro presidente è stato rapito. Sabato 13 si terranno manifestazioni laddove è possibile, manderemo a breve anche l’elenco delle città italiane che si mobiliteranno. Insieme alla Rete Kurdistan siamo già certi di avere piazze a Firenze, Alessandria, Milano, in Emilia Romagna, a Napoli e a Bari. A Roma andremo in viale Mazzini sotto la sede della Rai non per protestare ma per chiedere che si faccia informazione sulle nostre richieste che sono richieste di pace e di libertà. Spesso l’opinione pubblica ci è stata vicina e ci ha sostenuto, per questo deve sapere».

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