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Prigionieri di guerra sovietici in Germania

di Luciano
Beolchi

Preambolo a un genocidio

Nel 1945, quando le truppe sovietiche arrivarono ai Rusenlager, gli infernali lager riservati ai soli russi, vi trovarono circa un milione di sopravvissuti (830.000 secondo Overy, uno dei più noti specialisti della materia1. Peter Calcovalessi in Total war2 partendo da un calcolo più dettagliato sostiene che su cinque milioni e mezzo di prigionieri, quelli uccisi deliberatamente o morti per negligenza criminale furono 3.500,000 di cui due milioni morti dei campi di detenzione, un altro milione morti nel transito tra il fronte e la destinazione nelle retrovie e altri 473.000 mentre erano in custodia militare in Germania e Polonia. A questo numero vanno aggiunti più di un milione di HIWI di cui parleremo più avanti, ossia i prigionieri di guerra che avevano accettato di indossare la divisa tedesca.
Un autore tedesco, Christian Streit3 parla di un totale di 5.700.000 prigionieri di cui 930.000 furono ritrovati vivi nel 1945. Un altro milione furono i cosiddetti volontari gli Hilfswillige o HIWI che indossarono la divisa tedesca. I rimanenti 3,300,000 morirono nei campi di prigionia.
Lo United States Holocaust Memorial Museum conferma sostanzialmente queste cifre, aggiungendo che circa mezzo milione di uomini fuggirono o furono liberati dai sovietici.

Tutte le fonti concordano per una percentuale di mortalità tra il 57 e il 60%, La stessa mortalità riscontrata tra i deportati ebrei di contro a una mortalità variabile tra il 6 e il 9% tra gli IMI, (Internati Militari Italiani) che pure non ebbero trattamento di prigionieri di guerra e furono trattati dagli ex alleati con vendicativa durezza. Anche l’Armata di Vlasov raccolse una parte dei suoi effettivi tra i prigionieri di guerra sovietici. Teoricamente avrebbe dovuto costituire una formazione di anticomunisti sovietici da schierare contro l’Armata rossa, ma nonostante fosse stata armata e addestrata a quello scopo l’OKW ne diffidò sempre evitando di schierarla sul fronte orientale. Per assurdo quell’armata prese parte a una sola grande battaglia, quella per la liberazione di Budapest nel febbraio 19454, ma schierandosi fin dal suo inizio dalla parte dei russi.
Gli HIWI erano divisi in tre categorie fondamentali. Quelli destinati a curare i cavalli, alle cucine ai trasporti e a tutti i lavori più pesanti e bestiali, non esclusa l’apertura di passaggi nei campi minati con il loro corpo, e infine quelli che costituivano formazioni aggregate alle formazioni tedesche. La loro sorte era spesso tragica: a Stalingrado gli HIWI costituivano il 25% della truppa tedesca; furono tutti uccisi prima della resa della VI armata. Molti soldati che erano stati arruolati a forza nella Wehrmacht furono impiegati a Occidente, nel contrastare la resistenza, nell’allestimento del Vallo Atlantico e nella contraerea. Moltissimi tra di loro furono i disertori, sia tra i cosiddetti mongoli, come venivano chiamate tutte le truppe provenienti dall’Asia centrale, che fra russi e ucraini5.. In Italia oltre 5000 furono i sovietici che entrarono nel movimento partigiano. Ebbero 400 caduti e quattro di loro furono insigniti di medaglia d’oro al valor militare6.
In tempi di russofobia dilagante che spande a piene mani odio e disprezzo per i russi, per la loro cultura e la loro civiltà, senza risparmiare né gli artisti, né gli sportivi, un fatto pure in sé così grave da essere chiamato genocidio va esaminato in un contesto più ampio che permetta di capire perché quella che russi, ucraini e bielorussi chiamano Grande guerra patriottica sia così importante per loro, il ricordo così lacerante e l’antifascismo così diffuso, radicato e vivo.
Ancora nel 1966-1967 gli studenti quindicenni delle scuole di Amburgo descrivevano gli slavi come «primitivi, semplici, molto violenti, crudeli, malvagi, disumani, avidi e molto testardi»7. I successi dell’AfD non a che testimoniare la continuità in Germania di un forte sentimenti anti-slavo inaugurato dal Pangermanesimo, ripreso e accresciuto dal nazismo e ripreso oggi dall’AfD, ma non solo.
Perché mai gli ucraini dovrebbero gioire rivedendo marciare sul proprio suolo le truppe tedesche, tornate miracolosamente immacolate? e dunque in quanto riscoperti “diversi” “tornare a far parte della grande famiglia europea che peraltro si combatte ininterrottamente al suo interno dalla fine dell’impero romano, millecinquecento anni fa.
Trincerandosi dietro le esigenze della guerra fredda, gli autori anglosassoni nelle loro ricostruzioni storiche della seconda guerra mondiale non fecero che lodare la capacità professionale di generali tedeschi e la loro condotta tutto sommato inappuntabile, pur trattandosi ovviamente di condotte di guerra. I fin troppo noti crimini di guerra che avevano insanguinato anche i Paesi occidentali sotto occupazione militare, venivano attribuiti tutti alle SS, senza mai rendere conto del diverso comportamento che tenevano le truppe d’occupazione tedesche in Occidente, particolarmente in Francia e quello sfrenato che tennero sistematicamente a Est, oltre che in Jugoslavia e in Grecia.
Lo stesso che per i generali valeva per la truppa: coraggiosa, instancabile, disciplinata, capace di sopportazione, ben addestrata, per contro ai “russi” che vincevano solo perché erano barbari, feroci, indifferenti alla loro stessa vita (!!) e ai loro generali che vincevano solo perché sacrificavano spietatamente e senza misericordia i loro soldati: la scusa che del resto avevano utilizzato i vari bandera e Von Masten per giustificare le proprie sconfitte. Eppure, alla fine le perdite militari tedesche furono di circa sei milioni di uomini, di cui cinque milioni sul fronte russo. Quelle sovietiche sul campo toccarono i sette milioni: non una differenza così grande se non per il fatto che le perdite dei tedeschi si concentrarono nel 19448 e 1945 e quelle dei sovietici nei primi due anni di guerra, 1941-1942. Lo stesso vale per i prigionieri di guerra: circa cinque milioni i sovietici finiti in mano tedesca e oltre tre milioni i tedeschi fatti prigionieri dall’Armata rossa, la cui cattura si ebbe in larghissima parte durante lo svolgimento del conflitto, perché alla fine della guerra la maggior parte delle truppe tedesche, e non solo le SS, preferirono arrendersi agli angloamericani piuttosto che ai sovietici, et pour cause, visto quello che si lasciavano alle spalle.
Si tenga conto, nel considerare l’identica percentuale di morti tra ebrei e prigionieri di guerra sovietici, che tra i primi c’erano persone di tutte le età e condizione di salute, bambini e anziani, invalidi e malati, mentre i prigionieri di guerra sovietici erano tutti giovani, in buona salute, dato che i feriti in linea di massina venivano sterminati alla cattura e dunque figurano “morti in combattimento”. Nel confronto delle perdite tra prigionieri tedeschi e sovietici9, si consideri che quelli tedeschi furono detenuti in condizioni climatiche pessime (dove del resto vivevano anche i cittadini sovietici) e quelli russi nella fertile e opima Europa di cui evidentemente non godettero i benefici.

Le vittime dimenticate del nazismo

Per 80 anni, la Wehrmacht è sfuggita in gran parte all’attenzione pubblica per il suo ruolo nella morte di oltre 3,5 milioni di prigionieri di guerra sovietici. Con il riarmo forsennato dell’esercito tedesco che ha solo preso il nome di Bundeswehr al posto Wehrmacht riprende lena e importanza lo sforzo di presentare al pubblico un’immagine immacolata dell’esercito tedesco, cancellando la sua stretta subordinazione al regime nazista e i crimini del passato tra i quali spicca par la sua gravità e ferocia lo sterminio di 3.200.000 prigionieri di guerra sovietici sui cinque milioni settecentomila che erano stati catturati. Di questo vero e proprio genocidio la pianificazione e l’esecuzione vanno messe in carico e all’esercito tedesco, nonostante il perdurante tentativo di scaricare le responsabilità sulle Waffen SS e sulle varie formazioni di polizia del regime operanti in quelli che venivano chiamati Territori orientali.
Fino dall’atto della firma dell’atto di capitolazione l’8 e 9 maggio 194510 la leadership della Wehrmacht tentò di presentarsi come incontaminata dai crimini commessi dal Reich. Il feldmaresciallo Erich von Manstein dipinse abilmente nelle sue memorie11 un quadro del divario che separava «gli standard dei soldati da quelli della nostra leadership politica». Non era il solo. Molti altri generali si diedero da fare per sorvolare sugli abbondanti esempi espliciti della propria complicità con il regime nazista. Nel frattempo, gli imputati al processo di Norimberga cercarono di sviare la propria colpa attribuendo la responsabilità ad Adolf Hitler e ai suoi servitori delle SS. Nonostante questi tentativi il primo processo di Norimberga riconobbe la piena corresponsabilità dell’Alto Comando nei crimini nazisti, in particolare attraverso quello che fu conosciuto come l’ordine dei commissari, Komissarbefehl e condannò a morte per impiccagione tanto il capo dell’alto comando (OKW) Wihlem von Keitel che il suo vice Alfred Jodl.
Gli altri processi di Norimberga, i 12 processi cosiddetti secondari intentati contro i vari settori della società tedesca che avevano sorretto il nazismo (i medici, i magistrati gli industriali, i ministri, le SS e naturalmente l’alto comando), si mostrarono molto più comprensivi nei confronti dei loro imputati. Soprattutto perché a sostenere l’accusa non erano più i rappresentanti delle quattro potenze vincitrici ma solamente gli americani. Dei 14 generali imputati nel processo contro l’alto comando svoltosi nel 1948, due furono assolti e la condanna più dura toccò al comandante della fanteria, generale Hermann Reinecke, ritenuto responsabile della pianificazione ed esecuzione dello sterminio si 3.200.000 prigionieri di guerra sovietici. Al generale, giudicato colpevole senza attenuanti fu comminata la pena dell’ergastolo, ma nel 1954 tornò a piede libero, ultimo di tutti i condannati. Aveva scontato una pena di 10 secondi per ogni omicidio attribuitogli.
Questa campagna di memoria selettiva prese slancio man mano che i rapporti tra gli ex Alleati si deterioravano e gli ufficiali esperti della Wehrmacht venivano visti come possibili risorse in un’eventuale guerra futura tra l’Occidente e l’Unione Sovietica. Nel 1946 l’impressione che la Wehrmacht avesse combattuto una guerra cavalleresca, nonostante la pressione dall’alto a essere brutale, stava diventando un dogma per alcuni in Occidente. Anche a distanza di 80 anni, questa impressione rimane in gran parte incontrastata. Sebbene sia vero che la Wehrmacht abbia generalmente combattuto nel rispetto delle regole riconosciute della guerra nell’Europa occidentale, il conflitto sul fronte orientale fu del tutto diverso. Nella vasta distesa dell’Unione Sovietica, la Wehrmacht fu responsabile di alcuni dei peggiori eccessi della guerra.
La guerra di Hitler contro l’Unione Sovietica fuse l’aggressione ideologica con l’impulso razziale e le aspirazioni coloniali, dando vita a un conflitto di una brutalità senza pari. Piuttosto che essere un partecipante riluttante a questa lotta brutale, la Wehrmacht ne fu un attore leale ed entusiasta. Uno degli esempi più eloquenti della sua partecipazione ai crimini di guerra fu proprio il trattamento riservato ai prigionieri di guerra sovietici. Le statistiche concordano che su 5,7 milioni di soldati sovietici catturati tra il 1941 e il 1945, più di 3,5 milioni morirono in prigionia anche se le cifre possono variare dai 5,2 e i sei milioni di prigionieri di guerra.

Diverse ragioni sono state avanzate da coloro che cercano di spiegare questa statistica raccapricciante. La prima è che l’Unione Sovietica non aveva firmato le convenzioni internazionali a tutela dei prigionieri di guerra e, pertanto, i suoi soldati non potevano aspettarsi alcuna protezione ai sensi del diritto internazionale. Un’altra spiegazione spesso citata, utilizzata dagli ufficiali della Wehrmacht che testimoniarono a Norimberga, suggerisce che l’esercito tedesco fosse semplicemente sopraffatto dal numero di prigionieri e che le morti di massa fossero una conseguenza sfortunata ma naturale dell’insufficienza di risorse. Fattori quali il clima, le condizioni di battaglia sul fronte orientale, le epidemie e i problemi di approvvigionamento alimentare sono spesso citati come altre possibili ragioni.
Un attento esame, tuttavia, mostra quanto siano fragili queste argomentazioni.

Prima che l’Operazione Barbarossa avesse inizio nel 1941, la Wehrmacht stabilì che i prigionieri sovietici catturati durante l’imminente campagna dovevano essere sottratti alla protezione del diritto internazionale e consuetudinario. Gli ordini impartiti ai comandi subordinati sospendevano il codice penale militare tedesco e la Convenzione dell’Aia, l’accordo internazionale che regolava il trattamento dei prigionieri. Sebbene i sovietici non avessero firmato la Convenzione di Ginevra relativa ai prigionieri di guerra, i tedeschi lo avevano fatto e l’articolo 82 della convenzione obbligava i firmatari a trattare tutti i prigionieri, di qualsiasi Stato, secondo i dettami dell’umanità.
Nel marzo 1941, Hitler emanò quello che è diventato noto come l’«Ordine sui commissari», che definiva chiaramente la natura futura della guerra in Russia. Il conflitto imminente doveva essere «una guerra di ideologie e differenze razziali e dovrà essere condotto con una durezza senza precedenti, spietata e implacabile». L’ordine istruiva inoltre i subordinati di Hitler a giustiziare i commissari e scagionava i suoi soldati da qualsiasi eccesso futuro. «Qualsiasi soldato tedesco che violi il diritto internazionale sarà perdonato», dichiarò il Führer. «La Russia non ha aderito alla Convenzione dell’Aia e, pertanto, non gode di alcun diritto in virtù di essa».
In una successiva riunione per spiegare l’applicazione di questo ordine agli alti ufficiali dell’esercito, il generale Edwin Reinecke, l’ufficiale del Reich responsabile del trattamento dei prigionieri di guerra, disse al suo pubblico: «La guerra tra Germania e Russia non è una guerra tra due Stati o due eserciti, ma tra due ideologie — vale a dire, l’ideologia nazionalsocialista e quella bolscevica. Il [soldato] dell’Armata Rossa non deve essere considerato un soldato nel senso in cui si applica ai nostri avversari occidentali, ma come un nemico ideologico. Deve essere considerato l’arcinemico del nazionalsocialismo e deve essere trattato di conseguenza». Reinecke proseguì ammonendo che ciò doveva essere chiarito a ogni ufficiale che prendeva parte all’operazione, «poiché apparentemente nutrivano ancora idee che appartenevano all’era glaciale e non all’era attuale del nazionalsocialismo». In base alle direttive dell’Ordine dei Commissari, immediatamente dopo la cattura tutti gli ufficiali politici sovietici dovevano essere uccisi e che in seguito, nell’ambito di un «programma di selezione speciale dell’SD [Sicherheitsdienst, il servizio di sicurezza del partito nazista]», dovevano essere uccisi anche tutti quei prigionieri che potevano essere identificati come completamente bolscevizzati o come rappresentanti attivi dell’ideologia bolscevica.
L’8 settembre 1941, tre mesi dopo l’inizio dell’Operazione Barbarossa, Reinecke ricordò ai suoi subordinati che «il soldato bolscevico aveva perso ogni diritto di essere trattato come un soldato onorevole e in conformità con la Convenzione di Ginevra». L’ammiraglio Wilhelm Canaris, capo dell’Abwehr (servizio di intelligence tedesco), si oppose alle affermazioni di Reinecke ma fu zittito dal feldmaresciallo Wilhelm Keitel, il quale ricordò all’ammiraglio: «Questa lotta non ha nulla a che vedere con la cavalleria militare o con le norme delle Convenzioni di Ginevra». È interessante notare che mentre le armate di Hitler si sentivano esonerate dalle «sottigliezze» del diritto internazionale durante la campagna, i soldati dei loro alleati finlandesi, italiani e rumeni riconoscevano regolarmente i diritti dei soldati sovietici sotto la loro protezione, anche se specie i rumeni e gli ungheresi non si sottrassero a operazioni criminali come la strage di 60.000 ebrei di Odessa nel 1941 che è in larga parte da attribuire alle forze armate rumene.
L’altra debole argomentazione per giustificare le morti di massa dei prigionieri di guerra russi è che i problemi di rifornimento erano fuori dal controllo dei generali. Anche in questo caso, tuttavia, i fatti non sostengono l’argomentazione. Fin dall’inizio, i pianificatori militari tedeschi si aspettavano un gran numero di prigionieri. Quattro mesi prima dell’inizio della campagna, la Wehrmacht calcolò che avrebbe catturato almeno 2-3 milioni di prigionieri — 1 milione nelle prime sei settimane.
La vera spiegazione per i milioni di morti risiede nella pianificazione deliberata da parte della Wehrmacht di come trattare i propri prigionieri. Con la guerra che nel 1941 procedeva a favore di Hitler, sembrava esserci ben poco motivo di osservare le consuetudini della guerra civile; presto non sarebbe rimasto nessuno a obiettare. Piuttosto, ciò che era più importante era che i generali dimostrassero il proprio valore dimostrando di essere partner affidabili nella guerra ideologica di Hitler.
Le norme tradizionali di condotta furono scartate ancora prima dell’inizio della campagna. Nel marzo 1941, mentre Reinecke informava gli ufficiali della Wehrmacht, furono elaborati piani su come le unità dell’esercito avrebbero collaborato con le squadre di sterminio degli Einsatzgruppen del generale delle SS Reinhard Heidrich mentre i tedeschi avanzavano verso est. Sebbene fosse un prodotto della mente contorta di Hitler, il manuale che spiegava i dettagli di come sarebbe stato applicato l’Ordine dei Commissari fu redatto da avvocati della Wehrmacht. Linee guida per la condotta delle truppe nell’Est richiedevano l’eliminazione spietata di qualsiasi resistenza, attiva o passiva. Mentre era consuetudine, in seguito alle campagne precedenti, emanare ordini che assolvessero i soldati tedeschi da ogni colpa, l’Ordine di giurisdizione Barbarossa del 13 maggio 1941 aveva fornito queste protezioni prima ancora che la campagna avesse inizio. Forse ancora più importante, i soldati tedeschi furono informati di questa protezione e entrarono in Russia convinti che non ci sarebbero state conseguenze per le loro azioni successive.
Con i piani di invasione e il trattamento dei prigionieri di guerra ben definiti, la Wehrmacht diede il via all’Operazione Barbarossa il 22 giugno. Il suo successo iniziale sconvolse persino i vincitori. Le colonne meccanizzate di panzer avanzarono quasi senza sforzo, lasciando sulla loro scia i soldati sovietici sbalorditi, che a decine di migliaia furono rapidamente e facilmente catturati dalle unità di fanteria che seguivano le truppe corazzate. Anche se circondati molti opposero però una strenua resistenza come fu il caso di Brest, la fortezza eroica o di Smolensk dove le truppe accerchiate opposero tenace resistenza. Senza quegli episodi, la vittoriosa difesa di Mosca, davanti alla quale i tedeschi giunsero solo nell’ottobre 1941, sarebbe stata impossibile. Molti furono quelli che con sforzi inauditi riuscirono a ricongiungersi con i propri compagni attraversando la linea del fronte dopo esser stati tagliati fuori e molti altri si diedero alla macchia costituendo il nucleo di quella formidabile resistenza che in Bielorussia Russia e Ucraina giunse a contare un milione di combattenti12. La crudeltà era evidente fin dall’inizio. Il maggiore generale Heinz Hellmich, al comando della 23ª Divisione di Fanteria, ordinò che le bandiere bianche non fossero rispettate. «Non ci sarà pietà!», sbraitò. Un certo capitano Finselberg del 6° Reggimento di Fanteria della divisione disse alle sue truppe di non fare prigionieri, poiché erano «inutili consumatori di cibo e comunque una razza il cui sterminio sarebbe stato un passo nella giusta direzione». Il 3° Gruppo Panzer dichiarò i prigionieri colpevoli di aver intrapreso «azioni contro la Wehrmacht tedesca» e li fucilò senza processo. Il 29 giugno, il feldmaresciallo Günther von Kluge ordinò: «Le donne in uniforme devono essere fucilate».
In seguito, poiché i loro eccessi scatenarono una lunga guerra partigiana, i tedeschi reagirono emanando ordini severi che prevedevano l’esecuzione di qualsiasi membro dell’Armata Rossa trovato in abiti civili. Un ordine alla 56ª Divisione di Fanteria recitava: «I soldati in abiti civili, per lo più riconoscibili dai capelli corti, devono essere fucilati una volta identificati come soldati dell’Armata Rossa». I villaggi venivano rasi al suolo per aver dato rifugio a soldati dell’Armata Rossa, e i prigionieri venivano fucilati per rappresaglia agli attacchi partigiani o semplicemente per il fatto di essere soldati. Quando una corte marziale da campo aveva condannato un maggiore alla retrocessione per aver fucilato prigionieri di guerra senza una ragione particolare Hitler intervenne e scagionò il maggiore, affermando: «Non possiamo biasimare gli spiriti vivaci quando, convinti com’è che il popolo tedesco sia impegnato in una battaglia unica di vita o di morte, respingono il nemico mondiale bolscevico al di là di ogni precetto di umanità».
A testimonianza della natura razziale della guerra, i prigionieri ebrei venivano spesso tenuti in attesa di esecuzione da squadre mobili delle SD o da comandanti della Wehrmacht. I soldati provenienti dalle repubbliche asiatiche dell’Unione Sovietica venivano spesso fucilati sul posto, così come quelli definiti in modo approssimativo «agitatori comunisti». Lo stesso valeva per i feriti. Nell’ottobre 1942, i prigionieri feriti detenuti allo Stalag 355 venivano fucilati anziché curati. Altri settanta, 18 dei quali amputati, furono fucilati vicino al villaggio di Khazhyn il 24 dicembre 1942.
Coloro che furono abbastanza “fortunati” da sfuggire all’arbitrarietà dei loro primi momenti come prigionieri di guerra furono presto spinti verso ovest per iniziare la loro prigionia. Le marce erano spesso terrificanti quanto il combattimento stesso. Nikolai Obrynba, un medico di un battaglione della milizia sovietica messo in piedi in fretta mentre i tedeschi avanzavano verso Mosca, fu catturato nei combattimenti intorno a Vitebsk. Ricordava la marcia estenuante verso la prigionia: «Era il quarto giorno della nostra marcia verso Smolensk. Trascorrevamo le notti in recinti appositamente allestiti, circondati da filo spinato e torri di guardia con mitragliatori, che ci illuminavano con razzi per tutta la notte. La coda della colonna, che si estendeva da una collina all’altra, scompariva all’orizzonte. Ogni volta che ci fermavamo, migliaia di persone morenti di fame e di freddo rimanevano indietro o crollavano mentre marciavamo. Quelli ancora vivi venivano finiti dai soldati armati di mitragliatrici. Una guardia prendeva a calci un prigioniero caduto e, se questi non riusciva a rialzarsi in tempo, gli sparava. Guardavo con orrore come riducevano persone sane a uno stato di completa impotenza e morte».
Anche Leonid Volynsky ricordava tali fucilazioni: «Una persona sfinita era seduta sul ciglio della strada; una scorta si avvicinava a cavallo e la colpiva con la frusta. Il prigioniero continuava a stare seduto, a testa bassa. Poi la scorta prendeva una carabina dalla sella o una pistola dalla fondina». In seguito, quando fu confrontato con queste atrocità, il generale Alfred Jodl dell’alto comando dell’esercito (Oberkommando des Heeres, o OKH) le giustificò con la debole spiegazione che «i prigionieri a cui si sparava non erano quelli che non potevano, ma quelli che non volevano camminare». I pigri e gli indisciplinati, insomma, che si facevano sparare per dispetto.
Le marce erano da un rusenlager a un altro. IL lettore non immagini quello che ha visto nella Grande fuga, in Fuga per la vittoria o nel Ponte sul fiume Kwai: i Rusenlager erano campi aperti circondati da filo spinato e vigilati da torrette armate, Niente baracche né tende né tettorie Né acqua né cibo.
Comprensibilmente inorridita e impietosita, la popolazione civile divenne a dir poco irrequieta e poco collaborativa. Per contrastare questo fenomeno, un rapporto dell’OKH dell’agosto 1941, appena tre mesi dopo l’inizio dell’invasione, sottolineava che «la forza, la brutalità, il saccheggio e l’inganno dovevano essere evitati per conquistare la popolazione» e che il trattamento dei prigionieri di guerra era una delle principali fonti di odio nei confronti dei tedeschi. Allarmato dal fatto che la volontà delle truppe potesse essere indebolita da un trattamento così benevolo nei confronti del nemico, Jodl annotò con cura a margine del rapporto: «Questi sono segni pericolosi di spregevole umanitarismo».
La brutalità deliberata e le marce forzate ridussero le file dei prigionieri di guerra, ma si rivelarono un mezzo insufficiente per liberare i tedeschi di quel fardello fastidioso e indesiderato. Per sfoltire ulteriormente le file, le razioni venivano sistematicamente negate ai prigionieri. Il cibo era riservato ai tedeschi e l’esercito doveva vivere dei prodotti del territorio inviando ogni surplus al Reich. Solo tra luglio e dicembre 1941 furono inviati in Germania dalla Russia generi alimentari catturati per un valore di 109 milioni di Reichsmark. Questa distribuzione delle risorse avvenne con la piena collaborazione dell’esercito, che in un altro rapporto ammise: «In questo modo decine di milioni di uomini moriranno senza dubbio di fame».
I prigionieri che marciavano attraverso la zona retrostante del Gruppo d’armate Centro, erano più fortunati pur ricevendo solo da 300 a 700 calorie al giorno. Coloro che tentavano di integrare questa razione rubando cibo dai campi incontrati lungo il percorso venivano immediatamente fucilati. Alla popolazione civile era assolutamente vietato aiutare i prigionieri, pena la vita. Il dottor Evgeny Livelisha della 44ª Divisione di Fanteria ricordò: «I civili pacifici venivano ad accoglierci e cercavano di rifornirci di acqua e pane. Tuttavia, i tedeschi non ci permettevano di avvicinarci ai cittadini, né permettevano loro di avvicinarsi a noi. Uno dei prigionieri si allontanò di cinque o sei metri dalla colonna e, senza alcun preavviso, fu ucciso da un soldato tedesco».
Sebbene il successo iniziale dell’operazione Barbarossa fosse stato significativo, i tedeschi non riuscirono a sottomettere l’Unione Sovietica prima che cadesse la prima neve nel novembre 1941. Il peggioramento delle condizioni meteorologiche rese difficili le operazioni di combattimento per i soldati tedeschi che lottavano per raggiungere Mosca e fece peggiorare ulteriormente la sorte dei loro prigionieri. Quando il clima invernale rese impossibile il trasporto dei prigionieri su strada, la Wehrmacht emanò direttive per far trasportare la maggior parte degli uomini su rotaia, ma solo in vagoni aperti, 80 per ogni vagone. Nel dicembre 1941, tra il 25 e il 70 per cento dei prigionieri trasportati in questo modo morì durante il viaggio. Un prigioniero di nome Gutyrya sarebbe stato per sempre tormentato dal suo viaggio verso lo Stalag 304. «L’esperienza nei vagoni è difficilmente descrivibile a parole», ricordò. «Le ferite sanguinavano e tingevano tutto di nero. Uomini morivano in ogni vagone. Morivano per dissanguamento, tetano, setticemia, o per fame, sete e soffocamento, oltre che per altre privazioni. Questa prova disumana durò 10 giorni. Il viaggio giunse al termine. A mezzogiorno scaricarono i vivi. I morti furono gettati sul marciapiede della stazione».
A piedi o in treno, la destinazione finale della maggior parte dei prigionieri nel 1941 erano i Russenlager, campi costruiti appositamente per ospitare prigionieri russi e gestiti dalla Wehrmacht. L’Ordine Organizzativo n. 37 del 30 aprile 1941 stabiliva che i campi dovessero consistere in recinti di filo spinato e torri di guardia. La Wehrmacht non riteneva necessaria la presenza di ambulatori, di bagni o di mense: al loro posto dovevano essere forniti calce viva e pentole. Pochi campi disponevano di baracche di qualsiasi tipo. Con l’arrivo del freddo, i detenuti furono costretti a scavare rifugi nel terreno. Il comandante dello Stalag 318 osservò che i suoi prigionieri stavano «scavando buche nel terreno con le loro gavette e a mani nude» già nel settembre 1941. Pavel Atayan fu uno di quelli che ricorsero a tali rifugi improvvisati. «Dovevi semplicemente scavarti una buca nel terreno per dormirci dentro e ci infilavamo lì dentro, in quattro alla volta; dovevi trovare spazio per piegare le gambe. Avevamo davvero freddo. Era inverno. Ogni giorno mandavano un carro a raccogliere i morti».
Quando arrivarono il gelo e la neve, tuttavia, anche quei rifugi furono di scarsa utilità. Molti morirono di assideramento in quell’inferno, ma molti di più morirono di fame. La politica dell’esercito al fronte in Russia di negare il cibo fu proseguita nei campi, che, data la loro ubicazione fissa, avrebbero dovuto essere in grado di ricevere e distribuire ciò che era necessario. Sebbene alcuni prigionieri fossero senza dubbio affamati al momento della cattura, la maggior parte delle morti nel 1941 avvenne in realtà a centinaia di chilometri dal fronte, settimane o mesi dopo la cattura. In qualità di amministratori dei Russenlager, era l’OKH a stabilire la quantità di razioni da fornire o da trattenere.
La quantità, per non parlare della qualità, del cibo ricevuto dai prigionieri di guerra sovietici era fissata ben al di sotto del minimo necessario per la sopravvivenza umana. Xaver Dorsch13 osservò che nel campo che aiutava a sorvegliare a Minsk, «Poiché il problema di sfamare i prigionieri era irrisolvibile, essi sono rimasti in gran parte senza cibo per sei-otto giorni e sono quasi fuori di sé per il bisogno di sostentamento». Un’altra guardia, Johannes Gutschmidt al Dulag 203, annotò nel suo diario che le condizioni nel suo campo ridussero ben presto i prigionieri a bestie. «Non c’era nulla da mangiare, nemmeno acqua. Molti morirono. Alla fine diedero loro dei maccheroni secchi e loro litigarono per averli».
Victor Yermolayev fu destinatario di tale generosità. «Dopo alcuni giorni, cominciarono a lanciarci pacchetti di semola, semola disidratata, ce li lanciavano… alcuni li prendevano… e altri no. Ci avventammo su di essi come lupi!».
Il comandante dello Stalag 318, un certo colonnello Falkenberg, annotò l’11 settembre 1941: «Questi maledetti Untermenschen [subumani] sono stati visti mangiare erba, fiori e patate crude. Una volta che non riescono a trovare nulla di commestibile nel campo, ricorrono al cannibalismo». «I prigionieri vivono all’aria aperta», riferì un testimone delle condizioni nel campo di Karolowka. «Nel campo la fame è così terribile che a un chilometro di distanza si sentono gemere e gridare “Cibo”. Mangiano erba. Decine di persone muoiono di fame». Un ufficiale di carri armati ungherese ricordò: «Una mattina mi svegliai e sentii migliaia di cani ululare in lontananza. Chiamai il mio attendente e gli chiesi: “Sandor, cosa sono tutti quei lamenti e quegli ululati?”. Lui rispose: “Non lontano da qui c’è un’enorme massa di prigionieri russi all’aperto. Devono essere 80.000. Stanno piangendo perché stanno morendo di fame”.
Le razioni non assomigliavano affatto al cibo. Il pane dei prigionieri era stato appositamente formulato per i russi dal Ministero tedesco dell’Alimentazione il 24 novembre 1941. Il ministero consigliò ai suoi fornai che «una miscela utile consiste nel 50% di crusca di segale, nel 20% di residui di barbabietola da zucchero, nel 20% di farina di cellulosa e nel 10% di farina di paglia o foglie». Quando vennero a conoscenza di queste condizioni, il Reichsmarschall Hermann Göring e il suo staff suggerirono gentilmente di permettere ai prigionieri di mangiare gatti. Il Ministero dell’Alimentazione rispose: «Gli animali che normalmente non vengono consumati non serviranno mai a soddisfare il fabbisogno di carne. Le razioni per i russi dovranno basarsi su carne di cavallo e carne bollata dagli ispettori come non idonea al consumo umano».
Gabriel Temkin, fatto prigioniero nel 1942, ricordava alcuni di quei pasti. «Tutto ciò che ci veniva dato da mangiare era una zuppa acquosa con pezzi di carne marcia, una dieta che ci stava letteralmente decimando. Era la carne di cavalli morti, uccisi e abbandonati lungo le strade dopo i bombardamenti aerei tedeschi della prima settimana di luglio, che ora sarebbe diventata il nostro alimento base. I cavalli, con i loro ventri gonfi e le ferite aperte piene di vermi bianchi e altri parassiti, venivano raccolti dai prigionieri sulle strade adiacenti».
Man mano che la campagna proseguiva, le condizioni nei campi peggioravano ulteriormente. L’esercito ridusse le razioni. Il 13 novembre 1941, il quartiermastro generale, il colonnello Eduard Wagner, affermò senza mezzi termini che i prigionieri malati «dovevano morire di fame» e che le razioni per i restanti prigionieri dovevano essere ridotte — proprio prima dell’inizio dell’inverno. Persino coloro che erano coinvolti nel regime nazista capivano che, se ci fosse stata la volontà, i prigionieri avrebbero potuto essere sfamati. Alfred Rosenberg, ministro del Reich per i Territori Orientali, si lamentò con il feldmaresciallo Keitel: «Nella maggior parte dei casi, i comandanti dei campi hanno proibito alla popolazione civile di mettere cibo a disposizione dei prigionieri e hanno piuttosto lasciato che morissero di fame». Agli ufficiali alleati a Colditz fu vietato di condividere i pacchi della Croce Rossa con i prigionieri sovietici. Nel 1940 ai prigionieri di guerra francesi era stato permesso di attingere alle riserve tedesche. Nessun diritto del genere fu concesso a chi riforniva i prigionieri sovietici.
In condizioni così deplorevoli, le malattie cominciarono a dilagare nei campi. Tetano e setticemia, difterite, malaria, pellagra, tubercolosi, polmonite e tifo decimarono i campi. Nello Stalag 304, il soldato Gutyrya ricordò che sulla scia della fame «iniziò l’epidemia di febbre tifoide». Continuò: «Ogni giorno morivano fino a 500 uomini a causa di questa malattia. I morti venivano gettati in fosse comuni, uno sopra l’altro. Miseria, freddo, fame, malattie, morte. Quello era il campo 304».
Se la questione fosse stata di semplice logistica, come fu poi sostenuto, l’offerta di assistenza esterna avrebbe dovuto essere prontamente accettata. Non fu così. Un’offerta della Croce Rossa di attrezzature per la vaccinazione nell’inverno del 1941, durante l’epidemia, fu respinta da Hitler. Ben presto la Wehrmacht iniziò a formulare un proprio sistema per gestire i malati e i contagiati. Molti furono messi in quarantena in campi di isolamento; altri furono fucilati. Nel dicembre 1941, un comandante di campo osservò che 1.000 prigionieri feriti o malati erano stati portati in punti di raccolta all’aperto «dove per lo più perirono presto per il freddo». Allo Stalag 324, divenne consuetudine fucilare i malati una volta alla settimana. Un’epidemia di dissenteria allo Stalag 39B portò a una soluzione finale raccapricciante. Tra il 21 e il 28 settembre 1941, il Battaglione di Polizia 306 lanciò l’Operazione Chickenfarm, che vide circa 6.000 prigionieri dell’Armata Rossa fucilati dalle truppe tedesche — 3.261 di loro il primo giorno. Nel rapporto successivo che descriveva in dettaglio gli omicidi, le vittime furono descritte come «uova deposte».
Il risultato di tutti questi abusi fu che la mortalità giornaliera in un campo medio era compresa tra 80 e 150 uomini. Nel gennaio 1942, ciò equivaleva a una media di 6.000 uomini al giorno. Meno di un anno dopo l’inizio dell’Operazione Barbarossa, nell’aprile 1942, un totale di 309.816 prigionieri erano morti nei campi della sola Polonia. Un funzionario tedesco nei territori occupati osservò freddamente che, al 19 febbraio 1942, dei 3,9 milioni di prigionieri catturati fino a quel momento, solo 1,1 milioni rimanevano nei campi. A circa 280.000 prigionieri, principalmente baltici e ucraini, era stato concesso il dubbio privilegio di essere sottratti a una morte quasi certa nei Russenlager per iniziare la lenta agonia del lavoro come schiavi. Gli altri erano semplicemente morti.
Quando il processo di “eliminazione” dei prigionieri in eccesso tramite abusi o negligenza si rivelò inefficiente, la Wehrmacht razionalizzò il proprio sistema rivolgendosi agli esperti. I prigionieri inviati allo Stalag VIIA di Monaco per i lavori forzati venivano ispezionati all’arrivo da agenti locali della Gestapo. Dei 3.778 prigionieri giunti sul posto, circa 484 furono giudicati “indesiderabili” e immediatamente inviati nei campi di sterminio e uccisi.
Sebbene sia vero che in questo caso la Wehrmacht non abbia eseguito le esecuzioni vere e proprie, aveva comunque liberato i prigionieri dal proprio controllo, li aveva fatti salire sui treni che li portavano in Germania e, una volta completato il carico, aveva contrassegnato le carte d’identità dei prigionieri con la dicitura «trasferito alla Gestapo». I prigionieri inviati allo Stalag VIIA non furono gli unici a ricevere tale trattamento. Il solo campo di concentramento di Sachsenhausen giustiziò 9.090 prigionieri di guerra sovietici tra il 31 agosto e il 2 ottobre 1941. Auschwitz, Buchenwald, Dachau, Flossenburg, Gross Rosen, Mauthausen e Neuengamme ricevettero tutte “consegne” simili, che gestirono in modo analogo. Oltre a fornire manodopera alla Germania, la Wehrmacht era anche ben felice di fornire prigionieri per la sperimentazione medica. In uno di questi casi, un certo dottor Berning uccise 12 prigionieri dello Stalag 310 mentre conduceva esperimenti sui loro apparati digestivi. In un altro, i prigionieri furono fucilati con proiettili dum-dum per poter valutare l’effetto delle munizioni.
La politica di sterminio deliberato si attenuò solo quando cominciò a farsi strada la consapevolezza che la campagna in Russia non sarebbe stata la vittoria fulminea che era stata pianificata. Solo nel tardo autunno del 1941, quando l’economia di guerra tedesca cominciò a sentire il peso del conflitto ormai globale, fu presa la decisione di impiegare maggiormente i prigionieri di guerra. Da quel momento in poi, i prigionieri sovietici sopravvissuti furono utilizzati come manodopera schiavizzata. Molti furono inviati nelle miniere di carbone del Reich: tra il 1° luglio e il 10 novembre 1943, 27.638 prigionieri di guerra sovietici morirono solo nelle miniere della Ruhr. Altri furono inviati alla Krupp, alla Daimler Benz o dati in appalto a innumerevoli aziende più piccole.
Sebbene i generali abbiano in seguito affermato di essere impegnati a combattere la guerra e di non essere quindi responsabili di ciò che accadeva dietro il fronte, resta il fatto che la Wehrmacht mantenne la responsabilità dei prigionieri destinati ai lavori forzati, assegnando loro le razioni, distribuendoli in specifici settori industriali, scortando le colonne mentre si dirigevano verso ovest e gestendo i miserabili Russenlager. Quando i prigionieri alla fine soccombevano, era il personale della Wehrmacht a registrare le loro morti, a registrarne i dati e a supervisionarne la sepoltura. Smentendo le successive affermazioni secondo cui «non ne sapevano nulla», i civili tedeschi assistevano regolarmente al passaggio nel loro paese di torme di prigionieri russi sfiniti e affamati.
Non erano gli unici testimoni. Man mano che sempre più russi venivano inviati verso ovest, venivano spesso radunati in campi situati accanto ai complessi per prigionieri di guerra allestiti e per i prigionieri degli ex paesi alleati, in primis gli IMI (Internati Mmilitari italiani). Gli abusi sui prigionieri russi erano diventati tali che i prigionieri di guerra americani, britannici, francesi e italiano come pure i deportati politici ricordavano tutti gli abusi e i maltrattamenti a cui avevano assistito e lo stato disperato in cui sopravvivevano i prigionieri “russi”.
Dopo la guerra, quando si rese noto tutto l’orrore di ciò che era accaduto nel Reich di Hitler, gli Alleati istituirono tribunali penali per processare i peggiori criminali. Mentre le SS e altre organizzazioni di polizia furono giustamente chiamate a rispondere dei loro crimini, la Wehrmacht sfuggì in gran parte a tale scrutinio. Sebbene alcuni generali di alto rango fossero stati processati, tra cui Jodl e Keitel, il personale della Wehrmacht che aveva partecipato attivamente agli abusi sistematici e all’uccisione dei prigionieri di guerra sovietici rimase impunito.
Resta tuttavia il fatto che la Wehrmacht contribuì attivamente alla pianificazione e all’esecuzione della guerra. È inoltre innegabile che la sua condotta bellica includesse un sistema di prigionia che violava i trattati internazionali e le regole di guerra nel trattamento dei prigionieri sovietici. Ciò era molto diverso dal trattamento riservato agli altri prigionieri alleati. Si confronti il modo in cui la Wehrmacht trattenne 2 milioni di prigionieri francesi nel Reich nel 1940 con le marce della morte dei prigionieri russi alla fine del 1941.
La Wehrmacht definì attivamente il modo in cui i prigionieri sovietici dovevano essere privati della protezione del diritto internazionale, consegnò i prigionieri all’SD per l’esecuzione, stabilì razioni da fame, privò i prigionieri dell’assistenza medica essenziale, organizzò un sistema di campi progettati per essere primitivi, impiegò i prigionieri nei lavori forzati e li privò dei diritti normalmente associati allo status di prigionieri di guerra. La cosa più grave è che quegli eccessi furono il risultato di una pianificazione deliberata prima dell’invasione della Russia e non il risultato sfortunato del “caos” della guerra.
Nonostante i deboli sforzi della Wehrmacht per nascondere i propri crimini dietro un velo di segretezza, i soldati e i civili russi erano ben consapevoli dei maltrattamenti. Tale consapevolezza rafforzò la determinazione dei sovietici a combattere fino a quando non furono i tedeschi a trovarsi sulla difensiva. Ciò garantì inoltre che, mentre le armate sovietiche avanzavano verso ovest, la loro ira sarebbe stata terribile.
Non ci sono scuse per gli eccessi commessi dalle truppe sovietiche in Germania, ma il trattamento riservato dalla Wehrmacht ai prigionieri russi potrebbe servire come una possibile spiegazione del loro comportamento. Il 60% dei soldati sovietici fatti prigionieri dai tedeschi nel corso della Seconda guerra mondiale morì in prigionia. E’ una percentuale analoga a quello che si ricorda come Olocausto degli ebrei e fu del pari un genocidio. A distanza di ottant’anni, un resoconto completo del regime nazista e della brutalità della guerra sul fronte orientale richiede che politici, autorità giudiziarie, storici e studiosi della guerra ritengano la Wehrmacht responsabile delle sue azioni e cerchino giustizia per le sue vittime.

Perché genocidio

Alla fine della guerra i prigionieri liberati dai sovietici furono circa un milione. Un milione trecentomila avevano indossato la divisa tedesca per sfuggire a una morte pressoché certa, oppure erano entrati a far parte dell’armata anticomunista di Vlasov. Si tratta dei cosiddetti Hiwi che ebbero sorte e impiego differenti. I rimanenti tre milioni e duecentomila furono uccisi dalla Wehrmacht.

Se la percentuale dei morti tra i prigionieri sovietici caduti in mano ai tedeschi tra il 1941 e il 1945 fu del 60%, la percentuale dei decessi tra i prigionieri angloamericani caduti in mano allo stesso esercito tra il 1939 e il 1945 fu del 3,8%. Irrilevante fu la percentuale dei due milioni di militari francesi presi prigionieri nel 1940 e trattenuti per un periodo molto più breve: tra il 6 e il 9% la percentuale dei decessi tra gli IMI (internati Militari Italiani), tra tutti quelli trattati più brutalmente, s’intende dopo i sovietici.
Per contro i soldati tedeschi presi prigionieri dai sovietico, soprattutto a partire dal 1943 e fino alla fine della guerra furono, secondo fonti russe, di 2.733.000, gli ultimi dei quali, trattenuti più a lungo in quanto riconosciuti colpevoli di crimini di guerra furono rilasciati dai sovietici nel 1956. I morti nei gulag furono 381.000. Si tratta di una percentuale certamente alta, del 13.9%, e tuttavia ben lontana dal 60% di cui soffrirono i prigionieri sovietici. Ai prigionieri tedeschi erano da aggiungere i 700.000 dispersi sul fronte russo.
Queste cifre furono in linea di massima condivise dal governo tedesco occidentale fino a quando nel 1974 comparvero le cifre prodotte dalla commissione Maschke che cancellò i dispersi trasferendoli tutti tra i morti in prigionia che divennero così oltre un milione, portando la percentuale di mortalità a oltre il 30 %. La cosa bizzarra è che il rapporto riferisce che i morti in prigionia furono 500.000 dal 1941 al 1955 e altrettanti cioè altri cinquecentomila tra 1945 e 1950, cioè quando la maggior parte dei prigionieri era ormai stata rilasciata e aveva potuto dire ai famigliari chi era ancora detenuto, chi era vivo e chi morto. Viceversa di questi prigionieri ricomparsi sulla carta nel 1974 nessuno aveva mai parlato né mai venuto da loro un cenno né mai erano stati rintracciati attraverso la croce rossa né i famigliari avevano potuto contattarli, smascherando così un tentativo grossolano di attenuare quanto meno la differenza del trattamento dei prigionieri nell’uno e nell’altro paese.

Luciano Beolchi

  1. Richard Overy, Russia’ s war, Penguin 1997.[]
  2. Peter Calcovalessi, Total War, Pantheon Book 1989.[]
  3. Christian Streit, Keine Kameraden Die Wehrmacht und die Sovjetischen Kriegsgefangenen 1941.1945, Bonn, Dietz, 1978.[]
  4. È la battaglia per la liberazione di Budapest che i nazisti di tutta Europa celebrano ogni anno con quella che chiamano la marcia dell’onore.[]
  5. Mauro Galleni, Partigiani sovietici in Italia, Editori Riuniti, 1967; Massimo Eccli, Sandro Teti. I partigiani sovietici nella resistenza italiani, Sandro Teti Editore 2025[]
  6. Solitamente dimenticati meriterebbero almeno lo stesso rispetto che si deve alla Brigata ebraica che era, costituita da un numero analogo di combattenti circa 5.000 uomini e nel mese in cui fu operativa, tra 3 marzo e 25 aprile 1945, ebbe 30 caduti.[]
  7. Guy Mettan, Russofobia, 1000 anni di diffidenza, Sandro Teti Editore, 2016, p. 249.[]
  8. Per i sovietici “l’anno delle dieci grandi vittorie”.[]
  9. Con buona pace della storiografia anglosassone.[]
  10. Luciano Beolchi. L’imbroglio di Reims. Alterative per il socialismo, luglio-settembre 2024.[]
  11. Erich von Manstein, Vittorie perdite, Genova, Italia Storica Edizioni, 2024.[]
  12. Luciano Beolchi. La resistenza popolare antinazista in Unione Sovietica. Transform. Italia, 24 aprile- 1 maggio 2024.[]
  13. Franz Xaver Dorsch (1899-1986) fu una delle personalità più notevoli dell’economia di guerra alla pari di Albert Speer e di Fritz Todt, che morì prima della fine della guerra. Per ragioni sconosciute Albert Speer fu condannato a venti anni che scontò interamente nel carcere di Spandau mentre a Dorsch, ritenuto non perseguibile) fu richiesto dagli americani di scrivere un libro di oltre 100 pagine sulle attività e i metodi dell’organizzazione Todt.[]
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