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Per una scuola che contenga biodiversità

di Claudio
Tosi

«L’occhio bambino ascolta il territorio, ne saggia le possibilità e le esplora. Chi vuole inserire esperienze ludiche nello spazio urbano deve seguire lo stesso processo e allora, la prima necessaria operazione è piazzare i verbi giusti per un movimento naturale che apra alle possibilità e agli interessi dello sviluppo psicofisico del bambino: correre negli spazi liberi e piani; nascondersi in curve e strettoie; svettare e ruzzolare su dossi e “montarozzi”; camminare in equilibrio su cordoli e muretti sono le naturali aspirazioni di un corpo che si allena a governare la sua forza e affina la calibrazione.
Offrire esperienze educative che tengano conto di questo desiderio naturale aumenta la consapevolezza di sé e permette una crescita nella padronanza del terreno che prelude a una crescita sociale e partecipativa nel proprio territorio.
L’educatore che propone esperienze ludiche deve avere a cuore la congruità dell’esperienza proposta e calibrarla nelle diverse età, sapendo che quello che il bambino costruisce in sé è uno sviluppo allo stesso tempo fisico e sociale e che il sapersi muovere fisicamente gli fornisce quell’autonomia di scelta anche emotiva che, con la crescita, si collega all’aspetto sociale, etico, politico e contribuisce a strutturare una presenza civica dei giovani all’interno del proprio territorio».

A settembre scorso, per un incontro sull’Outdoor durante il Think Green Eco Festival scrissi questo pensiero con il titolo Rischio di gusto: dall’outdoor all’uso della città.
È quindi con un disagio coinvolto che ho letto i due articoli che sono apparsi su Dinamo Press, intorno al tema della scuola parentale e all’esperienza degli Asili nel Bosco.
Mi sento coinvolto, perché la realtà delle scuole all’aperto è animata da molte persone sinceramente preoccupate da una crescente psicosi securitaria che ingessa la Scuola pubblica e rende minoritarie le esperienze «del mondo con il mondo», come sottolinea Luca Fagiano nella sua risposta Asilo nel bosco: altro che selva oscura, qui splende forte il sole.
Disagio, perché il tono ideologico che pervade l’articolo di Angela Pavesi e Michele Del Lago, Una selva molto oscura. Il neoliberismo comunitarista delle scuole parentali e libertarie sembra voler chiudere le porte al ragionamento esprimendo un giudizio categorico prima ancora di averne spiegato le ragioni.

Per mettere insieme il filo del mio ragionamento ho dovuto rileggere a fondo quanto scritto dagli uni e dagli altri, ci ho aggiunto la lettura del precedente articolo di Christian Raimo su “Jacobin” L’asilo neoliberale nel bosco della crisi e ho tessuto il tutto con il mio essere un educatore impegnato nei Cemea, i Centri per l’Esercitazione ai Metodi dell’Educazione Attiva, un movimento pedagogico che da sempre ha nell’azione progettuale dei bambini nel mondo e con l’ambiente uno dei propri assi di riferimento.
Se qualcosa non va con gli Asili nel Bosco, non è certo l’essere nel bosco perché saper interagire nell’ambiente naturale significa acquisire una libertà di azione, di movimento e di incontro con l’inatteso che difendiamo per il suo effetto fertile sulla flessibilità cognitiva, la sua ricchezza di stimoli sociali ed etici e il grande messaggio di unità ecosistemica che porta con sé.

Se la Scuola pubblica sapesse prendere su di sé anche solo una parte della apertura all’imprevisto e al molteplice che anima la giornata di ogni esperienza di scuola all’aperto, porrebbe a radice di tutte le sistematizzazioni culturali della conoscenza la fonte viva delle osservazioni originali dei bambini e ragazzi su ciò che accade intorno a loro nel mondo reale, sia esso rappresentato da un cortile, un terrazzo, un prato o financo un benedetto bosco.
Neanche l’accordo tra genitori e insegnanti mi sembra un tratto negativo di quanto osserviamo nelle scuole parentali, all’aperto o nel bosco che siano. Nella ricerca di soluzioni contro la povertà educativa si fa un gran parlare della Comunità educante e dell’importanza di saper attivare tutte le componenti educative adulte: le famiglie, il tessuto associativo e sociale, i commercianti, le istituzioni, con, centrali e in funzione di coordinamento, gli insegnanti e maestri della scuola pubblica.

D’altra parte entrambi questi concetti sono da sempre teorizzati e praticati dai membri della Lega internazionale dell’educazione attiva, che compie il suo centenario il prossimo anno.
La Lega comprende movimenti come l’MCE, l’educazione cooperativa di Freinet, il metodo Montessori, l’insegnamento di Don Milani, Rodari, la Casa delle arti e del gioco di Lodi, Malaguzzi, il Ceis di Margherita Zoebeli, la Scuola Città Pestalozzi, Don Sardelli, Tonucci, solo per restare in Italia e neanche in modo esaustivo.
Il movimento delle Scuole Aperte e partecipate (Utile a questo proprosito leggere su “Comune.Info” l’articolo di Gianluca Cantisani, presidente del Movi e coordinatore del progetto nazionale finanziato da Con i Bambini), che si è diffuso in tutta Italia, parte proprio da una presenza forte e coerente delle famiglie in termini di coprogettazione con la Scuola e di ampliamento cooperativo, professionale e volontario, di genitori e agenzie educative esterne alla scuola, che integrano e ampliano l’esperienza educativa e formativa dall’infanzia alla piena adolescenza e oltre.

E lo fanno, coinvolgendo o partecipando all’invito delle amministrazioni locali, aprendola alla città, integrando la Scuola nel tessuto sociale che la accoglie, allargando lo sguardo al territorio e tenendo aperto e il più possibile abbassato quel ponte levatoio troppo spesso chiuso da un mal compreso senso di cosa significhi “autonomia scolastica”.
Neanche l’accordo genitori insegnanti, quindi, appare un tratto negativo su cui accanirsi.
Se poi guardiamo alla storia dell’innovazione scolastica in Italia, che vanta pionieristici progetti di singoli e associazioni per l’ampliamento dei metodi formativi e la sperimentazione didattica, comprendiamo l’affermazione di Fagiano circa l’insufficienza dell’offerta scolastica per la fascia del nido, ancora non coperta dal pubblico e non possiamo che convenire con l’importanza di costruire nuclei di alternativa.
E va aggiunto che la sfida dell’apertura, il brivido dell’incontro con la natura, il senso di relazione profonda con l’ambiente offerto dall’esperienza delle scuola all’aperto è impagabile e che alcune soluzioni cooperative, con la scelta di non monetizzare tutto e di agire con economie di scambio e di cooperazione che permettano anche a famiglie con redditi insufficienti di potersi permettere il nido, sono una ulteriore dimensione di critica dell’impianto mercantile di tante scuole private più tradizionali che fanno dell’offerta “protetta e garantita” da solidi valori, spesso confessionali, il loro cavallo di battaglia.
Ma allora perché l’articolo di Pavesi e Del Lago sembra avere una forza e una ragione che resistono al tono con cui è scritto?

Intanto perché a oggi la formula “Asilo nel bosco” appare più come un logo commerciale che come un metodo educativo, con i suoi premi, ammiccamenti fidelizzatori e gergo da marketing con il quale chiama i suoi consumatori a spendere. E, inoltre, perché descrive, con forza, una contraddizione paradossale che rischiano le scuole private e quindi anche quelle innovative che fanno scelte coraggiose circa l’apertura alla biodiversità e all’incontro con la natura: la monocultura sociale.
Dopo la guerra, finito il fascismo, nello sforzo della ricostruzione del paese distrutto, il filosofo Guido Calogero (fondatore del Partito d’Azione prima e del Partito Radicale poi), scrisse l’ABC della Democrazia, per guidare i giovani abituati alla dittatura a riprendere la strada del confronto e del dialogo; proprio aprirsi al Dialogo, l’esporsi al contraddittorio, costituiva per Calogero la certezza dell’essenza democratica.

Chiudersi nella propria idea non costituiva una difesa dell’identità, ma presagiva una difesa della purezza di cui si era avuta una prova troppo feroce di profonda disumanità.

Il rischio che rilevo, e che rimane aperto nella proposta degli Asili nel bosco, è allora non nell’intuizione del metodo educativo, ma nella sua applicazione sociale.
Il rischio, di stampo confessionale, di chiudersi in una nicchia separata, da avanguardia illuminata che non si fa testimone di una possibilità da estendere a tutti, ma portavoce di una richiesta di libertà individuale, che sembra chiedere solo di essere lasciata in pace e si accontenta di salvarsi da sé.
Lo dico da militante di un ente privato, che promuove un metodo educativo attivo e laico che ancora oggi, a 70 anni dalla sua introduzione in Italia, non ha un pieno riconoscimento, ma che da sempre si è messo in dialogo con il sistema pubblico e ha proposto, contrattato, costruito le condizioni per l’apertura delle scuole al territorio, formato insegnanti ai metodi dell’educazione attiva, ideato spazi di incontro e confronto per far vivere pienamente a bambini e giovani il proprio “tempo libero”, che è anche educazione all’incontro con l’ambiente, inteso nella sua ricchezza sociale e naturale; educazione all’ascolto e al dialogo, al rispetto e alla partecipazione.

Pochi giorni fa, il 26 marzo, si è svolta l’assemblea nazionale del Tavolo Saltamuri, un insieme di associazioni enti educativi, sindacati, singoli, che si occupano di Scuola, Costituzione e Formazione all’etica pubblica, al bene comune, alla cooperazione, che nel 2018, di fronte all’attacco governativo verso i figli di stranieri, hanno sentito la responsabilità di porre degli argini, proponendo alle scuole, agli educatori, ai genitori, all’opinione pubblica, una Educazione sconfinata.

La convinzione è che – come si legge nel Manifesto del Tavolo Saltamuri – «le classi sempre più disomogenee costituiscono, di fatto, un laboratorio di futuro, dove sperimentare il superamento dei confini emotivi che separano tra loro persone e segmenti di società, dove prenderci il tempo per costruire ponti che ci aiutino a coltivare l’empatia e la capacità di mettersi nei panni degli altri».
Uno dei tavoli di lavoro si è occupato della sussidiarietà, a partire dall’articolo 3 e fino al Titolo V e l’articolo 118 della Costituzione che attesta che: «Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà», proprio per ribadire l’importanza che si protegga il bene di un sistema pubblico di istruzione, che se ne salvaguardi l’unità, che si chieda la piena attuazione del diritto all’educazione a partire dai nidi e con la responsabilità di tutte le istituzioni coinvolte, per mettere in risonanza l’ecosistema formativo tra scuola e fuori scuola, riconoscendo centralità alla scuola, come parte di un sistema di cura delle diseguaglianze sociali, un bene comune, un presidio ineludibile di democrazia.

Non nascondiamocelo, la Scuola oggi soffre e fa soffrire, servirà lavorare sulla distanza tra l’impianto gerarchico e l’ideale di realizzazione di ciascuno; l’incredibile precarietà degli insegnanti, ma anche il loro atteggiamento e formazione; l’assurda pesantezza degli adempimenti burocratici; il disagio comunicativo tra gli adulti di riferimento; servirà rileggere Illich («La scuola è l’agenzia pubblicitaria che ti fa credere di avere bisogno della società così com’è», diceva in Descolarizzare la società), per scongiurare il rischio di realizzare con la scuola percorsi omologanti, sia per il personale scolastico che per i suoi allievi; servirà, infine, una formazione collettiva ai bisogni concreti di bambini e ragazzi di poter sperimentare e vivere le esperienze e non solo conoscerle, superando un’impostazione da “rischio zero” indotta da un pensiero più assicurativo che formativo.
Ma rispetto all’esperienza delle scuole all’aperto, quello che mi preme e a cui invito tutti gli amici sperimentatori della rete dell’Outdoor è di giocarsi la partita con un altro spirito.
Lo spirito è quello della costruzione di una rete di proposta e dialogo, di sperimentazione e messa in comune, di apporto convinto alla costruzione di una dimensione pubblica di esperienze private che, a pieno titolo, entrino nel mandato costituzionale delle agenzie deputate alla formazione e allo sviluppo della persona umana.
Perché la scuola è un crogiolo di esperienze e permette una crescita consapevole ed emancipatrice quando ci espone ad un ambiente ricco di biodiversità. E questo accade se è garantita questa caratteristica fondamentale: che la scuola sia per tutte e tutti, che sia aperta all’insieme delle idee e delle provenienze, che sia, in una parola, una scuola pubblica.


L’autore è formatore Cemea


articolo già pubblicato da dinamopress.it

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