articoli

Niente cambio di regime in Venezuela

di Chiara
Caria

A quattro mesi dal rapimento di Maduro e sua moglie da parte del governo statunitense, Delcy Rodriguez sembra aver assicurato il proprio posto di nuova Presidente del Venezuela. Negi ultimi mesi, la Presidente interim Rodriguez ha denazionalizzato l’industria del petrolio e quella mineraria, rendendo le preziose risorse minerali e fossili del Paese disponibili alla depredazione imperialista statunitense. Queste riforme hanno causato, da un lato, una transizione verso la privatizzazione dell’economia venezuelana repentina e con diversi effetti sulle relazioni con i propri vicini, e, dall’altro, ha assicurato il favore del governo degli USA per la Presidente, forse non più interim, Rodriguez. Un momento decisivo per il riavvicinamento della leadership venezuelana e quella statunitense è stato il 4 marzo, quando il Segretario degli Interni degli Stati Uniti, Doug Burgum, ha avuto un incontro al palazzo presidenziale di Caracas con Rodriguez e i rappresentanti dell’industria mineraria di entrambi i Paesi, per discutere della privatizzazione delle miniere venezuelane. Al seguito dell’incontro, Delcy Rodriguez ha annunciato l’avvio di una serie di riforme per attuare la privatizzazione dell’industria estrattiva, mentre Burgum ha mostrato alla stampa la sua gratitudine per avere un interlocutore accomodante come Rodriguez. La leadership degli Stati Uniti non sembra quindi essere più interessata ad attuare un cambio di regime in Venezuela, nonostante

Dopo la cattura di Maduro, Trump aveva intimato l’allora vicepresidentessa Delcy Rodriguez di “fare la cosa giusta”, ovvero sottostare ai diktat americani, o aspettarsi delle conseguenze. Tuttavia, le costanti dimostrazioni da parte di Rodriguez della sua intenzione a privatizzare tutto ciò che le multinazionali americane richiedono, il governo degli Stati Uniti, dal canto suo, ha altrettante volte confermato la sua predilezione per la leadership di Rodriguez rispetto ad altri possibili “candidati”. Per questo motivo, l’amministrazione Trump ha smesso di parlare di nuove “elezioni libere” in Venezuela, nonché elogiare costantemente l’operato di Rodriguez, pur sottolineando spesso come quella attuale sia una co-gestione dello Stato venezuelano nelle redini di entrambi i Paesi. In un’intervista, lo stesso Doug Burgum ha dichiarato che a guidare il Venezuela d’ora in poi sarebbe stato il popolo venezuelano, insieme al governo degli Stati Uniti. Non è la prima volta che le classi dirigenti di un Paese sotto il controllo di una potenza imperialista come gli Stati Uniti vendono le risorse del proprio Paese per favorire interessi imperialisti, e, anzi, questo meccanismo è uno dei fattori che permette la prosperità del suddetto sistema imperialista. Se, da un lato, la privatizzazione delle industrie estrattive ha fatto sì che un’invasione americana più duratura e violenta non si attuasse, vista la prassi bellicosa della potenza imperialista, dall’altro ha completamente privato il Venezuela della sovranità sul suo stesso territorio.

Il Segretario Burgum ha anche sottolineato il fatto che intervenire in Venezuela prima di farlo in Iran fosse un’ottima mossa strategica. In effetti, mentre i negoziati con l’Iran non hanno portato al risultato sperato dagli Stati Uniti, conducendoli in una guerra senza piani strategici e apparentemente senza fine vicina, il governo del Venezuela ha assecondato qualsiasi richiesta statunitense, di fatto perdendo la possibilità di scelta autonoma e autodeterminata sulla propria economia e sulle proprie risorse. Arrivati al secondo anno del governo di Trump, è quindi chiaro che la sua sia un’agenza basata su bellicismo e saccheggio delle risorse dei propri Paesi satelliti e non. Quando un Paese si rifiuta di sottostare a qualsiasi richiesta avanzata dal governo USA, la risposta di Trump è l’utilizzo della forza, che si è espresso sia attraverso attacchi militari unilaterali, sia attraverso guerre commerciali. D’altro canto, interlocutori comodi come Delcy Rodriguez hanno sempre avuto vita lunga sotto la vigile guida americana. Nonostante tutte le narrazioni trite e ritrite sugli Stati Uniti come difensori mondiali della democrazia, la storia insegna che dittatori o meno, comunisti, socialisti o liberali che siano, i capi di Stato devono avere solo un requisito per sfuggire a invasioni funeste, cambi di regime, e destabilizzazione del proprio Paese: obbedire alle richieste imperialiste degli Stati Uniti.

Chiara Caria

Articolo precedente
Libercomunismo di Emiliano Brancaccio. Un contributo al dibattito
Articolo successivo
L’arma della pace e l’illusione dell’onnipotenza: Leone XIV contro il trumpismo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.