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Libercomunismo di Emiliano Brancaccio. Un contributo al dibattito

di Pier Giorgio
Ardeni

Il libro di Emiliano Brancaccio, uscito nel febbraio 2026 da Feltrinelli, si presenta già da quanto enunciato nella quarta di copertina: «Ormai concentrato nelle mani di pochi barbari, il capitale sta trasformando la libertà, la democrazia e la pace in scorie da eliminare. Contro una tale catastrofe c’è una sola alternativa razionale. E non può venire dal passato». Quale sarebbe? Coniugare la libertà individuale e il comunismo della pianificazione collettiva.
Il tono del libro mantiene fede a quanto appena detto: spesso altisonante, ricco di metafore immaginifiche, scorre per 176 pagine da un enunciato all’altro per arrivare alla tesi finale, espressa sopra. Emiliano Brancaccio, recita il suo profilo, è un docente di economia politica, «protagonista di celebri dibattiti con esponenti di vertice della teoria e della politica economica mondiale» quali gli economisti mainstream Olivier Blanchard, Daron Acemoglu e Vernon Smith (in caso li aveste persi), un economista «innovatore critico degli studi marxisti». Con questo curriculum, Brancaccio si inerpica per il sentiero tracciato dal buon Karl Marx per farci presente che «lo spirito di questo tempo si alberga in una tendenza», la «centralizzazione del capitale, un moto inarrestabile che sta concentrando tutto il potere nelle mani di pochi giganti». Come avrebbe previsto, per l’appunto, Marx. Ricorrendo a neologismi di suo conio come esocapitale«la “materia oscura” dell’odierno capitalismo centralizzato» – e oltrefascismo transnazionale – in cui «la libertà del capitale è destinata a divorare tutte le altre libertà» – Brancaccio arriva ad argomentare che la soluzione starebbe nell’esproprio del grande capitale («un tabù di cui dobbiamo riappropriarci»), democratizzando il controllo delle forze produttive, liberando le energie creative dei singoli individui.
Un programma politico (in chiusura il libro contiene degli «appunti per un manifesto») che non si potrebbe che salutare con un grande evviva. Se non fosse che non si capisce bene chi e come potrebbe arrivare a fare quanto auspicato (i “nuts and bolts” della politica sono assenti dall’alto volare del Brancaccio). È questo, dunque, ciò che dovrebbe fare una sinistra sanamente marxista, che si rifà senza infingimenti al grande uomo dalla barba bianca che continua ad ispirarci? E sarà questo il motivo per cui il libro ha ricevuto una certa attenzione nei media dominanti, forse per mettere in mostra quanto ingenui e sognatori sono i pensatori di sinistra?
La tesi di Brancaccio, tratta da Marx, non è nuova né è l’oggetto assente in molte discussioni anche tra gli economisti mainstream. E non si capisce perché Brancaccio affermi che vi sia stata «una censura del concetto di tendenza» (p. 17).
Il difetto principale che salta agli occhi di una lettura anche attenta è che dopo Marx pare non essere successo più nulla, come se non vi fosse stato uno stuolo di economisti e storici – di tutte le propensioni politiche e metodologiche – che hanno studiato le tendenze di lungo periodo del capitalismo, inclusa quella enunciata dal grande tedesco. Il buon Marx, per quanto acuto e “profetico”, aveva studiato la società e l’economia del suo tempo. Dove parla di “centralizzazione”, nel Cap. 25 del Libro I del Capitale (anche se Brancaccio non lo cita puntualmente), Marx non si riferisce semplicemente alla concentrazione del capitale (imprese che acquisiscono imprese, la ricchezza che si concentra in sempre meno mani), ma alla centralizzazione che accade nel processo di concentrazione. E questo può avvenire perché, accumulando surplus dal lavoro sfruttato, i capitalisti, finiscono per accumulare sempre più capitale, con il quale, con un effetto a valanga, inglobano i concorrenti più piccoli e lo concentrano (come questo accada, non è detto, chi prevale su chi).
L’economia dei tempi di Marx – quella britannica, ma non solo, negli anni Sessanta dell’Ottocento – era un’economia basata sul motore a vapore (non c’erano ancora né l’elettricità, né il motore a scoppio, né tanto meno le produzioni per il consumo di massa), un’economia di cui Marx fu capace di disegnare i tratti fondamentali che si sarebbero poi manifestati per lungo tempo. Ma ciò che a Marx sfuggì – e non poteva essere altrimenti – furono, da un lato, l’importanza su scala macro dell’innovazione tecnologica (che darà origine a “fasi” differenti) e, dall’altro, quella dello Stato e della spesa pubblica. Nonché, ovviamente, quella dei mercati finanziari. Ma, certo, resta fondamentale l’aver messo in evidenza l’ineliminabile conflitto distributivo tra lavoro e capitale – e la lotta per l’appropriazione del surplus – che rimarranno centrali nell’impostazione capitalistica dell’economia di mercato. In realtà, Marx è conscio dell’importanza dell’innovazione tecnologica, ma non fa in tempo a coglierne la portata macroeconomica e di fase: per Marx l’innovazione spinge le imprese ad aumentare i profitti, l’offerta di lavoro aumenta in ragione del fattore demografico e si genera sempre un contrasto tra tendenza alla concentrazione – maggiore accumulazione dovuta al progresso tecnico di cui beneficiano solo alcuni – e tendenza alla frammentazione e alla nascita di nuove imprese – grazie alla diffusione delle innovazioni. Il salario, in questo schema, rimane stagnante.
Sarà Schumpeter a mettere in evidenza il processo dinamico che lega innovazione tecnologica e accumulazione del capitale – la “distruzione creativa” – mentre Kaldor, a sua volta, enfatizzerà l’importanza dell’accumulazione di capitale nel processo tecnologico (non c’è solo Marx, dunque). E se la “tendenza storica” troverà conferma nel divenire dello sviluppo capitalistico della “gilded age” – quando emergeranno i grandi capitalisti, magnati dell’industria e della finanza, i mitici Rockefeller e Carnegie – non per questo la ricchezza, ovvero il possesso di capitale, non vedrà profonde oscillazioni (e mutamenti di fase) dovute sia ad eventi “esogeni”, come le guerre, che all’intervento statale, con le leggi anti-trust e la tassazione progressiva. E saranno le grandi rivoluzioni tecnologiche a causare e accompagnare questi processi, dall’introduzione del motore a scoppio e dell’elettricità e all’applicazione della chimica, fino alla rivoluzione elettronica e poi informatica e infine digitale a segnare l’evoluzione del capitalismo e, di conseguenza, della ricchezza.
In tanti hanno studiato i grandi movimenti della storia del capitalismo, inclusa l’importanza delle crisi finanziarie (ovvero dei mercati dei capitali). Da David Landes, con il suo Prometeo liberato, a molti altri storici (per non menzionare tutta la discussione sul “prometeismo” del Marx industrialista); dal lavoro di Angus Maddison sulle fasi del capitalismo alla pletora di studi sulla dinamica capitalistica nel lungo periodo, non si capisce perché Brancaccio parli di «censura del concetto di tendenza». Tendenze ne sono state messe in luce, e molte, non ultima proprio quella verso la concentrazione del capitale. Ma come il modello neo-classico standard afferma, quella viene superata grazie all’innovazione tecnologica diffusa su larga scala che provoca i sommovimenti osservati nella storia del capitalismo. La generazione degli Henry Ford fu ben diversa da quella dei Rockefeller, quella dell’industria petrolifera portò alla ribalta le “sette sorelle”, quella dell’elettronica ne fece emergere altri, fino a quella digitale, con l’affermarsi di Microsoft o Intel e poi Apple, Amazon e via discorrendo. Oggi siamo in una fase in cui al capitale di origine “industriale” si è aggiunto quello finanziario, che ha un’importanza soverchiante come non aveva mai avuto prima.
La finanziarizzazione – l’aumento della capitalizzazione dovuta alla dinamica moltiplicativa dei prodotti derivati – accompagnata alla globalizzazione ha portato oggi ad una situazione che, su scala globale, non ha precedenti. Ma non è che gli studiosi non marxisti non se ne siano accorti, né che gli studi manchino. Il libro di Brancaccio non ne tiene conto, gli autori sono menzionati en passant (la bibliografia riguarda solo i lavori del Brancaccio stesso). Usare neologismi come “esocapitale”, peraltro, non aiuta, visto che il concetto si riferisce a fenomeni ben studiati in letteratura dagli economisti mainstream (che Brancaccio chiama “volgari”). Ma trascurare altri studi e opinioni per affermare le proprie, non rende queste più credibili, né confuta le altre.
Secondo Brancaccio, oggi i «principali processi dell’accumulazione avvengono al di fuori dell’ordinario meccanismo di formazione dei prezzi, per poi influenzare tale meccanismo dall’esterno» (Brancaccio non parla di mercato, ma non è chiaro dove si formino i prezzi). Da qui, il concetto di esocapitale. E se non è ovvio perché sia necessario un nuovo nome da assegnare alla cosa – che pure gli economisti hanno studiato – è perché quelli non hanno capito che è la centralizzazione del capitale ad esserne la causa.
Anche l’affermazione che «la tendenza verso la centralizzazione implica che i proprietari non sono più padroni e i padroni non sono più proprietari», con la quale Brancaccio forse intende dire che oggi i grandi fondi di investimento e di private equity hanno un grande peso nei pacchetti azionari delle grandi imprese, non appare originale, un altro modo di dire qualcosa che è ben risaputo. Così come l’intemerata contro il capitalismo che si è “comprato” la scienza tramutando «i benefici collettivi della scienza in privilegi di classe» (p. 55), che non riceve spiegazioni. Che le innovazioni scientifiche e tecnologiche non vengano dal nulla non è un fatto nuovo e non è necessaria la “tendenza storica” per spiegarle.
Vi sono poi affermazioni che lasciano domande aperte. Che vi sia un aumento della concentrazione della ricchezza è ormai noto e questa, sì, è una tendenza storica (cit. Piketty, solo per fare un esempio). Ma che sia questa a generare «uno sfruttamento tendenzialmente indifferenziato che porta ad attenuare le distinzioni interne alla classe lavoratrice» (p. 68), che pure sarebbe interessante da provare, non viene dimostrato. Che vi sia una tendenza ad uniformare i salari verso il basso e che la quota dei salari sul reddito nazionale vada diminuendo lo affermano decine di studi ed è facile capire che è un effetto della globalizzazione e dello sviluppo tecnologico. Perché mai, invece, dovrebbe dipendere dall’aumentata concentrazione, come afferma Brancaccio? È davvero solo perché «la centralizzazione dei capitali tanto tende a concentrare il potere di sfruttamento in poche mani quanto tende a livellare le differenze tra gli sfruttati» (p. 71)? Un’affermazione che andrebbe motivata, quanto meno, perché pare davvero apodittica e, in definitiva, non sostanziata.
Che poi la concentrazione del capitale in sempre meno mani sia sotto gli occhi di tutti, anche dei non marxisti, è un fatto. Però, non basta dire che «Marx lo aveva predetto», perché ciò, di per sé, non fornisce una risposta né al “perché” né al “che fare”. È verissimo che le attuali tendenze stanno portando a restringimenti della democrazia, ma non è chiaro se sia grazie alla “soggezione collettiva” indotta «ai nuovi imperativi del capitale centralizzato: profitti alti per i padroni, profitti immediati per i proprietari» (p. 83). Detto così, però, sembra che le democrazie siano state svuotate solo per l’agire dei capitalisti e non grazie anche al fatto che hanno saputo disarticolare le classi, vanificando il movimento operaio e delle masse, e convincendo le loro istanze di rappresentanza politica che il sistema capitalistico liberale avesse solo bisogno di una “guida attenta” e ben temperata, non di essere superato. In Brancaccio manca totalmente ogni analisi politica e della dinamica delle classi, senza la quale le sue affermazioni su quello che chiama “oltrefascismo”, lo svuotamento della democrazia e la soggiogazione delle masse appaiono solo constatazioni, senza spiegazione.
Non c’è nessuna analisi di cosa è successo negli ultimi decenni, tanto nei paesi capitalistici che a livello globale (tra l‘altro, non c’è nessuna considerazione di come è andato cambiando il mondo negli ultimi quarant’anni). E vi sono solo affermazioni del tipo: «il governo della tendenza attuato in questi anni ha servito un obiettivo cruciale […]: assicurare il consenso del cosiddetto “ceto medio” e garantire così la stabilità politica, anche nel tumulto delle grandi crisi. Esocapitale, in questo caso, è esattamente consensus: estraneo al sistema dei prezzi ma destinato a sorreggere l’intera sua architettura». Com’è accaduto? Quali dati a conforto? Cosa vuol dire?
Lo stesso si può dire a proposito delle guerre. È forse confortante richiamare il “momento Lenin”, Arrighi e le tendenze imperialiste del capitalismo. Come spiegare le vicende belliche anche recenti alla luce del declino americano, un declino economico a cui fa fronte, però, una potenza militare ancora insuperata. Qui, però, Brancaccio confonde il debito pubblico americano – cioè dello Stato – con quello commerciale. La guerra in Iraq può essere stata motivata dall’esigenza di controllarne i giacimenti petroliferi, ma non quella in Afghanistan (che non ne ha). Piuttosto, che questo agire abbia portato alla crescita dell’indebitamento americano verso il resto del mondo… non è chiaro perché. Anche perché qui Brancaccio parla di dollaro e di fiducia (necessaria per collocare i titoli di debito), ma poi lega questo alla competitività (che dovrebbe invece avere effetto su import e export). Da cui deriverebbe che la diminuita “espansione imperiale” è figlia del debito crescente (la citazione della “legge di Ferguson”, in verità un po’ ad hoc e fuorviante). Gli Stati Uniti non avrebbero mai avuto «un vincolo dei conti esteri»: ma non stavamo parlando di debito pubblico? «La globalizzazione deregolata non può essere la soluzione del problema perché è parte del problema» (p. 111).
Da ultimo, si dice che anche la «cosiddetta intelligenza artificiale è l’ultimo, spettacolare balzo in avanti della tendenza» (p. 121) alla centralizzazione. Che la digitalizzazione (grazie alla scienza “asservita” al capitale) accentui l’atomizzazione è fuori discussione. Ma anche questa è un derivato della concentrazione? O non è forse vero il contrario? Può essere, ma non è il punto. Se c’è una mutazione antropologica, verrebbe da dire, questa è un risultato della diffusione del digitale (la concentrazione del capitale è secondaria, anche se interviene e porta ad effetti da “grande fratello”). Il degrado delle capacità cognitive, il controllo delle masse, fanno tutte parte della grande operazione di atomizzazione degli individui per controllarli meglio.
Perché è avvenuto questo grande travisamento della storia del capitalismo che ne avrebbe offuscato, se non negato, la “tendenza storica”? Al solito, per fare un dispetto a Marx e ai comunisti? Secondo Brancaccio, tutto comincerebbe con Jean-François Lyotard e «la fine delle grandi narrazioni», che avrebbe dato origine al post-moderno: è per questo che il povero Marx e le sue previsioni sarebbero state cestinate perché teleologiche, legate alla prospettiva di un magnifico (ineluttabile) progresso futuro (tanto quanto chi affermava che la storia va sempre avanti, mai indietro). Ma tutte le “sciocchezze” dei teorici del pensiero liberale e della superiorità del capitalismo non sarebbero state accettabili se non si fosse buttato via il bambino con l’acqua sporca. Ciò che è più grave, afferma Brancaccio, è che Lyotard «ha mandato al macero qualsiasi studio sul movimento reale della società, qualsiasi analisi sulle dinamiche di lungo periodo, qualsiasi ricerca sulle cosiddette “leggi” di tendenza del sistema» (p. 16). Verbatim! Gli economisti mainstream non hanno previsto la crisi del 2008? È perché hanno messo da parte Marx. Ma non solo loro, perché a rinunciare a capire il mutamento storico ci sarebbero anche i più autorevoli contestatori e critici del pensiero mainstream, da Jürgen Habermas a Wolfgang Streeck, da Naomi Klein a Mark Fisher, da Noam Chomsky a Slavoj Žižek. E «anatemi contro lo studio delle tendenze storiche» sarebbero venuti anche dai marxisti dichiarati come Michael Heinrich e David Harvey. Meno male, quindi, che abbiamo Emiliano Brancaccio con la sua “spiegazione” di ciò che oggi non va nel mondo e di dove stiamo andando.
In sostanza, il libro non spiega perché si starebbe verificando quella centralizzazione del capitale già anticipata da Marx, come se per più di un secolo e mezzo non fosse successo altro, come se quella “tendenza storica” avesse inesorabilmente e lentamente agito per materializzarsi finalmente oggi (una visione davvero teleologica e “deterministica”). Trascurando di evidenziare che se quella tendenza è ora in atto è perché, al contrario, qualcosa era successo nel corso del Novecento che era parso portarci in un’altra direzione. Se è vero che lo stabilirsi delle democrazie liberali nel corso dell’Ottocento aveva sancito l’affermarsi della borghesia capitalista grazie allo sviluppo del capitalismo industriale, è anche vero che furono le pressioni delle masse popolari per l’estensione del suffragio e le lotte della classe operaia per l’aumento dei livelli salariali a consentire un “allargamento” della democrazia e un miglioramento delle condizioni di vita, certo reso possibile dalla crescita del reddito portata dallo sviluppo capitalistico. Dopo una lunga fase in cui la “tendenza storica” apparve dispiegarsi secondo il dictum marxiano, la reazione portò alle misure anti-monopolistiche e all’aumento della tassazione progressiva, mentre le masse andavano affacciandosi sul proscenio della Storia, con la partecipazione al voto, gli scioperi (e finanche i movimenti rivoluzionari). Se c’è una tendenza che caratterizza il Novecento per almeno sessant’anni – dagli anni Venti agli anni Ottanta, soprattutto a partire dagli anni Cinquanta – in tutti i Paesi a capitalismo maturo è la diminuzione della quota di reddito nazionale che afferisce al capitale mentre aumentano il reddito e i consumi. E tutto questo accade grazie all’intervento dello Stato – che non esprime solo «l’immane potenza della borghesia capitalista» – e alla spinta del movimento operaio, che riesce ad incidere sugli indirizzi della politica e del governo. Non fu solo il keynesismo, ma il ruolo dello Stato a risultare determinante. La controffensiva neo-liberista che prende il via negli anni Ottanta sarà, così, decisiva per rimettere in moto la “tendenza storica”, con l’aiuto della globalizzazione liberista, favorendo l’aumento dei redditi alti e della concentrazione del capitale. La finanziarizzazione dell’economia e la sua “globalizzazione”, la libera circolazione dei capitali, la loro diminuita tassazione, accompagnate, non da ultimo, dalla rivoluzione digitale, non faranno che favorire il processo. Non tenere conto di queste dinamiche, come se la “tendenza storica” evidenziata da Marx avesse agito indisturbata e in sottofondo per tutto il tempo, senza invece ricondurre le tendenze odierne al dispiegarsi del sistema neoliberista, non dà così conto di quanto sta succedendo e del perché, di nuovo, stiamo tornando ad una concentrazione del reddito da Belle époque. Brancaccio può ben criticare «il tradimento dei chierici del liberalismo» e constatare che lo Stato è «ormai nuovamente ridotto ad un mero comitato d’affari». Ma per farlo compiutamente dovrebbe criticare la curvatura assunta dal capitalismo con la deriva neo-liberista, tutta nuova e recente, affatto preconizzata da Marx. Invece, egli fa un po’ un salto logico, partendo direttamente da Marx per arrivare all’oggi, come se in atto fosse un’unica tendenza che torna ora allo scoperto dopo essere stata volutamente offuscata per decenni.
Da cui trae il suo ammonimento finale. Dal momento che nessuno è riuscito a dimostrare “scientificamente” la presunta maggiore efficienza del capitalismo individualistico rispetto alla pianificazione collettiva, dobbiamo riaffermare la necessità dell’esproprio «del grande capitale dalle mani dei padroni», per «l’avvento di una nuova pianificazione democratica» (sic), che non è, si badi bene, sinonimo di pura oppressione statuale.
Per evitare le conseguenze della centralizzazione capitalista e combatterla, ci dice Brancaccio, serve «il genio collettivo di un nuovo partito» (evviva), cui si può giungere grazie ad una «pratica yawara del judo “scientifico”: adeguarsi alla forza avversa, quindi sfruttarla per piegarla in avanti» (p. 129). Una bella immagine, forse. Se volete sapere come arrivarci e come questo si possa tradurre in azione politica, affidatevi alla fantasia, però, perché Brancaccio lo lascia solo immaginare. Non c’è politica in senso proprio, in questo testo, non c’è il fare i conti con le forze in campo, con il chi e il come, con la struttura sociale e le classi, non c’è nessuna concreta indicazione al come mettere in azione “l’esproprio”, la libertà individuale, la democrazia. L’avere inventato un termine accattivante – “libercomunismo” – sottotitolandolo con «scienza dell’utopia» può attrarre un’intervista in tv o un articolo su un giornale, ma non dà risposte ai problemi enumerati, più che spiegati, con un volo d’uccello destinato a perdersi nel vuoto. Un libello per nostalgici di un linguaggio d’antan colorito con immagini ad effetto, instagrammabili (si direbbe oggi), ben poco utile a capire i problemi attuali e a individuare soluzioni per andare avanti (magari anche verso il socialismo).

Pier Giorgio Ardeni

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