Sembra di assistere ad un gioco tanto perverso quanto stupido, per spostare l’attenzione dell’opinione pubblica verso l’ennesima riproposizione del capro espiatorio. Dopo l’approvazione al senato dell’ennesimo dl sicurezza, con particolare riferimento alle politiche repressive dell’immigrazione, ci si trova di fronte ad uno scoglio che, mentre scriviamo, non ha ancora trovato soluzione e per cui si prospettano le cosiddette toppe peggiori del buco. Procediamo con ordine, anche se il compito non è facile. Nel testo, all’articolo 31 bis si prova ad introdurre un obbrobrio giuridico che va contro qualsiasi norma del diritto e che invece dalla presidente del Consiglio viene presentata come “atto di puro buon senso”. Una delle tante promesse che la maggioranza non è riuscita ancora a mantenere è quella relativa all’aumento del numero dei rimpatri dei pericolosi “clandestini”, vera piaga del Paese per chi ci governa, non certo le politiche di guerra, il precariato, la povertà diffusa il welfare che crolla, la criminalità organizzata, eccetera. Chissà quale fine esperto giurista ha avuto una idea che farà storia negli annali del record di incostituzionalità. Si parte dal fatto che un avvocato dovrebbe, in teoria, svolgere il ruolo di difesa del proprio assistito e curarne gli interessi. Nel IV anno dell’era Meloni, il concetto si ribalta. Il legale che difende un uomo o una donna soggetti a decreto di espulsione e che, in caso di comprovata indigenza dell’assistito, dovrà ricorrere al gratuito patrocinio, riceverà 615 euro se convincerà la persona a cui è stato assegnato d’ufficio, ad andarsene volontariamente tramite il Rimpatrio Volontario Assistito (RVA). Tale compenso sarà garantito solo a espulsione effettuata, come se fosse un premio per aver provveduto a cancellarne l’esistenza e i diritti. Altrimenti nulla. Non si tratterebbe, qualora divenisse legge, semplicemente di una gravissima torsione del ruolo della difesa ma – si è vinto da poco il referendum – disporrebbe ad una sudditanza la giustizia all’esecutivo. Il compenso del legale sarà commisurato ai desiderata dello Stato.
Si tratta di una torsione gravissima del ruolo dell’avvocatura. In una democrazia costituzionale l’avvocato opera esclusivamente nell’interesse del proprio assistito, in piena autonomia rispetto al potere politico e amministrativo. Qui, invece, si introduce un meccanismo che lega il compenso economico all’esito voluto dallo Stato, cioè all’allontanamento della persona straniera dal territorio nazionale. Il rapporto fiduciario tra cliente e difensore diviene così subordinato ad un interesse esterno, estraneo alla funzione difensiva e incompatibile con la sua indipendenza. Il decreto va convertito il legge entro il 25 aprile, altra nemesi, e per il Presidente della Repubblica, finora sin troppo prono, diventa difficile, anche per il valore simbolico della data, dare il via libera ad un testo zeppo di elementi di dubbia costituzionalità di cui il 30 bis è solo quello più visibile. Non potendolo modificare – si renderebbe obbligatorio un ulteriore passaggio al senato – si fa strada l’ipotesi di votarlo, sulla fiducia così come è, salvo poi presentare, in contemporanea, un articolo che ne modifica la sostanza. Traduzione: voto una legge e immediatamente un articolo che ne modifica un aspetto. Un lavoro da falsari poco raffinati. Dal corridoio sembra che la modifica estenderebbe il compenso non solo ai legali che ottengono il rimpatrio ma anche a quelli che falliscono nell’impresa e poi a mediatori e organizzazioni che intervengono per favorire il RVA. L’Organismo Congressuale Forense, l’Unione Camere Penali Italiane, l’Associazione Italiana Giovani Avvocati, hanno respinto il progetto. Persino il Consiglio Nazionale Forense, indicato dal governo come soggetto chiamato a gestire i compensi, dichiarando anche di non essere mai stato interpellato, ha preso pubblicamente le distanze da tale proposta e ha chiesto al Parlamento di eliminare ogni riferimento al proprio ruolo. Grottesco. Il governo ha usato l’istituzione rappresentativa dell’avvocatura, senza nemmeno averla consultata. Non basta il già dichiarato segnale di protesta che giunge dagli avvocati e dai costituzionalisti, a mettere i bastoni fra le ruote ci si mette anche il fatto che qualora tale manovra andasse in porto rischia di mancare la copertura finanziaria necessaria. In contemporanea, altro fatto grave ma sottaciuto: nel testo dell’intero dl, c’è anche la base di un restringimento dell’accesso al gratuito patrocinio per chi intende opporsi al decreto di espulsione, altra irruzione del potere esecutivo su quello giudiziario. E la domanda banale che ci si dovrebbe porre è semplice: tutto questo pastrocchio vale la candela? Davvero finalmente si apriranno le porte e si sarà liberi di provvedere ai tanti rimpatri (o meglio deportazioni) con cui si intende recuperare il consenso perso? Premesso che in assenza di fatti in grado di suscitare alta mobilitazione emotiva, l’attenzione verso il “problema immigrazione” sembra aver perso appeal, la risposta è no, almeno che non si intenda provvedere a rimpatri coatti. Con gran parte dei Paesi di provenienza non sussistono nemmeno accordi in tal senso e ogni processo rischia di andare avanti all’infinito. Cui prodest allora? L’ossessione verso i migranti ha portato, alcuni mesi fa, organizzazioni di marcata matrice neofascista, a raccogliere firme per una legge di iniziativa popolare dal roboante titolo “Remigrazione e riconquista” (ne abbiamo qui già parlato) in cui gli articoli della Costituzione, delle Convenzioni internazionali e del diritto, sono probabilmente superiori al numero delle virgole contenute nel testo. Chi ha firmato, circa 150 mila persone, lo ha fatto per un testo che – salvo catastrofi ancora peggiori – non troverà spazio di discussione in parlamento, nonostante aumentino le coperture politiche che lo sostengono. Le stesse adunate di piazza, l’ultima da segnalare è il flop di Milano di sabato 18 aprile, sono lì a dimostrare che tale testo non crea un così immenso sussulto generalizzato. La legge di iniziativa popolare diventa quindi un “progetto bandiera” per fare propaganda, cercando poi di modificarne l’impianto, per ottenere risultati di simile valore. Da tempo il sedicente ministro delle Infrastrutture e Trasporti, si sta adoperando per rendere – parole sue – il permesso di soggiorno “a punti”, come per la patente. Se il beneficiario è accusato di reati, ne perde fino al punto di essere espulso, di non avere insomma più il titolo per restare in Italia. Ora al di là del suprematismo di cui è intriso questo rozzo ragionamento (parola grossa), confutiamolo nel merito e nel merito. Per quali reati si perdono punti? Sciopero, rifiuto di adeguarsi a norme contrattuali di sfruttamento ingiusto, rivendicazioni sociali, reati contro il patrimonio, schiamazzi notturni e ubriachezza molesta? Per le altre tipologie di delitti esiste – forse non ha parlato con il collega alla Giustizia – la normale procedura penale che prevede anche la custodia cautelare che, se porta ad essere condannati, in giudicato, per reati gravi, impedisce ogni rinnovo del titolo di soggiorno, altro che punti. Ma per il povero leghista oggi in affanno, l’importante è che la propaganda torni a dipingerlo come l’uomo dal pugno di ferro. Del resto si sa quanto coltivi il sogno di lasciare un incarico come quello che ricopre così ostico, con tutti questi treni che si fermano per colpa di improbabili chiodi, e tornare all’amato e scricchiolante Viminale che probabilmente sogna anche la notte.
E se invece proponessimo di rovesciare la logica premiale, facendola valere in primis per chi occupa i dicasteri? Ad esempio potremmo pensare che per ogni minuto di ritardo accumulato dai convogli ferroviari, che ogni giorno rappresentano la croce per centinaia di migliaia di persone, il ministro deputato a tale incarico perda un punto sulla sua patente di esponente politico. Lo si potrebbe far valere per il dicastero degli Affari Esteri (basterebbe un punto per ogni figuraccia), per quello dell’Istruzione e del Merito (uno per ogni circolare amministrativa), per tutti gli esponenti governativi (uno per ogni carica riservata ad amici e parenti a spese dello Stato) e giù a non finire. Si rischia di scivolare nel populismo più becero, ce ne rendiamo conto, ma perché a questo punto, chi con tanto ardore si è speso per sottomettere il potere giudiziario a quello politico, non dovrebbe essere sottoposto a un codice di controllo popolare? Ha promesso di portare le pensioni minime a 1000 euro al mese e poi porti a casa l’aumento di 3 euro lordi? Di abolire la legge Fornero e poi invece ne presenta versioni sempre più hard? Ha abrogato reati da colletti bianchi che poi l’UE ti rimpone di ristabilire? Finge di alzare i toni nei confronti di un governo genocida- ogni riferimento non è puramente casuale – e poi si accoda per impedire che l’Unione Europea agisca di conseguenza? Dichiara di combattere la criminalità organizzata circondandosi personale in relazioni torbide con questo mondo? Beh ci spiace, Egli/ella non è in grado di assolvere al proprio mandato. Ovviamente se si è severi con il governo lo si deve essere, di pari passo anche con l’intero Parlamento. Chi si straccia le vesti parlando di pace e poi vota a favore o si astiene quando si decide il riarmo, chi, anche in maniera subdola, supporta o non contrasta le decisioni assunte dal governo di cui sopra e si piega alle ragioni di Stato, non è meno reo e non è certo adeguato a garantire il rispetto del dettato costituzionale su cui ha giurato. Ministri a punti, sottosegretari e parlamentari a punti. Il tema va problematizzato: i magistrati sono soggetti, giustamente ad organismi disciplinari interni, persino i giornalisti sarebbero – drammatico condizionale- costretti a rispettare un codice deontologico e in caso contrario deferiti all’Ordine che di fatto ha scarsi poteri. Non funziona a punti ma se si reitera il mancato rispetto di tale codice, si va incontro a sospensioni e persino a radiazioni. Il confine fra becero giustizialismo e totale impunità per taluni categorie privilegiate è complesso. Quando invece a finire negli ingranaggi della giustizia sono persone che hanno come vera ,unica colpa originaria il fatto di non essere cittadine o cittadini italiani, tale problema non sussiste. Peggio ancora se si assomma a questo il reato di povertà e indigenza. Come non è un reato? A guardare i disegni di legge non sembra. La giustizia di governo o di tribunale, si abbatte come una mannaia e non offre scampo, a dimostrazione che il tema migratorio va visto per quello che è. Un laboratorio politico in cui si sperimentano gli strumenti atti a comprimere ogni garanzia, a rafforzare la discrezionalità di chi amministra il potere, a ridefinire, in basso, i confini dello Stato di diritto. Perché il tema non è solo di esercizio di un potere suprematista con cui gestire lo sfruttamento, il problema è una giustizia di classe che deve poter agire a senso unico, unicamente contro i soggetti portatori, a prescindere di minori diritti. Questo ci rende vulnerabili tutte e tutti e la piramide dei decreti sicurezza, emanati anche da governi di centro sinistra è un monumento alla tirannia da rimuovere. Un tema che ci riguarda tutte e tutti. Chiunque di noi potrebbe, prima o poi, perdere punti.
Stefano Galieni
