Sabato 18 aprile si è tenuta una manifestazione in solidarietà ad Alfredo Cospito, anarchico detenuto in regime di 41 bis, dopo la chiamata alla mobilitazione nazionale contro il regime di tortura. Infatti, il 41 bis rappresenta un tipo di detenzione carceraria che spoglia l’individuo della propria dignità umana. Si tratta inoltre di un regime anticostituzionale, dato che l’articolo 13 della Costituzione vieterebbe, teoricamente, le violenze fisiche e morali su soggetti privati della libertà. Il regime detentivo si applica a detenuti considerati particolarmente pericolosi, e che potrebbero continuare ad avere contatti con la propria organizzazione anche durante la detenzione. Ovviamente, la caratterizzazione della suddetta pericolosità è totalmente arbitraria, come dimostra il fatto che Cospito sia solo colpevole di danni alla proprietà dello Stato, e non di violenza nei confronti di individui, ma solo di simboli. Isolare una persona quasi completamente dagli altri detenuti e privarla della socialità, controllarla costantemente in cella con una videosorveglianza, allontanarla dai luoghi in cui vive la sua famiglia, e privarla della possibilità di leggere libri, politici o no che siano, per trascorrere il tempo nella minuscola cella in cui il detenuto è solitamente condannato all’ergastolo come nel caso di Cospito non può essere descritto in altro modo se non come un trattamento inumano e degradante. Tuttavia, è importante ricordare che Cospito non è l’unico detenuto al 41 bis: ci sono altri detenuti politici, che rappresentano una minoranza tra le oltre 730 sottoposte a questo regime carcerario, ma la cui condizione rappresenta un campanello d’allarme per lo stato della repressione carceraria in Italia.
Durante il corteo a Roma, un agente della polizia in borghese è stato ferito, ricevendo la vicinanza della Premier. La Meloni ha infatti dichiarato: “Esprimo la mia solidarietà e la mia vicinanza al funzionario della Polizia di Stato ferito da una bottiglia di vetro lanciata durante il corteo degli anarchici scesi in piazza in solidarietà ad Alfredo Cospito. A chi pensa di intimidire lo Stato con la violenza diciamo una cosa semplice: non ci riuscirete. Il Governo è al fianco delle Forze dell’ordine e non arretrerà di un passo davanti a chi semina violenza, caos e paura”. Queste dichiarazioni non sorprendono, e anzi sembrano mettono in luce i termini del dibattito sul dissenso in Italia, dopo mesi in cui ogni corteo funzionale ad esprimere dissenso per l’operato del governo viene raccontato dalla maggior parte dei media italiani come un raduno di farraginosi, senza mai ricordarsi della dimensione dialettica della violenza. In altre parole, non si parla mai della brutalità della polizia in questo Paese. In questo modo, il problema sociale per cui i manifestanti scendono in piazza non si tramuta mai nel centro del dibattito, perché diventa più importante lasciare spazio al ripudio totale della violenza dal basso, facendo sì che l’opinione pubblica non si concentri sul supporto dello Stato italiano a Israele nel genocidio del popolo palestinese, sullo sfruttamento e la precarietà in cui la classe lavoratrice si ritrova, o sul regime di tortura rappresentato dal 41 bis che sia.
Se, da un lato, il governo avanza riforme che aggravano lo stato della repressione del dissenso e condonano qualsiasi abuso che le forze armate possano fare del proprio potere, dall’altro, ogni tentativo di espressione di un disagio sociale viene stigmatizzato, ostracizzato, e, in generale, descritto come violento e ingiustificabile dalla maggior parte dei media mainstream e dalla classe politica al governo. Mentre il senso semantico e giuridico della parola “terrorismo” si estende anche alle più basilari e democratiche espressioni del proprio pensiero, è importante vigilare sull’evoluzione del diritto ma anche sullo stato del regime carcerario. Nell’indifferenza davanti alla tortura giace la banalità del male. Ignorare le condizioni disumane del 41 bis per via del tipo di crimine a cui questa opzione detentiva è rivolta, ovvero per accusa di terrorismo e associazione mafiosa, dimostra una totale cecità davanti alla deriva autoritaria che sta avvenendo in questo Paese. La possibilità di manifestazione del proprio pensiero è un elemento fondativo di qualsiasi società libera, e se l’espressione del dissenso coincide sempre di più con la categoria giuridica del terrorista, così come sta avvenendo grazie a decreti come il ddl 1660, nessuno è al sicuro dal regime di tortura.
Chiara Caria
