La riflessione sull’esito della manifestazione del 21 giugno che ha espresso quattro “no” alla guerra, al riarmo, al genocidio dei palestinesi e all’autoritarismo e ha visto una significativa partecipazione popolare, sollecita diversi temi interessanti. Mi propongo di accennarne solo alcuni, in modo molto schematico, auspicando un confronto più ampio.
Innanzitutto si deve collegare questo appuntamento ad altri eventi politici degli ultimi mesi, per comprendere se essi possano indicare una più generale ripresa di mobilitazione di massa, su vari temi e in forme diverse, tale da poter avviare una nuova fase politica e sociale.
La stagione delle piazze è iniziata con un tentativo di egemonia di forze moderate e centriste (Repubblica e destra PD) che cercavano di intercettare il sentimento di reazione e di opposizione all’offensiva trumpiana per indirizzarlo verso un europeismo schiacciato sull’Unione Europea così com’è. L’operazione è stata utilmente contrastata, seppure con una mobilitazione ancora limitata, dall’incontro di Piazza Barberini. Essendo poi coincisa con il piano di riarmo della von der Leyen, che ha disvelato brutalmente il vero indirizzo dominante nella UE (autoritario e militarista), l’operazione centrista è sostanzialmente fallita.
Il secondo momento importante è stato rappresentato dalla manifestazione del Movimento 5 Stelle che ha posto al centro l’opposizione all’enorme aumento della spesa militare. L’operazione politica aveva evidentemente un doppio obbiettivo: collegare l’identità del Movimento, in fase di mutamento e per certi aspetti ancora incerta, ad un tema forte e tale da convogliare un diffuso sentimento popolare; aprire una competizione con il PD sul contenuto programmatico e sull’asse valoriale di una possibile alleanza di centrosinistra. Il partito di Conte ha scommesso, giustamente, sull’apertura a soggetti politici e sociali esterni al Movimento accolti senza settarismi nella manifestazione.
Il terzo appuntamento è quello promosso dai partiti di opposizione (PD, M5S, AVS) sulla macelleria in atto a Gaza da parte degli israeliani. La manifestazione prendeva le mosse da una mozione comune presentata in Parlamento e che rappresentava, soprattutto per il PD, un deciso spostamento in avanti della propria posizione fino a quel momento quantomeno timida, se non decisamente ambigua nei confronti dei crimini israeliani. Il fatto che questa manifestazione sia stata la prima in Italia ad avere una dimensione di massa, dopo tutta una serie di appuntamenti, certamente più radicali nell’argomentazione ma rimasti in gran parte appannaggio di ristrette aree militanti, solleva evidentemente una valutazione critica sul profilo e la gestione della mobilitazione sulla solidarietà verso il popolo palestinese. Si potrà giustamente criticare le forze politiche che hanno organizzato la manifestazione romana del 7 giugno per il ritardo con cui si sono presentate all’appuntamento ma evidentemente si è lasciato a loro lo spazio politico per intercettare il sentimento popolare di ripulsa del genocidio in atto.
Un ulteriore appuntamento è stato organizzato da un importante schieramento di forze contro l’introduzione da parte del governo di norme autoritarie che tendono ad impedire qualsiasi espressione di conflitto sociale e politico. Un processo di “normalizzazione” della società portato avanti da una coalizione che contiene al suo interno molti elementi di revanche neofascista. Anche questa manifestazione ha registrato una significativa partecipazione.
Un accenno almeno deve essere fatto anche ai referendum sociali che sono stati comunque una forma di mobilitazione popolare. Seppure sconfitti nel loro esito, non sono riducibili, come è stato fatto spesso in sede giornalistica, ad una logica di contrapposizione politica governo-opposizione. Al contrario hanno espresso un diffuso desiderio di riappropriazione di diritti e identità del mondo del lavoro.
La manifestazione di sabato scorso che si è ritrovata in Porta San Paolo non può quindi essere analizzata senza inserirla in questo contesto più complessivo. Non è stata promossa da un partito come quella del Movimento 5 Stelle, né da uno schieramento di partiti come quella del 7 giugno per Gaza. Aveva alcune peculiarità, a partire dell’essere inserita in una campagna di iniziativa europea, e nell’essere proposta da un nucleo di soggetti e reti sociali e non di partiti. In questo più simile alla mobilitazione contro il sedicente “Dl sicurezza”.
È stato sollevato un dibattito sulla contemporanea convocazione di una manifestazione alternativa da parte di USB e PaP, con la richiesta di unire i due appuntamenti. Tra coloro che hanno sollevato il problema vi era chi effettivamente esprimeva il desiderio sentito della più larga unità necessaria di fronte all’aggravamento della situazione globale e al concreto estendersi del pericolo di un conflitto militare globale. Per altri si trattava solo si porre strumentalmente il tema per esigenze polemica correntizia. In ogni caso la presenza delle due manifestazione pone un problema di fondo dal quale non si può sfuggire: la natura del rapporto partito-movimento e modalità di costruzione dei movimenti unitari. Tema evidentemente che tende a riproporsi anche in contesti che pure sono per altri aspetti profondamente cambiati.
La logica politica della manifestazione USB/PaP va interpretata alla luce dell’impostazione ideologica complessiva del gruppo che in modo teoricamente più solido orienta le scelte politiche di questa aggregazione, ovvero la Rete dei Comunisti, la quale ha sviluppato (a partire da esperienze precedenti sotto nomi diversi) una concezione gerarchica del rapporto partito-movimenti. Questo vale sia che si tratti di un movimento in forma permanentemente strutturata come il sindacato, sia in modalità più flessibili come la mobilitazione contro la guerra. Si ripropone grosso modo l’idea delle “cinghie di trasmissione”, la cui validità è data dalla capacità di rafforzare l’organizzazione stessa. Secondari sono il raggiungimento di obbiettivi politici (almeno per la parte più di “movimento”, è diverso per la struttura sindacale invece necessariamente più attenta anche a raccogliere risultati concreti) ed è vista come un rischio la partecipazione ad un movimento plurale e unitario eccessivamente largo del quale si possa perdere il controllo. Questo atteggiamento cerca di catalizzare una nicchia militante più radicale ma anche necessariamente più marginale e, prevedibilmente, con minori possibilità di espansione.
La realtà di PaP è certamente più differenziata della stessa Rete dei Comunisti, che ne costituisce una componente, ma senza l’USB, nella quale l’orientamento strategico della Rete è predominante, non ci sarebbe nessuna manifestazione con numeri significativi. Nell’avvicinarsi alla scadenza delle manifestazioni, la Rete (nelle sue diverse incarnazioni pubbliche) ha accentuato i motivi polemici contro l’appuntamento unitario di Porta San Paolo al punto da etichettare le centinaia di organizzazioni che vi avevano aderito come “l’asinistra”. È stato anche sollevato come elemento insanabile di contrapposizione il fatto che USB/PaP non potrebbero mai allearsi, non solo col PD (che per altro non ha aderito alla manifestazione di Porta San Paolo) ma nemmeno con chi può essere alleato passato, presente o futuro del PD o con le organizzazioni di massa nelle quali possa essere presente qualcuno che fa riferimento a queste formazioni politiche. Questa concezione è stata sintetizzata in una grafica firmata da PaP, probabilmente perché l’USB, nella sua attività sindacale, mantiene rapporti sia con i 5Stelle che con AVS quando li ritiene utili alla propria attività.
La manifestazione che è risultata, negli esiti numerici oltre che nell’ampiezza delle adesioni, nettamente maggioritaria persegue un’altra logica di costruzione del movimento di massa contro il riarmo e la guerra. A partire da un nucleo significativo di soggetti non partitici rappresentativi di varie anime, si è definita una base di contenuti che fosse netta sulle questioni fondamentali lasciando poi alle singole forze la libertà di mantenere i propri elementi programmatici e la propria visione complessiva con un metodo che ha largamente improntato il movimento altermondialista dell’inizio del millennio.
Da un lato quindi si propone la logica gerarchica, sulla base della quale le forze che vi si aggiungono tendono ad essere ridotte ad una dimensione ancillare, dall’altra una visione orizzontale che tende ad includere paritariamente qualunque soggetto condivida il nocciolo di posizioni fondamentali. Senza rinunciare a farsi portatore di proprie posizioni specifiche. Il tema della NATO è stato agitato in modo del tutto strumentale da USB/PaP/RdC, dato che chiunque abbia partecipato alla manifestazione unitaria ha potuto riscontrare che tutti coloro che hanno voluto porre il tema dell’uscita dell’Italia da essa, lo hanno potuto fare senza problemi. Nel caso della manifestazione di Corso Vittorio, gli obbiettivi sono formulati per escludere, in quella di Porta San Paolo si è riusciti ad equilibrare nettezza degli obbiettivi e delle prese di posizione con l’allargamento delle forze necessarie ad ottenere un impatto politico.
Questa divergenza di fondo ha reso del tutto inutile l’opera dei cosiddetti “pontieri” i quali, oltretutto, per dimensione, erano ininfluenti sull’esito finale di entrambe le manifestazioni. Tra le logiche che hanno ispirato i due appuntamenti ci può anche essere qualche convergenza occasionale e certo banalmente in certe occasioni una manifestazione unica è meglio di due contrapposte. In questo caso quella USB/PaP si è proposta in aperta contrapposizione all’altra con argomentazioni polemiche esasperate secondo un vecchio virus “gruppettaro”. In questo modo “l’asinistra” (sempre secondo la definizione utilizzata da un esponente di primo piano di USB/PaP/RdC) assumeva il ruolo di vero nemico principale. Dal punto di vista ideologico si tratta della riproposizione del vecchio schema cominternista “classe contro classe” e del “socialfascismo” (riproposto come “liberalfascismo”) che deve innanzitutto eliminare tutte le posizioni considerate intermedie tra due schieramenti che devono essere considerati come omogenei e totalmente contrapposti. Il “melenchonismo” che ispira un’altra tendenza di PaP, pur poggiando su premesse teoriche, quelle populiste, nettamente diverse arriva a conclusioni non molto differenti.
Se si assume il punto di vista sottostante alla manifestazione di Porta San Paolo non significa che non esistano problematiche nel rapporto tra una specifica soggettività politica e la costruzione del movimento, in questo caso quello contro la guerra e il riarmo. Movimento, di cui la manifestazione del 21 giugno può rappresentare l’inizio.
Mi pare che in questa fase i movimenti si possano tendenzialmente dividere in movimenti strategici e movimenti del riconoscimento di identità. I primi sono quelli il cui esito si misura necessariamente con la dimensione politico-istituzionale. Se sei contro il riarmo hai bisogno che ci siano ad un certo punto un Parlamento e un Governo che rifiutino il riarmo. L’uscita dalla NATO si può realizzare solo se un Parlamento, che un tempo ha votato l’adesione, ora vota la fuoriuscita.
Si può considerare un movimento del secondo tipo quello che si realizza con i Pride, che hanno sempre più una dimensione di massa e una forte presenza giovanile. Questi possono anche richiedere una proiezione politico-istituzionale (leggi, provvedimenti amministrativi, ecc.) ma questa non è né essenziale, né necessaria. In questo caso il Pride è l’affermazione della propria libera identità (sessuale, di genere, ma non solo) e questa finalità è già insita nella stessa mobilitazione. Il successo dei Pride è favorito dal fatto che il suo successo si realizza già nelle sue dimensioni di partecipazione.
Perché molti giovani (ragazzi e ragazze) ritengono importante partecipare a un Pride ma sono meno mobilitati da una manifestazione contro la guerra? Ci sono varie ragioni che andrebbero esaminate ma una, che io ritengo fondamentale, nel contesto di una lunga fase di sconfitte di determinati movimenti come fu quello altermondialista, è data proprio dalla differenza di conseguenze derivanti dai diversi movimenti. Immediatamente soddisfacenti nei movimenti di riconoscimento di identità, difficili, complicati, incerti e se va bene parziali, nei movimenti strategici.
Quando si tratta di movimenti che producono un mutamento nel percorso storico questi possono essere di entrambi i tipi. Alcuni storicamente hanno prodotto rotture nella dimensione politico-istituzionale (Gramsci avrebbe detto che si “sono fatti Stato”) e altri soprattutto nella dimensione sociale. I movimenti strategici pongono il tema della rappresentanza politico-istituzionale (in termini più diretti: del partito) per quelli identitari il rapporto è più mediato.
Si può pensare che un movimento non abbia bisogno di uno sbocco politico, ma in questo caso un movimento strategico rischia di diventare un movimento identitario. Non manifesto perché voglio che chi ha il potere politico si schieri contro il riarmo e la guerra, se necessario costruendo un potere politico alternativo, ma per affermare la mia identità pacifista ed eventualmente supponendo che, se questa identità pacifista sarà espressa da grandi masse, il potere, dal quale resto esterno, dovrà tenerne conto.
L’altra ipotesi che a volte è stata affacciata è quella che a un certo punto il soggetto politico dovesse interamente integrarsi nel movimento. Una soluzione che mette in discussione l’idea gramsciana del soggetto politico come “forza permanentemente organizzata” e quindi con tempi e modi di azione necessariamente diversi da quella dei movimenti. Il soggetto politico è contemporaneamente una certa visione del mondo, seppure inclusiva e non dogmatica, un programma politico, una strategia di potere e una combinazione di soggetti sociali che ne rappresentano il sostrato. È anche necessariamente, se risaliamo al lontano dibattito tra Gramsci e Bordiga del Congresso di Lione del PCI, “parte” e non “organo”, allora si precisava, della “classe operaia”. Questa necessità dell’essere sempre “parte” dei soggetti sociali che potenzialmente operano per la trasformazione, ha innervato tutto il percorso storico del PCI, quel “capolavoro politico” di cui abbiamo avuto modo di discutere qui su Transform! con Walter Tocci.
Una formulazione quella gramsciana di Lione che metteva in discussione la tesi frutto di un superficiale leninismo contenuta nell’idea del partito come “avanguardia esterna” che porta spesso a logiche di setta e a pratiche di predicazione più che di azione politica.
In una realtà che è diventata certamente più complessa, il soggetto politico deve cercare di essere contemporaneamente “parte” dei movimenti ma anche essere in grado di portare esigenze e aspirazioni dei movimenti stessi nella dimensione politico-istituzionale e quindi formulare una strategia di potere.
Non ci può essere proposta di alternativa politico-sociale senza essere “parte” significativa della società ma nemmeno si può pensare di esserlo senza formulare una prospettiva politico-sociale che si misuri con la dimensione direttamente elettorale-istituzionale.
Posto il problema resta ovviamente complicata la soluzione perché essa scaturisce non solo da una premessa teorica ma anche da una capacità di intercettare sentimenti e aspirazione diffuse. Queste si esprimono in forme che non possono essere solo razionali (ma senza la razionalità non vi può essere progetto di trasformazione) ma devono includere la sfera delle emozioni e queste sono difficilmente racchiudibili in uno schema teorico. In ogni caso già riuscire a rimuovere tesi che si sono rivelate sbagliate non solo teoricamente ma anche nella loro efficacia pratica, sarebbe un buon punto di partenza.
Franco Ferrari
