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Matrici storiche dell’odio e itinerari dell’erranza e dell’oblio

di Pino
Nicolosi

Note su “Pensare dopo Gaza” di Franco Berardi (Bifo), Timeo, 2025.

«E mentre camminava per le strade e vedeva in ogni volto i segni di una fatica inutile, o alzava gli occhi verso i tetti delle case, su al cielo, per capire se c’era un senso, egli pareva trovarlo, e si rasserenava. Ma solo a una domanda, che lo investiva a ondate regolari con affanno, il principe Myškin non sapeva rispondere: perché, Signore, i bambini muoiono?». 

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La sofferta e imbarazzante domanda che il principe Myškin rivolgeva al suo dio nel romanzo di Dostoevskij  era riferita alle morti per malattia o denutrizione, molto frequenti nella Russia del XIX secolo. Ma se proviamo a immaginare  una domanda come: “Perché, Signore, i bambini vengono uccisi?”, subito ci rendiamo conto che difficilmente Myškin avrebbe potuto rivolgerla al dio dei cristiani.  Sapeva bene che la responsabilità, in questo caso, ricade interamente sugli assassini. Del resto, non c’è alcun bisogno di aver letto la teodicea di Liebniz per capire che il dio dei cristiani non può avere alcuna responsabilità a questo riguardo. Bibbia e Vangelo lo spiegano con chiarezza.  Al momento del redde rationem, per i credenti, la giustizia di dio non mancherà di provvedere. Noi, che nell’esistenza di un dio non crediamo, questa domanda dobbiamo invece affrontarla in tutta la sua portata.

A volte la verità fa male. E il nuovo libro di Franco Berardi è, prima di tutto, la descrizione puntuale di una verità dolorosa: quella di un massacro senza fine, di un genocidio in senso letterale. È un libro che si legge in due ore, ma che non riusciremo a digerire completamente neanche tra due anni. Nel mostrare le dimensioni della tragedia lascia senza alcuna speranza. Suggerisce, alla luce dell’evidenza, di pensare dopo e oltre la speranza.

Si stima che a partire da 7 Ottobre 2023 a Gaza siano stati uccisi 17.400 bambini palestinesi dai zero ai dodici anni. Dire che non è normale  è un eufemismo. È  mostruoso.

A Gaza è stata vanificata qualsiasi speranza di poter contenere le guerre entro la bardatura istituzionale di un confronto” leale” tra eserciti. Del diritto internazionale umanitario, da quando è iniziato il massacro, non s’è vista neanche l’ombra. Del resto non abbiamo a che fare con una guerra tra stati. È una guerra che va riconosciuta per quel che è: una guerra di religione, colonialistica e razziale.

Franco  Berardi  da almeno quarant’anni si interroga e ci interroga sulla tragedia palestinese. Nel 1991, prese parte a un confronto pubblico, nella cittadina siciliana di Gibellina, tra un poeta israeliano (Nathan Zak) e uno palestinese (Adonis). La conclusione cui giunsero i due poeti era in linea con quel che lui sosteneva da vario tempo: «troppo a lungo la poesia è stata considerata come tramite della memoria, occorre pensare poesia che canti la dimenticanza e l’oblio» .   2.

La pubblicazione di Pensare dopo Gaza costituisce, in questo senso,  anche un’occasione per rivisitare uno dei punti chiave del pensiero di Franco Berardi, quello dell’oblio, nel tentativo di chiarirne alcuni degli aspetti più significativi e attuali.

Qualche anno dopo l’incontro di Gibellina, nel 1994, in un libro intitolato Mutazione e Cyberpunk,  Berardi è entrato con maggiore determinazione sul tema della diaspora, scrivendo pagine illuminanti sul marranesimo, in un serrato confronto critico con studiosi dello spessore di Magris, Finkielkraut, Scholem. In quel libro concludeva un importante capitolo, intitolato L’appartenenza, con un frase  che ricorda da vicino la conclusione di Gibellina:  «Dobbiamo ragionare in termini di linea di fuga, in termini di secessione e di esodo dal destino universale» 3. Anche in questo suo recente lavoro c’è un capitolo dedicato all’oblio dal titolo eloquente: Facciamola finita con la memoria.

All’autore, però, la memoria non fa difetto. Ma ha saggiamente evitato di impantanarsi in puntigliose descrizioni dei conflitti arabo-israeliani, di presentare le mappe dell’ONU che descrivono la progressiva colonizzazione dei territori palestinesi, di spendere pagine sulle molte risoluzione di pace sistematicamente disattese. Fatti importantissimi, è evidente, che oggi vengono riproposti con un impegno meritevole di grande rispetto, ma che non dicono quel che è più importante sulla dimensione profonda della tragedia a cui stiamo assistendo. Dimensione che Berardi indaga, invece, con ritmo incalzante. Che si tratti di documenti storici, di articoli, di interviste ai protagonisti del conflitto armato, di citazioni ricavate dall’opera di pensatori della diaspora  come Amos Oz, o di filosofi, come Giorgio Agamben, abbiamo  in ogni caso  a che fare con passi scelti con raro acume, difficilmente sostituibili, che gettano una luce particolarmente vivida sugli snodi fondamentali del  processo che ha trasformato Israele in un paese integralista e violento. Basti qui ricordare, solo a titolo di esempio, la lettera aperta, firmata tra gli altri da Hannah Arendt e Albert Einstein, che venne pubblicata da New York Times il 2 Dicembre del 1948 e che si apriva con queste parole:

«Fra i fenomeni più preoccupanti dei nostri tempi emerge quello relativo alla fondazione, nel nuovo stato di Israele, del Partito della Libertà (Tnuat Haherut), un partito politico che nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti nazista e fascista».

Un processo di cui Berardi  contribuisce, dunque, a ripercorrere la storia, ma di cui considera più importante  cogliere le laceranti contraddizioni, quelle in cui  si vanno a sedimentare gli incubi della memoria.  Se intendiamo rispondere alla domanda che il principe Myškin non poteva rivolgere al suo dio, e che noi siamo invece tenuti a rivolgere a noi stessi, non basta riflettere sulla storia politica, geopolitica o militare,  dobbiamo interrogarci su questioni più profonde.

A Siviglia, nel 1989, si tenne una grande conferenza, cui parteciparono decine di scienziati di fama internazionale, che intendeva indagare i rapporti tra biologia e violenza. Vi presero parte studiosi estremamente attenti alla genetica e alla sua influenza sul comportamento umano.  Scienziati  decisamente poco inclini, quindi, a concedere qualcosa a teorie come quella della tabula rasa o, in generale, all’approccio culturalista particolarmente diffuso nella sinistra italiana. E però, una delle conclusioni sottoscritte all’unanimità dagli scienziati nella Dichiarazione di Siviglia, del resto perfettamente in linea con tutte le altre, è la seguente:

«il comportamento aggressivo umano è molto più complesso di quello degli altri vertebrati. Esso ha subito delle trasformazioni per effetto di molti fattori culturali come lo sviluppo delle istituzioni e dei sistemi economici e l’elaborazione di schemi motori con l’uso degli utensili e del linguaggio. Dal momento che sappiamo tutto questo, abbiamo l’obbligo morale di evitare estrapolazioni filogenetiche semplicistiche, che possono essere particolarmente provocatorie, e dovremmo chiarire che fenomeni umani come il crimine e la guerra non sono il risultato inevitabile dei nostri circuiti neurali.» 4

La credenza secondo la quale siamo per natura bellicosi e aggressivi è dunque, dal punto di vista scientifico, del tutto priva di fondamento. Non ospitiamo dentro di noi un inconscio biologicamente assassino. E visto che oggi la statistica ci dice che, nella maggior parte dei casi, abbiamo più geni in un comune con un cinese che con i nostri vicini di casa,  conviene non degnare di alcuna attenzione le risposte semplificatrici,  basate sul sentito dire (homo homini lupus, e via farneticando), per predisporci ad analizzare catastrofi epocali come il  genocidio palestinese nel quadro di una prospettiva storica universalistica, che sappia individuare  delle regolarità nelle dinamiche generative, nelle matrici dell’odio razziale e religioso tra le popolazioni.

Franco Berardi ed io avevamo un amico in comune, un filosofo ed economista anarchico, scomparso oramai da molti anni che, in ambiti di movimento, scriveva sotto lo pseudonimo di Sbancor.  Si occupava professionalmente, presso un grande istituto di credito, di scenari geopolitici e di guerra. In un suo indimenticabile intervento in rete, in cui profetizzò il disastro dell’ 11 Settembre 2001, scrisse alcune righe riguardo Gerusalemme che è senz’altro utile riportare:

« È qui che i ‘fondamentalisti’ di tutte le religioni da millenni hanno segnato il luogo della battaglia fra le ‘civilizzazioni’: la piana di Armageddon. Si lo so: può sembrare follia. Che c’entrano gli interessi economici con le antiche leggende?  C’entrano. Il denaro è il terreno del simbolico. Quando non può nutrirsi di numeri deve nutrirsi di sangue.»

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Sbancor, che conosceva in dettaglio le strategie adottate dai servizi di intelligence per fomentare conflitti locali, ci aveva spiegato come, in molte occasioni, sia stata proprio la conoscenza accurata della memoria storica delle popolazioni, l’attenta rilettura delle antiche leggende, uno dei principali strumenti d’offesa brandito da quanti hanno inteso fomentare,  operando in segreto, il verificarsi di guerre inutili e  massacri efferati.  Esempi più o meno recenti non mancano, dalla guerra del Kosovo,  con la rievocazione serba della battaglia della piana dei merli (1389), a quella Russo-Ucraina, con il suo pesante bagaglio di rancori storici tra i due paesi protagonisti del conflitto. È in queste zone della memoria storica che mercanti d’armi, sciacalli e guerrafondai, cercano gli inneschi per i loro piani di distruzione.

Un’indagine  sulla genesi della violenza tra le popolazioni dovrà, allo stesso modo, inoltrarsi nei meandri della loro memoria, individuare i passaggi cruciali che hanno favorito il costituirsi di queste tendenze distruttive.  In questa direzione Franco Berardi ha orientato la sua bussola teorica in Pensare dopo Gaza. Come spiega benissimo, ad esempio,  in un passo come questo:

«Ma chi voglia comprendere qualcosa dei processi profondi che muovono le forze che agitano la storia deve analizzare i traumi da cui la storia trae la sua energia distruttiva.»

Nel farlo ha adottato, a partire dai suoi scritti dei primi anni Novanta, una strategia interpretativa raffinata e interessante. Non sono uno storico né un antropologo e non ho alcuna competenza in merito a conflitti di carattere religioso né di altro tipo. Credo però di aver sviluppato un certo fiuto per le spiegazioni generali, quelle che cercano di estrarre, dai  fenomeni che intendiamo indagare,  elementi che vanno oltre gli aspetti descrittivi. Ma eviterei di fare ricorso, in questo contesto di ragionamento, ad espressioni impegnative come “leggi” o “teorie”. Più semplicemente, sono convinto che esistano dei processi di pensiero che, a partire da regolarità come quelle osservate da Sbancor, riescono a dedurne inferenze sensate, dotate di un potere esplicativo. E quindi preziose, qui sta il punto, per provare a ipotizzare controveleni e/o strategie di evitamento o di fuga.

Il lavoro di ricerca di Franco Berardi ha preso le mosse da un’intuizione di Gill Deleuze e Felix Guattari intorno ai cosiddetti  processi di deterritorializzazione e riterritorializzazione, interpretati dai due pensatori francesi come elementi universali della storia antropologica di un’umanità strutturalmente migrante, trascinata nei suoi movimenti da imperiose necessità e desideri e costantemente esposta a profonde ridefinizioni delle sue  caratteristiche culturali. Un rapporto di continua identificazione e disidentificazione, in un alternarsi di passi in avanti  e passi indietro,  di partenze e ritorni, sia in senso materiale che nelle forme dell’immaginario. Il farsi e il dissolversi delle identità, quelle dei singoli individui come quelle delle popolazioni, fluttua tra le polarità di identificazione e disidentificazione, in un processo di categorizzazione irrisolvibile e costantemente in divenire. Questa oscillazione determina frequenti conflitti come, per fare un esempio, quelli che emersero, tra il Cinquecento e il Seicento, tra la Controriforma e le prime espressioni chiaramente definite del pensiero scientifico europeo. Due tendenze culturali in contrasto, quella del pensiero scientifico e quella della restaurazione religiosa,  entravano in collisione diretta, finendo con il dare un contributo significativo a un massacro di dimensioni colossali quale fu la guerra dei trent’anni. Franco  Berardi, in Politiche della mutazione, ha delineato in questo modo quel quadro culturale:

«Nel XVI secolo l’emergere tumultuoso della dinamica nuova della società borghese e della cultura moderna venne interpretata all’interno di una sfera simbolica che aveva perduto ogni efficacia interpretativa e pratica, ma che possedeva ancora il luogo istituzionale dell’effetto di globalità, la religione. L’emergere della società nuova della classe borghese venne allora elaborata secondo categorie che erano del tutto inconsistenti e incongrue, così che le problematiche stesse della scienza e della politica vennero recepite nella forma del conflitto di religione. Le idee scientifiche furono interrogate e catalogate secondo parametri del tutto inadeguati (…).Così mi pare che spesso accada anche oggi.»

Nei libri di Franco Berardi dei primi anni Novanta, si possono trovare molte altre indicazioni importanti per cogliere queste complesse dinamiche culturali, che spesso si sono trasformate in autentiche trappole, in cui ha spesso preso forma l’ipertrofia identitaria, l’esaltazione maniacale e ossessiva delle origini, autentica sclerosi della dinamica fluida dei processi di soggettivazione.  L’intera vicenda della diaspora si presta assai bene a questo tipo di lettura, situata tra i due poli della deterritorializzazione e della riterritorializzazione.

In Mutazione e Cyberpunk,  Berardi ha saputo individuare, nella inevitabile doppiezza cui gli ebrei vennero costretti dalle conversioni coatte e dai battesimi forzati (particolarmente nel corso del marranesimo iberico ma anche in Italia, nel ghetto di Roma e altrove),  una chiave privilegiata per giungere a un’interpretazione di carattere generale della condizione psicologica delle varie identità culturali e/o religiose oppresse e schiacciate dall’efferatezza  cristiana, europea o americana. Il tentativo di cancellare l’identità culturale ebraica da parte delle varie inquisizioni diede origine, in chi ne era vittima, a un culto della memoria clandestino. Come se proprio la violenta negazione delle radici scatenasse un desiderio irrefrenabile di riscoprirle e di esaltarle. Questa esigenza di riconoscersi e di ritrovarsi spingeva i “marrani”, a confrontarsi con le carte e le narrazioni degli oppressori, uniche tracce rimaste disponibili del loro passato. Così, per ritrovare la propria identità, gli ebrei leggevano la Bibbia in latino o tentavano di interpretare gli editti dell’inquisizione. La ricerca febbrile di una verità originaria tra le nebbie e gli inganni di quanti operavano per la sua definitiva cancellazione diviene, nell’analisi di Berardi, la chiave per spiegare le insidiose dinamiche psicologiche che allignano tra le vittime di tutti i principali processi di colonizzazione, deportazione, esilio, confino, segregazione. La pretesa di una cancellazione dell’identità storica e culturale determina una sorta di rimbalzo verso la ricerca di un’identità, una spinta reattiva verso il mito dell’origine. Ma quando l’erranza diviene una condizione diffusa,  i pericoli di una memoria deformata dallo sguardo dell’oppressore sono  costantemente in agguato:

«Alla radice di questa trappola non c’è soltanto la persecuzione degli ebrei e lo sviluppo di un sentimento di ossessione identificante e di risentimento da parte del popolo ebraico; ma è l’intera memoria dei popoli che subisce questa torsione, questo doppio legame: il popolo afroamericano, come dimostrano le forme di coscienza rasta, compie un percorso analogo, ma lo stesso potremmo dire degli armeni e degli sciti,dei sick e dei tamil, dei tibetani e degli indios americani.

Ciascuna di queste culture, perduta la relazione diretta con la propria tradizione, viene sottoposta a una torsione che funziona come trappola. Solo negli occhi del nemico, solo negli occhi del torturatore si può leggere la verità. Ed è una verità iniettata di sangue.» 6

Questo lucido afferramento, che Berardi riprende in modo indiretto in Pensare dopo Gaza, spiega  assai bene perché la fondazione dello stato sionista portasse in dote, già al suo avvio, il rischio di quella fissazione della memoria che l’autore denuncia senza giri di parole:

«Lo Stato di Israele fu fondato fin dall’inizio sull’ossessione vendicativa della memoria. Naturalmente lo stesso si potrebbe dire di qualsiasi stato nazionale, perché le Nazioni nascono sempre da una deformazione ossessiva della memoria, ma nel caso di Israele l’ossessione biblica dello zekher si è saldata con la modalità psicotica di elaborazione del trauma dell’Olocausto. »

In questo testo su Gaza c’è una parola che ricorre con grande frequenza , come un basso di fondo:  la parola trauma. Un lemma che negli scritti precedenti dell’autore compare raramente. Certo, non è la prima volta che questa espressione è riferita a un’intera popolazione e non è la prima volta (comprensibilmente) che vengono utilizzate espressioni come trauma sociale, trauma storico, politico e così via. Ma indubbiamente la sua forza esplicativa, nel caso della Shoah, si rivela  potente e, direi, decisiva. Un trauma della  memoria, dunque, che degenera in ipertrofia dell’identità nazionale, come  una ferita che non vuole  rimarginarsi, che si ostina a restare aperta. E la terapia, ci ricorda Berardi in questo nuovo libro, non è da cercarsi nella politica:

«Ma il problema di come elaborare il trauma passato nessuna istituzione ha tentato di affrontarlo. La politica non possiede strumenti per questa elaborazione che, sola, potrebbe evitare che le condizioni della violenza si ripresentino, e che il trauma si riproduca.»

Ci si potrebbe chiedere se non dovremmo bagnarci periodicamente, tutti, nelle acque del fiume Lete dove, nel mito platonico di Er, le anime cadevano nell’oblio prima di entrare in un nuovo corpo.

Va da sé  che, anche il più ingenuo dei cuorcontenti, troverebbe risibile  pretendere che da un’equazione semplicistica come “meno memoria più oblio”possa derivare,  come per magia, la pace perpetua. Ma sarebbe veramente ingeneroso pensare che l’autore si faccia illusioni di questo genere. Se ne faceva forse qualcuna sulle possibilità di trasformazione delle tecnologie digitali, quando ancora costituivano un terreno di sperimentazione per nuove forme di aggregazione sociale. Sicuramente oggi di illusioni non se ne fa più e, tuttavia, rimane coerente nell’aspirazione a una nomadologia, per così dire, in interiore homine, a un processo di consapevole disidentificazione dai mitologemi, dagli arcigni topoi del passato. Del resto, quella che si potrebbe definire una concezione debole dell’identità (ammesso che questa parola significhi qualcosa), non andrebbe ricondotta, quasi per assecondare un riflesso automatico, alla vieta opposizione binaria relativismo culturale versus tradizione. La riflessione sull’indebolimento dell’essere, prende forma assai prima della formulazione che ne diede il filosofo Gianni Vattimo, o di quella che se ne potrebbe ricavare dalla lettura di Schopenhauer. Vanta essa stessa una tradizione antichissima, riconducibile, in termini generali, al pensiero orientale e al buddhismo. Né andrebbe dimenticato, per converso, che la critica ad una concezione forte dell’identità trova oggi sponde affidabili nei risultati più recenti e innovativi delle scienze cognitive e delle neuroscienze (basti ricordare i risultati delle ricerche sul cosiddetto “cervello diviso”).  Franco Berardi,  ha fatto spesso riferimento  alla classe operaia del Novecento, alla sua condizione di alienazione e spaesamento, come ad un esempio storico di una concezione impermanente e metamorfica della condizione umana. La “rude razza pagana” di trontiana memoria era priva di ogni credibile aggancio al sangue e alla tradizione.  Per questo, suggerirei, riusciva a guardare avanti. Venuta meno la classe operaia e il suo fiero internazionalismo proletario, i peggiori rigurgiti identitari, fomentati dall’ipnosi di massa innescata dall’uso spregiudicato delle nuove tecnologie della comunicazione, hanno da tempo riconquistato il centro della scena. Dall’America  First  trumpiano, al suprematismo non bianco di Narendra Modi in India, è tutto un ribollire di memorie ancestrali distruttive.  Tornano alla mente le parole con cui Franco Berardi chiudeva, nel 1991, Politiche della Mutazione:

«I vecchi fantasmi identitari, nazionalisti, fascisti, bellicisti, risorgono perché entro questo paradigma non si può produrre una forma adeguata del nuovo e dunque il nuovo si immerge nell’arcaismo barbarico. Il testo liberatorio è semplice: andiamocene. È il consiglio da dare a chiunque sia preso nella morsa identitaria: a serbi e croati a palestinesi ed ebrei, non c’è da suggerire altro che questa via: andiamocene per mille strade. Liberarsi della memoria, liberarsi dell’appartenenza, liberarsi della responsabilità,liberarsi dalla colpa».

Pensare dopo Gaza è un libro disperato e lucido. Fin dalle prime pagine si capisce che in gioco ci sono categorie alte: il pensare l’umano, il misurare il suo sprofondare in se stesso, l’incartarsi delle sue aspettative in trappole storiche, la sostanziale assenza di luce che ne caratterizza il transito su questo pianeta. Una trappola storica è stata, secondo Franco Berardi, la creazione dello stato sionista. Tentando di emendarsi, l’Europa ha perpetuato il male che pensava di lasciarsi alle spalle. Il genocidio palestinese in corso mostra in piena evidenza un fallimento epocale, il cedimento del reticolo di illusioni che avevano fatto sperare che la tragedia dell’Olocausto si potesse superare. Una verità tanto palese quanto odiosa, abietta, che sprofonda l’intero pianeta in un vicolo senza uscita.

Ma Pensare dopo Gaza è molto più di quanto scritto fin qui. Come tutti i suoi libri è un testo che intreccia diversi piani di analisi che avrebbero meritato, ciascuno, un numero di pagine pari a quelle che abbiamo dedicato all’oblio. Ne ricordo alcuni: quello sull’inconscio americano, quello sull’ipercolonialismo, quello sul rapporto tra Marx e Darwin, quello sull’uso dell’Intelligenza Artificiale negli stermini di massa e, infine, la splendida e spietata analisi conclusiva sulle radici storiche delle religioni patriarcali. Quella in cui, alla domanda del principe Myškin da cui siamo partiti, l’autore fornisce una risposta tanto cruda quanto meditata e realistica 7. Argomenti, in ogni caso, di grande attualità e interesse che l’autore affronta con quell’acume e quella libertà interpretativa che contraddistinguono da decenni il suo inconfondibile stile di pensiero.

Nel ringraziare Franco Berardi per questo libro intenso e illuminante, colgo l’occasione per ricordare, a poche settimane dalla sua scomparsa, colui che per primo gli indicò la strada dell’inappartenenza e della diserzione. Scrive Franco Berardi in Pensare dopo Gaza:

«Fu un dirigente di Potere operaio, il gruppo politico in cui militavo allora, a convincermi che lo stato nazionale non è la soluzione di niente, ma è il problema. E che due stati non potevano offrire soluzione al problema di come convivere pacificamente in terra di Palestina, o di Israele che è lo stesso. Quel dirigente si chiama Franco Piperno, ebreo e comunista.»

 

Pino Nicolosi (rattus)

  1. Fodor Dostoevskij, L’idiota, Einaudi, 2014.[]
  2. Franco Berardi, Politiche della mutazione, A/Traverso, 1991.[]
  3. Franco Berardi, Mutazione eCyberpunk, Costa & Nolan, 1994.[]
  4. http://www.liber-rebil.it/wp-content/uploads/2011/09/dichiarazione-Siviglia.pdf []
  5. Qui trovate un articolo di commiato uscito su Liberazione https://www.carmillaonline.com/2008/05/06/su-liberazione-sbancor-la-nost/ . Il testo originale di Sbancor, cui ho fatto riferimento nella citazione, si trova in rete soltanto su un vecchio sito della Wu Ming foundation, con il titolo La fine del pensiero unico. https://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/SbancorGiap.html []
  6. cit.[]
  7. Cui però, per ragioni di spazio, non possiamo fare altro che rimandare il lettore al nuovo libro di Berardi.[]
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